Il difetto del capitalismo contemporaneo: consente a chi si arricchisce di “estrarre” valore senza produrlo

1 Febbraio 2019
[Gianfranco Sabattini]

La finanziarizzazione dell’economia ha stravolto le regole di distribuzione del prodotto sociale tra tutti coloro che contribuiscono alla sua formazione; è, questa, la tesi di fondo che Mariana Mazzucato sostiene e argomenta nel suo nuovo libro, dal titolo “Il valore di tutto. Chi lo produce e chi lo sottrae nell’economia globale”. Il fenomeno ha iniziato a verificarsi in coincidenza con l’inizio dell’sopravvento dell’economia finanziaria su quella reale.
Fino agli anni Sessanta – afferma l’autrice – “la finanza non era generalmente considerata una parte ‘produttiva’ dell’economia”, nel senso che essa era considerata vicolo per il trasferimento della ricchezza prodotta, non mezzo “per crearne di nuova”. La finanza, perciò, in quanto attività “improduttiva”, era inclusa nella contabilità economica nazionale per la stima del PIL come “’input intermedio’, ossia come un servizio che contribuiva al funzionamento di altre industrie che erano le vere creatrici di valore”; verso la fine degli anni Sessanta, però, la contabilità economica nazionale ha incominciato ad includere il contributo del settore finanziario nella stima del PIL. Il cambiamento delle regole contabili, inoltre, ha coinciso con l’inizio della deregolamentazione del settore finanziario, con conseguente diminuzione del controllo sulla natura dei prestiti delle banche, sui livelli dei tassi d’interesse e sulla natura e qualità dei “prodotti” che venivano offerti al pubblico.
Nel loro insieme, i cambiamenti delle regole che servivano a governare il comportamento delle banche, e soprattutto la diminuzione del controllo della natura e della qualità dei prodotti offerti dal settore finanziario, hanno consentito che questo settore si espandesse a dismisura e che la sua espansione avvenisse ad un tasso di crescita che ha superato quello del settore reale. Le propensioni comportamentali proprie degli operatori del settore finanziario hanno pervaso anche quelle proprie degli agenti operanti nei settori reali, motivandoli ad effettuare operazioni di speculazione, anziché ad “investire nel futuro a lungo termine” delle loro imprese, denominando i risultai, eventualmente conseguiti, “creazione di valore”, nonostante che, in realtà, dessero luogo piuttosto ad una “estrazione di valore”.
La presunta creazione di valore tramite operazioni di natura speculativa ha prodotto effetti perversi anche fuori del settore finanziario; la prospettiva e il convincimento di poter creare nuovo valore con simili operazioni – afferma la Mazzucato – hanno infatti giustificato “la riduzione delle aliquote sui guadagni in conto capitale dei venture capitalists che finanziano le imprese tecnologiche”, ma anche motivato le critiche rivolte al governo per la sua mancata disponibilità ad introdurre continui provvedimenti finalizzati a supportare la creazione di valore da parte delle grandi imprese tecnologiche.
La conseguenza del radicarsi del convincimento che il valore potesse essere creato con semplici operazioni finanziarie è stata la considerazione dello Stato come “un freno alla società”, finanziato con la sottrazione di risorse che avrebbero potuto essere meglio investite dal settore privato solo se esso (lo Stato) avesse limitato il suo intervento nell’economia, lasciando maggiore sazio al mercato. Perché lo Stato – si chiede la Mazzucato – è stato “considerato una versione meno efficiente del settore privato? Come può essere misurato il contributo del settore pubblico alla formazione del prodotto sociale? Lo scopo che l’autrice si prefigge di raggiungere con il nuovo libro è quello di dare una risposta a queste domande, ravvivando il “dibattito sul valore” che è stato “il cuore del pensiero economico tradizionale”, fondato sull’assunto che se il valore è definito dal prezzo espresso dalle forze di mercato, allora l’attività di produzione di ogni bene e servizio legalmente offerto sul marcato che avesse avuto un prezzo era un’attività che creava valore.
Sennonché, con l’avvento della finanziarizzazione dell’economia, il modo in cui è invalso l’uso della parola “valore” ha reso “facile a un’attività di estrazione di valore mascherarsi come attività di creazione di valore”. In conseguenza di ciò, i redditi non guadagnati sono stati confusi con quelli guadagnati, si sono approfondite le disuguaglianze distributive, mentre gli investimenti nell’economia reale sono diminuiti. Se per superare queste conseguenze negative, occorre promuovere la crescita economica, perché questa sia “più innovativa, più inclusiva e più sostenibile”, allora occorre una più corretta giustificazione del modo in cui si crea “valore”.
Il valore – afferma la Mazzucato – è il risultato del processo mediante il quale, in un dato periodo di tempo, è prodotto l’insieme dei beni e dei servizi che costituiscono il prodotto sociale di una comunità organizzata; in altri termini, esso (il valore) non è che il risultato del modo in cui l’insieme dei beni e dei servizi viene prodotto (produzione), delle modalità con cui distribuito tra tutti coloro che partecipano al processo produttivo (distribuzione) e delle forme d’impiego di quella parte della produzione che rimunera come profitto il capitale investito e la capacità imprenditoriale (reinvestimento). La considerazione del modo in cui le varie fasi del processo produttivi interagiscono tra loro consente di comprendere se la distribuzione del valore prodotto sia sempre correlabile con la reale partecipazione alla sua produzione.
Fino alla metà del XIX secolo era prevalente l’assunto che per spiegare la formazione dei prezzi dei beni e servizi esitati fosse necessario disporre di una teoria oggettiva del valore, indicante le determinanti della sua formazione e, di conseguenza, dei prezzi dei beni e servizi che lo esprimevano. L’assunto è stato poi modificato, nel senso che si è giunti a pensare che il valore dei beni e servizi fosse determinato dal prezzo che gli acquirenti erano disposti a pagare; si è così affermato il convincimento che qualunque bene e servizio venduto al prezzo stabilitosi sul mercato potesse, per definizione, creare valore.
L’evoluzione dell’assunto posto a fondamento del valore è dipesa dalla parallela evoluzione che ha subito la distinzione delle attività economiche in ”produttive” e “improduttive”, nel senso che le prime includevano creatori di ricchezza, mentre le seconde solo dei beneficiari, o perché estraevano valore sotto forma di rendita, oppure perché fruivano di erogazioni connesse a processi ridistributivi di natura assistenziale.
Nel tempo, la distinzione tra attività produttive e improduttive è cambiata, in quanto le prime si sono estese sino a comprendere attività sempre più varie, per cui quando la creazione di valore è stata definita sulla base dell’interazione tra domanda e offerta, con l’assunto implicito che ciò che veniva acquistato aveva necessariamente valore, le attività finanziarie sono state definite produttive, con conseguente smarrimento dell’importanza di disporre di una ben definita teoria del valore; fatto, questo, che ha avuto implicazioni negativa per il segmento del complessivo processo produttivo riguardante la distribuzione del valore del prodotto sociale tra tutti coloro che concorrevano alla sua produzione.
Quando il valore dei beni e servizi prodotti è determinato dai loro prezzi, la produzione e la distribuzione del prodotto sociale sono giustificate solo in funzione dell’esistenza di un mercato di quei beni e servizi, dalla cui compravendita deriva il valore prodotto sociale o reddito complessivo di una data comunità. Secondo tale logica – afferma la Mazzucato – tutto il prodotto sociale “è reddito guadagnato”, per cui la sua distribuzione intersoggettiva in funzione della produttività (cioè del contributo reale di ogni partecipante al processo produttivo) diventa “irrilevante”, per cui il reddito di ogni attore economico è commisurato alla produzione di qualcosa che, in base alle risultanze del mercato, “è di valore”, restando indeterminata la determinazione oggettiva della sua formazione.
In un contesto in cui il valore dei beni e servizi dipende dal prezzo, e non viceversa, la sua determinazione – sostiene la Mazzucato – è legata tanto a particolari idee sul come la società dovrebbe essere costruita, quanto a teorie economiche formulate per la loro giustificazione. In tal modo, le stime del valore non possono essere neutrali per via della “performatività” dei teoremi delle teorie economiche dominanti, le cui enunciazioni, non descrivendo fatti ma solo le presunte azioni che li dovrebbero determinare, influiscono sul modo di pensare degli agenti economici e determinano il radicamento nella cultura sociale delle idee circa l’organizzazione politica ed economica più conveniente.
Stando così le cose, a parere della Mazzucato, al fine di pervenire ad una più corretta stima del valore del prodotto sociale e a una più “giusta” distribuzione, non è tanto importante la distinzione della attività in produttive e improduttive (e la individuazione dei loro confini), quanto lo è invece la conoscenza del modo in cui il valore prodotto dalle attività del settore reale e di quello finanziario può essere correlato alla distribuzione dei compensi. A tal fine non è possibile prescindere dalla considerazione che le modalità con cui è stata giustificata nel tempo la creazione di valore sono sempre state connesse a svolte sottostanti l’organizzazione della società e del processo produttivo, quali sono state, ad esempio, le svolte indotte dalle funzioni delle banche.
I servizi finanziari (in particolare quello delle banche) sono stati sicuramente importanti nel favorire il regolare funzionamento del processo produttivo; ciò non significa, però, che la continua espansione delle attività finanziarie sia risultata sempre positiva dal punto di vista di una stabile crescita dell’economia; l’esperienza vissuta negli ultimi decenni dimostra infatti che quando le attività finanziarie investono le risorse a loro disposizione unicamente all’interno del settore finanziario per aumentare i loro profitti, anziché indirizzarle verso il settore reale, diventa difficile “pensare al settore finanziario come a qualcosa di diverso da un rentier: un estrattore di valore”, cioè un settore che si appropria di una parte crescente del valore del prodotto sociale, senza però una sua contribuzione produttiva reale.
Tuttavia, se non è possibile ignorare il contributo del settore finanziario alla formazione del valore del prodotto sociale, occorre però che le sue attività, come afferma la Mazzucato – siano regolate perché contribuiscano realmente a creare valore; al tal fine, occorre “che si faccia attenzione a caratteristiche come l’orizzonte temporale dell’investimento”; ciò perché un settore finanziario “impaziente” orientato a cercare profitti a breve termine danneggia la “capacità produttiva dell’economia”, sottraendole la sua leva propulsiva, ovvero il “suo potenziale innovativo”.
Ma l’innovazione, per evitare che il valore da essa creato non corrisponda ad alcun valore reale e che il modo in cui esso viene prodotto giustifichi la sua estrazione, in tutto o on parte, per iniziativa di operatori che non hanno merito, occorre governarla, tenendo conto, sia della velocità con la quale essa si trasforma in nuova capacità produttiva, sia del tipo di prodotti e servizi in cui essa e destinata a tradursi. Inoltre, la regolazione razionale, sia della “velocità” che della “direzione” dell’innovazione, comporta che si tenga conto del contributo del settore pubblico alla crescita economica, ovvero delle parte del valore della nuova capacità produttiva spettante al settore pubblico per il suo contributo all’innovazione.
Per un reale cambiamento delle modalità di funzionamento del sistema economico e di quelle che presiedono alla “giusta” distribuzione del prodotto sociale, occorre prefigurare un “nuovo tipo di economia”, un’economia che funzioni realmente per il bene comune, con una socializzazione, non solo dei rischi intrinseci ad ogni attività innovativa, ma anche della distribuzione delle ricompense, perché la crescita del sistema economico sia affrancata dalla ricorrenza di fenomeni estrattivi, per farla diventare crescita inclusiva.
Per realizzare questo nuovo tipo di economia, conclude la Mazzucato, occorre che l’innovazione sia meno influenzata dalla velocità della crescita, e più dalla sua direzione, ovvero dal genere di economia che maggiormente si considera desiderabile e realizzabile. Nella prospettiva dello svolgersi di questo processo, un ruolo importante sarà svolto da fattori oggettivi e soggettivi; mentre questi ultimi non dovranno ridursi a scelte individuali prese indipendentemente dal contesto politico e sociale e da quello economico esistenti, dei fattori oggettivi, quali il progresso della scienza e delle tecniche di produzione, e soprattutto le modalità di governo del sistema produttivo, invece, si dovrà tener conto del fatto che saranno questi ad influenzare quei contesti; in particolare, si dovrà tener conto, a parere della Mazzucato, che le modalità di regolazione del sistema produttivo influenzeranno, predeterminandole, quelle che presiederanno alla distribuzione del prodotto sociale.
E’ col rispetto di questa condizione che la promozione di una crescita inclusiva, nel senso indicato dalla Mazzucato, che può essere assegnata una missione socialmente rilevante all’economia, per assicurare a tutti un “futuro migliore”.

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