Il reddito minimo garantito

16 Gennaio 2014
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Gabriele Polo

C’è voluta la più grave crisi economica del secolo per ammettere l’assoluta inadeguatezza del welfare italiano che per decenni si è cullato nelle braccia amorevoli (quanto costrittive) della famiglia, principale ammortizzatore di ogni italica contraddizione. Ora che il capitalismo ha abbattuto la centralità del lavoro negando ogni garanzia all’occupazione un po’ tutti ammettono l’urgenza di una qualche tutela per i redditi di cittadini che nella caduta di sicurezze individuali e collettive corrono il rischio di perdere anche la stessa dignità personale.
Come per tutte le “rivelazioni improvvise” si fa un po’ di confusione terminologica e programmatica – come hanno sottolineato su queste pagine Gianfranco Sabattini e Giovanni Nuscis -, si fanno salti pindarici nella liberazione dal bisogno – e fa bene Michela Angius a ricordare come il lavoro sia qualcosa di più di una semplice fonte di reddito e abbia un valore esistenziale che nessuno strumento “assistenziale” può sostituire, nemmeno nelle società più ricche e per le vite più “liberate” dalla tecnologia. Proprio per questo l’obiettivo di garantire una vita dignitosa anche a chi non ha un lavoro (che l’ha perso o non lo trova) non è un problema principalmente aritmetico (quanto costa) o politico (dove trovare i soldi), ma è in stretta relazione con il significato che vogliamo dare al nostro futuro, alla qualità dei suoi rapporti sociali; va messo in relazione alla questione della produzione e della distribuzione della ricchezza, cioè del lavoro e del welfare.
Per definirlo forse è più utile partire dalla realtà concreta, in particolare dalla crisi che oggi ha mutato in dramma la ricerca di un reddito: l’impoverimento del lavoro, la sua trasformazione in merce pagata sempre meno, la sua mancanza. Partirei cioè dal ridefinire il sistema di ammortizzatori sociali che era stato costruito – conquistato dalle lotte di donne e uomini in carne e ossa, non concesso ma spesso strappato a padroni e governi – in una società che condivideva il fine della piena occupazione. Ora che non è più così, ma proprio per non rinunciare a questa prospettiva e al suo significato culturale, vanno aggiornati gli strumenti per sostenere chi perde un lavoro. A partire dalla cassa integrazione, non da abolire ma da estendere ai dipendenti di tutti le imprese – anche quelle più piccole, ora escluse – e finanziata da lavoratori e aziende (come già avviene). Accanto alla Cig – nata per mantenere in vita il rapporto di lavoro in vista di una ripresa d’attività e che ha una durata limitata nel tempo – serve un nuovo strumento universale a carico della fiscalità generale, per chi il lavoro lo sta per perdere definitivamente (sostituendo l’attuale cassa in deroga) e per chi non lo trova. Piuttosto che di reddito di cittadinanza – la cui erogazione è incondizionata, come giustamente ricorda Gianfranco Sabattini – è più corretto parlare di reddito minimo garantito che serva ad affrontare le emergenze di oggi e a garantire la crescita dei cittadini di domani, tutelando, ad esempio, il diritto allo studio, sostenendo la formazione e la crescita culturale e professionale, permettendo a migliaia di persone di uscire dal ricatto della precarietà, del dover accettare un lavoro purchessia, pur di avere un reddito (spesso misero quanto le condizioni di quel lavoro). Per questa via si può garantire il diritto a un reddito a chi si forma, a chi perde il lavoro in via definitiva, a chi vuole cambiarlo e ha bisogno del tempo per potere imparare a farne uno nuovo. Le risorse ci sono, basterebbe usare quelle che ora vanno alla cassa in deroga, alla disoccupazione e alla mobilità, integrate dai risultati di una vera lotta all’evasione fiscale e dalla tassazione progressiva di rendite e patrimoni, perché un nuovo e moderno concetto di cittadinanza non può prescindere da una diversa distribuzione del lavoro e della ricchezza.
Come si vede non si tratta di nulla di straordinario; tuttavia comporta un cambiamento di paradigma, soprattutto culturale, cioè di una scelta politica; ed è la cosa più difficile da fare. Tuttavia dei segnali positivi ci sono. In una ormai lunga frequentazione di iscritti e dirigenti sindacali segnalo che sta venendo meno l’antica convinzione per cui il reddito è indissolubilmente legato al lavoro (“Se pago uno a non far niente perché dovrebbe lavorare?”): almeno i più attenti tra loro sono spinti dagli attuali livelli di precarietà e ingiustizia a dare un nuovo profilo al concetto di cittadinanza da fondarsi su un nuovo orizzonte di diritti senza i quali diventa impossibile sostenere la centralità di quello più importante, complicato e “pesante”, il lavoro.

2 Commenti a “Il reddito minimo garantito”

  1. adriano faticoni scrive:

    Buongiorno, questa del reddito minimo garantito da 400 euro torna utile solo al governo a calmare un pi gli animi e mantenersi la poltrona da 10.000,00 euro al mese.Se un pensionato non c’è la fa con 500,00 euro al mese mi dite come fa una famiglia a sostenersi con 400 euro? Secondo me l’ anno istituita per favorire l’ immigrazione. Se siamo in democrazia e il popolo e sovrano il popolo deve richiedere un redditi di cittadinanza per una vita dignitosa e non mettere qualche spiccio tanto per calmare le acque, trovo questo reddito inadeguato e finché pensano ai propri interessi le cose non cambieranno mai. E come dare 5 euro ad un bambino per toglierselo dalle scatole. In Italia il cambiamento si avrà quando inizieranno a pensare per il bene del paese e dei propri cittadini e non alla proprie tasche.

  2. vincenzo scrive:

    Ottima osservazione condivido Adriano.

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