Vi ricordate quel 28 Aprile?

16 Marzo 2013
Guido Ambrosino
Mi è tornato per le mani l’editoriale di Luigi Pintor sul primo numero del manifesto quotidiano, il 28 aprile 1971 (“Un giornale comunista”). Tutto il contesto è cambiato. Il bisogno di farsi una casa a sinistra è rimasto, anche se vissuto diversamente.
Allora si nutriva la legittima speranza di riuscirci sull’onda della rivolta operaia e studentesca. Ora, dopo elezioni politiche che per la seconda volta fissano le colonne d’Ercole della sinistra parlamentare alla moderatissima e responsabilissima coalizione progressista guidata dal partito democratico, pesano gli acciacchi per le battaglie e le occasioni perse, la consapevolezza di un cammino in salita, l’amarezza per gli errori fatti dalla nuova sinistra in 42 anni: errori di ignavia direi, di mancanza di radicalità nel trarre le conseguenze politiche e teoriche dal doppio fallimento novecentesco, quello delle socialdemocrazie come quello degli irrealsocialismi marxisti-leninisti.
L’umore è cambiato. Siamo più vecchi, affaticati, disincantati. Ma senzatetto eravamo allora. E cani sciolti siamo rimasti. Scriveva Pintor:
Il quadro politico che abbiamo oggi di fronte esige molto più di un rifiuto (…). Se non fosse questa la nostra convinzione, non ci saremmo impegnati in un lavoro e in una lotta che hanno per scopo ultimo la formazione di una nuova forza politica unitaria della sinistra di classe. E non faremmo ora questo giornale… Siamo convinti che c’è bisogno e urgenza di una forza rivoluzionaria rinnovata, di un nuovo schieramento, di una nuova unità della sinistra di classe, di un nuovo orientamento strategico complessivo.
Nel 1971 Pintor dava per scontato che ci fosse una classe operaia, con le sue organizzazioni: il problema era “l’orientamento delle grandi organizzazioni politiche e sindacali della classe operaia”, orientamento “su cui pesa l’antica illusione del riformismo”. Quell’orientamento il gruppo del manifesto non riuscì a invertirlo, e sappiamo dove l’entrismo nelle istituzioni ha portato. Dal riformismo al migliorismo: Togliatti, Longo, Berlinguer, Napolitano.
Bizzarie della dialettica. I rappresentanti della defunta organizzazione politica della classe operaia si sono fatti stato. E hanno fatto del loro felice approdo istituzionale la prova provata del “superamento” delle classi: perbacco, se il compagno Napolitano arriva al Quirinale, come si fa più a parlare di sfruttamento e di esclusione?
C’è, nel caso italiano, un’anomalia rispetto ai normali archetipi novecenteschi. Altrove in Europa il residuo migliorismo delle formazioni di centrosinistra viene per li rami dalla socialdemocrazia secondointernazionalista. Da noi proviene in modo assai contorto, via Pci, dall’iperpoliticismo leninista.
Nel paradigma leninista la classe nulla è. Solo il partito le dà voce e coscienza. Anzi: il partito è la classe. Di qui il sillogismo per cui la dittatura del partito sarebbe sic e simpliciter la dittatura del “proletariato”, e tanto ha da bastare al singolo proletario che come persona resta muto, privo di ogni diritto individualmente esigibile. Il Pci e i suoi seguiti, scelta la via democratica, sono però rimasti bolscevicamente affezionati a questa esclusiva pretesa di rappresentanza: votateci, dateci potere, e noi – se andrà bene – potremo governare per voi. Ogni voto a altri è inutile, ripete il Pd, con la stessa avversione del Pci per chiunque si collocasse alla sua sinistra.
In sedicesimo questa stessa sindrome iperpoliticista (prima il nostro partito o partitino, la classe seguirà) è condivisa dai gruppi della diaspora ex-Pci. Consapevoli della loro debolezza, alle elezioni del 24 febbraio si erano nascosti sotto la toga del magistrato Ingroia e dietro l’etichetta di “Rivoluzione civile”. Etichetta falsa, se voleva evocare la “società civile”, perché i primi posti in lista sono andati ai funzionari dei partitini medesimi e non a persone legate ai movimenti d’opposizione. Per altro verso fuorviante, perché quel che occorrerebbe, se vogliamo parlare di rivoluzione, è la rivoluzione sociale.
La mia impressione è che sia sul versante migliorista in senso proprio, sia sul versante “radicale”, l’eredità pi-ci-ista continui a pesare negativamente. Nel Pd come insanabile deformazione caratteriale realpoliticista di un d’Alema. In rifondazione come voglia di “rifare il Pci”, senza chiedersi perché quel modello di partito – oltre a essere storicamente determinato e datato – era sbagliato e soffocante. Anche negli anni del suo massimo dispiegamento di forze.
In mezzo a questo sfacelo dei piccoli e grandi eredi del Pci, l’”organizzazione politica della classe operaia”, non è che la classe sia scomparsa. Certo non è più la classe operaia delle grandi officine Putilov, su cui Lenin aveva modellato il suo partito. Lenin credeva in una crescita esponenziale della grande industria con i suoi effetti di omologazione culturale e disciplinare – perfino “militare” – della “massa” operaia. Riassorbiti in quest’unico modello produttivo i residui di produzioni artigianali e piccole manifatture, sarebbero scomparse anche le tendenze politiche “devianti”, estremismi di sinistra come opportunismi di destra.
Lenin sbagliava.
Già nel novecento accanto agli operai delle grandi fabbriche, politicamente e sindacalmente inquadrati nelle organizzazioni “maggioritarie”, continuavano a riprodursi isole anomale, marginali, eccentriche, a volte anche molto qualificate professionalmente ma “irregolari”: di qui la base sociale del comunismo dei consigli nell’Europa centrale, o dell’anarco-sindacalismo in Spagna e nell’Europa meridionale. Omogenea la classe operaia non è stata mai, né sociologicamente, né politicamente, neanche negli anni d’oro del fordismo.
Figurarsi adesso, con le produzioni industriali decentrate, delocalizzate. Con la precarizzazione su vastissima scala. Con la finanziarizzazione dei capitalismi metropolitani. Col trionfo del lavoro astratto anche nelle singole biografie, impossibilitate a fissarsi su una figura professionale definita. Col bracciantato intellettuale. Con finti “imprenditori di se stessi” in attesa di chiamata.
La classe non marcia più compatta e incolonnata. Non impugna falci e martelli. Si è fatta invisibile e prometeica. Ma come potrebbe non esserci, finché vivremo nel capitalismo? D’altra parte, per tornare alla battaglia di Pintor per una sinistra di classe, come potrebbe nuovamente formarsi come tale se si continua a dire che il comunismo – l’unico suo possibile programma – è roba vecchia, del novecento?
Credo che si scambi la parte per il tutto. Il comunismo non è affatto riducibile alla rivoluzione russa dell’ottobre 1917 e a suoi seguiti: una vicenda quella davvero conclusa. La storia moderna del comunismo non è “novecentesca” (qui dissento da Revelli). È cominciata nell’ottocento, precisamente col Manifesto comunista del 1848. E il nodo messo a nudo allora – la libertà non è per tutti finché ci saranno sfruttati e sfruttatori, finché non ci sarà uguaglianza – irrisolto è rimasto. Non lo hanno risolto Lenin e i suoi eredi e epigoni, strangolando la libertà in nome della dittatura del partito. Non lo hanno risolto le democrazie parlamentari occidentali.
Né il comunismo novecentesco è stato solo il marxismo-leninismo terzinternazionalista con i suoi seguiti irrealsocialisti o, in Italia, togliattiani e pi-ci-isti. È stato il silenzioso dissenso di Gramsci contro l’”economicismo” meccanicista, che lui vedeva prendere piede in Russia. È stato, sebbene in forme minoritarie, luxemburghismo e comunismo libertario, anche negli anni più bui del totalitarismo. È stato la sacrosanta critica di Trotzky allo stalinismo. Critica che, in Italia, fu serrata anche da parte dei bordighisti. E il comunismo novecentesco è stato, a partire dagli anni ’60, pure nuova sinistra.
È una deformazione tutta italiana, dovuta certo al gran peso che da noi ha avuto il Pci, pensare che solo quello sia stato il comunismo. E siccome quel partito è morto, “tutta” la storia cominciata da quel lontano 1848 andrebbe liquidata. Ma siamo matti? La pretesa egemonica del Pci continua ancora a gettare questa ombra deformante?
Per rimettere sui piedi la discussione, dovremmo intanto abituarci a parlare – sempre al plurale – di comunismi. Anche irriducibilmente antagonisti tra loro nel novecento, quando sono morti più comunisti dissidenti nei lager staliniani che nei lager nazisti. Questa è la tragedia che non dobbiamo mai dimenticare. Il ricordo di quelle vittime ci consente di dirci comunisti anche senza e contro “il partito” (anche il gruppo del manifesto lo fece con orgoglio). Sapendo, come diceva il comunista dei consigli Otto Rühle, che “la rivoluzione non è cosa da partiti” (1920).
Ora, invece di Otto Rühle, morto nell’esilio messicano nel 1943, ci ritroviamo Beppe Grillo. Non posso qui discutere se e quanto ci sia di sinistra nel suo movimento 5 stelle. Mi pare però che il collante principale resti il “vaffanculismo”. Sul piano intellettuale siamo passati dall’analisi di classe al sistema delle caste, e non è un bel passo avanti. Il risentimento contro la “casta dei politici” – proprio quando la politica professionale ha ben poco potere da esercitare, essendosi deliberatamente consegnata nelle mani dei “mercati” – mi sembra un deviare l’attenzione dal conflitto vero, appunto di classe.
Scrutinate a febbraio le schede elettorali, siamo di nuovo alla vigilia di elezioni, che forse già si dovranno rifare in una manciata di mesi. Mi auguro che il cantiere di “cambiare si può”, interrotto precipitosamente dal pastrocchio della lista Ingroia, possa riprendere tempestivamente il suo lavoro, insieme alla rete di Alba per un “nuovo soggetto politico”, per mettere a punto una qualche lista a sinistra del Pd e del movimento 5 stelle (che dice di non essere né di destra né di sinistra). Tanto per lasciare aperto uno spiraglio di rappresentanza ai non rappresentati.
Dopodichè resteremo lontani le mille miglia dalla sinistra di classe, un lavoro che richiederà anni, forse decenni. E il discorso torna a quell’antico e pure così attuale testo di Pintor che, dopo aver esposto il suo programma politico, passava a parlare dei compiti del giornale: “Non ci sfiora l’idea che un foglio stampato possa supplire a questo lavoro di costruzione politica. Ma se questo giornale potrà favorire e accelerare un tale lavoro, offrire uno strumento di conoscenza, di intervento, di mobilitazione, segnare una presenza già in questa fase cruciale dello contro di classe, allora la sua ragione d’essere e la sua verità saranno chiare”.
Questa era “l’intenzione fondativa” del manifesto, su cui Rossana Rossanda nel settembre scorso chiedeva alla redazione almeno di discutere: “Identità e finalità del manifesto non sono più quelle delle origini, ma il mutamento non è stato dichiarato. Così come sembra scomparsa, anche qui senza un’argomentazione esplicita, la nostra ricerca di un marxismo critico (…). Finché direzione e collettivo non avranno votato la decisione di rompere con la sua origine, il manifesto ha l’obbligo politico e morale di definirsi rispetto alla sua intenzione fondativa”. La direttrice Norma Rangeri non ha nemmeno risposto. Il manifesto Norma/lizzato continua nondimeno le pubblicazioni, mantenendo per, ovvie ragioni di marketing, l’etichetta di “quotidiano comunista”, senza spiegare cosa possa significare.
Per me, come ex giornalista del manifesto, pensare a come ricostruire una posizione di classe nella sinistra coincide col tentativo di rifare un giornale, con la stessa intenzione di Pintor: non sostituirsi al lavorio di connessione politica, “ma favorire, accelerare un tale lavoro, offrire uno strumento di conoscenza, di intervento, di mobilitazione”.
Questo nuovo giornale mi piacerebbe farlo, cominciando da una forma online, anche con amici di Alba come Marco Revelli, Guido Viale o Ugo Mattei. Ma se a loro basta il manifesto Norma/lizzato, dove mi pare abbiano ripreso a scrivere, non starò a importunarli.

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