Furcones

1 Febbraio 2012

Natalino Piras

Non sappiamo se prenderà piede in Sardegna il movimento dei forconi originato in Sicilia in questo gennaio 2012. Movimento di protesta, di blocco della circolazione delle merci, dei tir, dei camionisti. C’è un richiamo sinistro. Come quando lo sciopero dei camionisti contro il governo di Unidad popular di Allende diede innesco a quello che sarebbe stato uno dei più sanguinari periodi del Novecento: la dittatura del boia Pinochet iniziata l’11 settembre del 1973.
Non aggraviamo a caso il peso delle parole. Già il termine, forconi, in sardo logudorese “furcones” e in campidanese “fruciddones” non è che sia dei più augurali. La parola usava come imprecazione in rima. Si esclamava contro qualcuno: s’abba santa a furcone! ti possano aspergere, buttarti addosso, l’acqua santa con il forcone. Non c’è rivolta contadina nel segno della “jacquerie” – vuol dire sollevazione spontanea e violenta contro i soprusi feudali – che non abbia avuto il forcone, il tridente usato per l’erba, la paglia e il fieno, tra i suoi simboli. Dalla primavera del 1358 in Francia sino alle rivolte di popolani e “viddani” nella Sicilia liberata, si fa per dire, dai garibaldini.
Stando all’Ottocento sardo che entra nel “secolo breve” – definizione data da Eric Hobsbawm storico di scuola marxista al Novecento – questo tipo di rivolte comprende pure le sollevazioni contro le Chiudende (1820), i moti nuoresi de su Connottu (1868), per arrivare alla repressione e alle morti di di Buggerru del 1904. Con una sostanziale notazione di differenza: i morti di Buggerru uccisi dall’esercito erano minatori in sciopero, in questo affini alle vittime delle cannonate di Bava Beccaris nel 1898, operai in sciopero contro le disumane condizioni di vita. Situazioni, Buggerru e la Milano delle cannonate di Bava Beccaris, simili al contesto attuale di crisi e recessione selvaggia. Solo che i forconi, sembra di capire, più che ad una lotta tra uguali per contrastare la fame, lo spettro di Mastru Juanne, somiglia a una rivendicazione di padroncini: li chiamavano così i camionisti proprietari di mezzo.
Ci si chiede se anche i pastori sardi che da subito hanno sposato la causa del movimento siciliano dei forconi possano essere anche loro definiti oggi padroncini: non provengono da tradizione operaia, hanno avuto un contrasto storico con i contadini, lo stesso che corre tra i possessori di terra, i prinzipales, e quelli che invece, salariati e sfruttati, la lavorano. Dopo che magari ne sono stati espropriati. Quel che a primo acchito un poco fa suonare sospetto il movimento dei furcones alla coscienza operaia è questa differenza di classe. Un prinzipale, un padroncino, non potranno mai essere nella elaborazione del materialismo storico come cultura della fabbrica: quello che tende a una società di eguali passando nella catena di montaggio, nella logica delle otto ore come condizione indispensabile per il salario garantito.
Che è il soffio vitale, lo spirito indispensabile, per la lotta che mette al centro il diritto al lavoro. Oggi, condizione storica, non c’è lavoro come condizione diffusa. Sono saltati i meccanismi che regolavano il rapporto tra sfruttatori (capitalisti, prinzipales, ma pure padroncini e pastori ricchi) e sfruttati: il resto del mondo, la maggioranza. La crisi ha livellato verso il basso la capacità di produzione e di dominio delle merci. Sempre più grande il divario, la forbice, lo spread, tra l’oligarchia del capitalismo liberista ( i massimi beneficiari delle regole del mercato selvaggio, i possessori di moneta) e una massa sempre più crescente di soggetti e oggetti del Mastru Juanne storico, la fame come fame, e del Mastru Juanne di era internet, quello che crea ad arte nuovi bisogni: dalla droga all’indispensabilità (?) del computer. Dentro questo nuovo campo globale, già mietuto e bruciato, sono finiti insieme a proletari diventati lumpen e medio borghesi piccoli piccoli anche molti di quelli che fino a ieri erano padroncini e se non ricchi perlomeno pastori benestanti. Più che campatores.
Ci si era abituati a consumare di tutto in tutte le stagioni. Lontano il ricordo del pasto unico a mezzogiorno. Anche il debito, quello individuale e quello pubblico, non era più considerato disonore.
Su questa “nuova onorabilità” molto ha campato l’evasione. I sintomi della crisi li si omologava a una specie di benessere diffuso. Oje, si diceva, oggi neune morit prus de sa gana_ nessuno muore più di fame. Senza capire, senza volere capire, specie a sinistra, che gente come Berlusconi mica era da esorcizzare, frugando tra le lenzuola, ma da combattere sul proprio terreno: che è appunto quello della imposizione del governo dei ricchi contro la massa dei poveri. Con tutto il cinismo che un capitalista tipo ha e deve avere per riuscire a far passare come opera di beneficienza la programmazione della gabella, l’arte della politica uguale arte del succhiasangue. Quanto non si è capito della crisi scatenata e aggravata dagli affamatori di professione è l’inganno, la seduzione della merce: dove è il capitale a sedurre e il povero a essere sedotto. Essendo in questa logica uno come Berlusconi non il fabbro che forgia la catena ma un anello più forte rispetto ad altri più deboli.
Si potrebbe adattare alla B del berlusconismo la B di Brecht che contesta il potere della B delle Banche o se si vuole della Banca per antonomasia (quella americana, quella tedesca, quella cinese): cosa vuoi che conti il grimaldello Berlusconi (inteso come piede di porco, arma del rapinatore) contro il potere della Banca, quello che affama miliardi e miliardi persone?
In tutto questo ritorno al Medioevo giocano i furcones. Dal nostro punto di vista è giusto che vengano sciolte molte ambiguità, pure in ottica di future lotte, di futura solidarietà. Si sta bene tra uguali se la capacità di dividere insieme il poco supera i morsi della fame. Ci sono, visibili e auscultabili, delle differenze. Alla trasmissione televisiva di Santoro della settimana scorsa quando ha parlato Felice Floris, leader del Movimento Pastori Sardi, sembrava di sentire una voce da slogan.
Tutta un’altra cosa quando Antonello Pirotto, operaio cinquantenne dell’Eurallumina in crisi, che pure è una fabbrica bugiarda, innaturale nel nostro territorio, ha urlato contro Castelli ex ministro leghista dell’ultimo governo Berlusconi: “La devi smettere di rompermi i coglioni!”. Non si tratta di jacquerie.

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