Guarire è un diritto

16 Marzo 2013
Roberto Loddo

“sul fatto che la parola guarigione esiste, vorrei che non ci fossero dubbi”

L’Associazione Sarda per l’Attuazione della Riforma Psichiatrica in collaborazione con il Comitato sardo “Stop Opg” ha promosso il 20 febbraio un incontro pubblico per parlare di salute mentale e guarigione. L’incontro è stato un’occasione per fare il punto sulla situazione dei servizi di salute mentale in Italia e in Sardegna e per presentare il libro “Guarire si può. Persone e disturbo mentale”, volume della collana 180 Archivio critico della salute mentale, edito da ab e curato da Izabel Marin e Silva Bon. Quest’ultima presente come autrice insieme a Peppe Dell’Acqua, componente del forum salute mentale, già direttore del Dipartimento di salute mentale di Trieste e direttore della collana 180. Questo libro è frutto di una riflessione individuale e collettiva, sintesi e conclusione di un lavoro di ricerca avviata (questa è la cosa singolare) non dall’Università e nemmeno dai programmi ministeriali, ma all’interno di un centro di salute mentale. Quello di Trieste.
Un lavoro di ricerca importante sulle dinamiche delle persone che vivono l’esperienza della sofferenza mentale, sull’importanza e la centralità del tema della guarigione e delle tante strade e possibilità di ripresa, di riconquista di autonomia nella vita quotidiana, di riappropriazione di sé, dei propri diritti e della propria dignità. L’immagine della guarigione attraverso la narrazione delle storie è la dimostrazione (perché ancora oggi c’è bisogno di dimostrazione) che è possibile vivere la propria vita avendo consapevolezza della malattia, imparando a venire a patti con i sintomi, trasformarli e utilizzarli come risorse indispensabili.
Una delle questioni culturali più affascinanti che esistono da quando l’uomo è sulla terra è quella della trasformazione della sofferenza. Quando penso ai tanti percorsi di guarigione intrapresi dalle persone che frequentano la galassia dell’associazione dei familiari Asarp, mi viene in mente spesso un’antichissima parola giapponese “Hendoku Yaku” utilizzata nella filosofia buddista, che tradotta significa “trasformare il veleno in medicina”. Risolvere una situazione complessa, difficile, negativa e dolorosa in qualcosa di positivo, o come dice il nostro amico psicologo Roberto Pezzano, “dare significato all’incomprensibile”.
Senza andare troppo lontano nel tempo, o troppo avanti con il sogno o il desiderio di prospettive sconosciute e irrealizzabili, basterebbe fare riferimento alle ricerche e agli studi recenti della Recovery, cioè la possibilità di guarire intesa da un lato come le buone pratiche dei servizi di salute mentale che consentono alle persone di negoziare la propria cura, e dall’altro lato, dal lato della sofferenza, la costruzione di opportunità di crescita, di essere ascoltati, di possedere e vivere identità differenti.
Le persone non devono essere etichettate solo come sofferenti mentali, perché hanno il diritto di vivere anche altre identità e dimensioni, l’identità e la dimensione creativa, del lavoro, e dell’abitare uno spazio autonomo e indipendente anche dall’ambiente della propria famiglia. Le persone sofferenti mentali sono prima di tutto cittadine e cittadini di uno Stato che deve garantire e difendere il loro diritto alla guarigione.
Dovremmo partire da due certezze prima di iniziare la lettura di questo libro. La prima, positiva e incoraggiante, come scrive Silva Bon “sul fatto che la parola guarigione esiste, vorrei che non ci fossero dubbi”. La seconda, che disegna prospettive fosche, che non dovrebbero esserci dubbi nemmeno sul fatto che la situazione dei servizi di salute mentale in molte regioni, come la Sardegna, stanno ritornando indietro nel tempo.
Al tempo zero delle cattive pratiche della salute mentale, alla distruzione di quella grande esperienza politica e di trasformazione culturale dei servizi intrapresa dalla Giunta Soru e dall’ex assessore alla salute, oggi senatrice, Nerina Dirindin.
Guarire si può. È difficile guarire, ma diventa impossibile quando i servizi territoriali di salute mentale riprendono l’utilizzo delle pratiche coercitive lesive della dignità e della libertà come la contenzione. È molto difficile guarire quando alla possibilità di ripresa viene preferita la logica della mercificazione, dell’istituzionalizzazione, del tagliare ad ogni costo, anche a costo di danneggiare interi territori come sta accadendo al CSM di Isili che in queste ore sta rischiando il depotenziamento attraverso una delibera del direttore generale della Asl 8 che destruttura l’attività terapeutica e riabilitativa trasformando il Csm di Isili da struttura complessa a struttura semplice.
E’ difficile guarire senza i centri di salute mentale aperti sulle 24ore. E’ difficile guarire per le persone sofferenti mentali private della libertà nelle carceri di Buoncammino, San Sebastian e Badu ‘e Carros.
Ed è difficile guarire quando nonostante una legge di questo stato imponga la chiusura degli Opg, cittadine e cittadini sardi continuano ad essere internati in questi luoghi di morte e sofferenza.

Silva Bon è una storica contemporaneista. Ha prodotto numerose monografie, saggi, articoli, interventi sulla storia del Novecento. Come persona che conosce l’esperienza della sofferenza mentale, ha un lungo vissuto di contiguità con il Dipartimento di Salute Mentale (DSM) di Trieste. Izabel Marin è assistente sociale nel Dipartimento di Salute Mentale di Trieste presso la Struttura Complessa Servizio Abilitazione e Residenze. Impegnata nelle esperienze di deistituzionalizzazione degli anni ottanta in Brasile e novanta in Grecia.

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