Europee: cosa aspettano i democratici per tornare fra la gente?

28 Maggio 2019
Foto Roberto Pili

Foto Roberto Pili

[Ottavio Olita]

‘Non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire’ è uno di quei tradizionali proverbi che all’indomani del risultato delle europee andrebbe riformulato così: ‘Non c’è peggior cieco di chi non vuol vedere’.

La cecità riguarda innanzi tutto il sistema politico italiano che continua a non preoccuparsi della costante crescita dell’astensionismo e si occupa soltanto dei vincitori, per adularli o saltare sul loro carro, senza analizzare quel che fanno e dicono.

Così accade che nessuno sembra interessarsi di quel 40 per cento e oltre di elettori che ha disertato le urne. Cifra che in Sardegna assume un valore davvero preoccupante, visto che l’astensionismo ha toccato oltre il 60 per cento. Disamore per l’Europa? Non credo. Piuttosto disamore verso la qualità della politica sarda che arriva ad accettare senza batter ciglio la colonizzazione portata da un plenipotenziario di Salvini a cui presta nome e corporatura un presidente di Regione che si dice sardista.

Se davvero ci fosse stata la piena disapprovazione delle politiche europee, la Lega avrebbe trionfato. Invece la grande maggioranza dei sardi se ne è rimasta a casa. Perché le forze politiche democratiche non hanno saputo parlare a tanti elettori? Perché aspettare ogni volta passivamente il responso delle urne senza occuparsi dei territori, dei bisogni dei giovani, delle donne, degli anziani? Perché non sforzarsi di capire – finalmente – che solo la partecipazione restituisce valore alla politica e non i giochi e giochetti, nel chiuso delle stanze dei palazzi del potere?

Sono soprattutto due le forze politiche che, per ragioni opposte, devono fare una riflessione approfondita su quel che è accaduto, se non vogliono continuare ad assistere passivamente alla crescita esponenziale della Lega, con quella blasfema immagine del suo leader che stringe e bacia un rosario e invoca il cuore della Madonna.

Parlo del Pd e del Movimento 5 Stelle. Il Pd, dopo essersi liberato della zavorra renziana ha cominciato a procedere con grande cautela e prudenza, pensando più agli equilibri interni che al Paese. Così la nuova immagine, rassicurante e propositiva di Zingaretti, ha avviato un’inversione di tendenza basata su parole che hanno mostrato maggiore attenzione verso l’esterno anche se non supportate, quelle parole, da azioni significative, dirompenti. Forse è il caso, ora, di preoccuparsi più del mondo al di fuori del Nazareno, che di non inimicarsi quel che rimane di Renzi e del suo seguito. Una parte degli elettori che si era dispersa alle politiche del 2018 ha voluto dare un segnale, così come è avvenuto con la forte partecipazione alle primarie. E’ il caso di accelerare per evitare che si saldi in modo forte il blocco moderato e di destra che trova in Salvini e la Meloni i suoi portabandiera.

Quanto ai 5 Stelle è accaduto esattamente quello che avevo previsto all’indomani dei risultati delle regionali di Abruzzo, Sardegna e Basilicata.

A far da spalla al primo attore, chi se ne avvantaggia è la star. E in questo caso la forte volontà politica che si era aggregata intorno ai pentastellati per un cambiamento della politica che stesse più attenta ai giovani, agli emarginati, aveva avuto come tutta risposta che Di Maio stringesse una patto di ferro con un alleato distante anni luce da quell’elettorato. Così è successo che chi si è sentito tradito perché aveva sognato l’inizio di un’attività politica diversa se ne è rimasto a casa; chi invece aveva guardato ai 5 Stelle da destra ha capito che il suo vero referente era Salvini, non certo Di Maio. Nasce da qui la grande fuga dalle urne del sud e delle isole.

Dimezzati i voti delle regionali rispetto ai dati delle politiche del marzo 2018, così come quasi dimezzati quelli delle europee rispetto allo stesso precedente appuntamento elettorale, non resta altro da fare ai 5 Stelle se non riaccendere quel fuoco di speranza diventato in pochi anni un forte incendio. E la speranza non è certo data dalla chiusura dei porti ai disperati che fuggono dalla miseria e dalle guerre, o da una politica delle autonomie regionali che premia solo le regioni del nord dove la Lega trionfa, o da un sistema di tassazione che viene alleggerito per i ricchi e rimane iniquo per tutti gli altri.

Arginata, infine, quella che si temeva una grande avanzata degli egoismi sovranisti, rimane da ricostruire una politica europea equa e attenta alle persone più che ai finanzieri. Questa battaglia non deve essere lasciata a chi disprezza la democrazia. Bisogna cominciare a dimostrare con i fatti di cosa è capace l’Europa Unita che stia più attenta alle popolazioni che la compongono, come era nello spirito dei costituenti tra i quali – è sempre bene ricordarlo – politici italiani di grande spessore ebbero un ruolo determinante.

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