‘id al-adha. Nuovi auspici e vecchie polemiche

16 Ottobre 2013
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Anna Maria Brancato

Quale migliore occasione per affrontare ancora una volta un tema più volte dibattuto: la necessità di avere una moschea in città. La mattina del 15 ottobre si sono svolte presso gli edifici dell’Exma le celebrazioni dell’ ‘id al-adha, ossia la festa del sacrificio per i musulmani che, per dirla con le parole del portavoce della comunità musulmana di Cagliari, Sulaiman Hijazi , “è la festa più grande e più importante per l’Islam, più importante anche della festa di fine Ramadan perché è la festa della solidarietà, la nostra religione vuole che ognuno compri un agnello e lo condivida con la comunità: una parte la tiene per sé, una parte la da ad amici e parenti e una parte la si porta in moschea per i dividerla con i poveri”. Il discorso sull’importanza della moschea prende piede quasi spontaneamente al termine delle celebrazioni. E’ ben comprensibile infatti il disagio di una comunità costretta a dover consumare i propri riti in luoghi pressoché improvvisati, temporanei e assolutamente non adatti.

Sulaiman, da cosa nasce la necessità di una moschea a Cagliari e soprattutto cerchiamo di capire in che modo il concetto di moschea (dall’arabo al-masjid, luogo di riunione) differisce dalla nostra classica concezione di luogo di culto.

-Sulaiman: “L’obiettivo principale della costruzione di una moschea non è per noi solo quello di pregare, anzi… Il primo obiettivo sarebbe quello di riunire la comunità musulmana in un luogo unico; abbiamo il problema delle seconde generazioni e dei nuovi convertiti, una comunità in costante crescita che se non viene seguita altrimenti rischia di disperdersi. In secondo luogo avere una moschea significherebbe avere una biblioteca in cui tutti possano andare a leggere; significherebbe avere una scuola in cui insegnare l’arabo e il Corano, cosa che ora è molto difficile a causa degli spazi limitati”.

Ho notato durante la festa una scarsa presenza femminile, mi chiedo se questo possa essere una conseguenza della mancanza di uno spazio idoneo.

-Sulaiman: “Assolutamente si. Le donne hanno bisogno di più spazio per pregare e soprattutto pregano separate dagli uomini; attualmente questo non possibile. E’ una cosa che a me personalmente dispiace molto in quanto potrebbe essere l’occasione per sfatare alcuni pregiudizi sull’esclusione delle donne dall’Islam e dimostrare la loro effettiva partecipazione. Conosco tante persone che per principio non partecipano ai riti perché si rifiutano di pregare per strada”.

A livello identitario, quanto pesa su di voi questa mancanza?

-Sulaiman: “Moltissimo. E’ una tristezza: il luogo di culto ti avvicina al tuo paese e alla tua cultura. Molti in queste condizioni preferiscono non fare nulla”.

Ma quali sono, secondo te, gli ostacoli principali alla costruzione della moschea?

-Sulaiman: “L’amministrazione comunale è bloccata. Portare avanti un progetto simile significherebbe fare una scelta coraggiosa che comporterebbe la perdita di molti voti.
C’è paura di agire per evitare critiche, ma è una questione di civiltà. Ho insistito molto affinché potesse essere risolta almeno la questione del venerdì e delle due feste principali. A volte il venerdì ci sono più di seicento fedeli che vengono a pregare, ma se non garantiamo un luogo adeguato non torneranno. In Italia ci sono solo tre moschee ufficiali. Una moschea a Cagliari potrebbe essere un luogo di attrazione anche per stranieri divenendo così anche una ricchezza turistica”.

Una mancanza del genere non solo mal si addice a un paese libero e democratico quale ci vantiamo di essere, ma va contro due principi fondamentali, sanciti dalla Costituzione, come la libertà di culto e di associazione. Ma, come dice Sulaiman “dopotutto forse sono solo quattro anni che questa battaglia va avanti e siamo solo all’inizio. Ce la faremo”.

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