Il tramonto del liberalismo occidentale e la responsabilità dei “ricchi”

1 Agosto 2019
[Gianfranco Sabattini]

Nel libro “Il tramonto del liberalismo occidentale”, Edward Luce, editorialista del “Financial Time”, illustra, come afferma Gianni Riotta nell’Introduzione, le cause storiche, economiche e culturali che, a parere dell’autore, stanno spingendo il mondo occidentale verso un futuro del quale non si intravede una possibile riscossa. La narrazione, continua Riotta, è dominata dall’incertezza che sovrasta l’Occidente, lasciando chiaramente intuire il “caos” che ne caratterizza la sopravvivenza; si tratta di un caos inteso, sia “nel senso di un possibile conflitto militare aperto tra superpotenze”, sia nel senso di uno “stallo inerte”, capace di frustrare nello status quo quanto di buono c’è nella tradizione dell’Occidente: progresso, crescita economica, diritti sociali e individuali.

Luce, secondo Riotta, è consapevole del fatto che la prospettiva incerta dell’Occidente dipenda dai limiti della politica liberale sinora condotta dai Paesi occidentali, ma anche da quella condotta dai regimi democratici di massa; egli è inoltre consapevole dell’inattualità delle alternative propagandate dalle antiche ideologie salvifiche ancora presenti nella cultura occidentale.

Sulla base di questi convincimenti, Luce “è certo – dice Riotta – che, sfasciata la macchina liberal-democratica” resa operante con tanta sofferenza e dopo due guerre mondiali, l’Occidente non potrà entrare “nell’Eden della ‘decrescita felice’ annunciata da Serge Latouche”, né potrà avvalersi “delle procedure di democrazia diretta delle quali favoleggiano i movimenti populisti”, affermatisi sul piano elettorale in vari Paesi; di tutto questo l’Occidente non potrà avvalersi, perché, secondo Luce – afferma ancora Riotta – esso sarà vittima di un mondo caotico, “in cui multinazionali, regimi totalitari, ‘democrazie illiberali’ […] e plutocrati astuti potranno trovare un modus vivendi, relegando la plebe nelle megalopoli, drogandola di ‘reddito di cittadinanza’ e bulimica dieta di volgari intrattenimenti ondine e tv”.

A sottrarre l’Occidente da questo triste destino non serviranno le illusioni somimistrate ai cittadini occidentali coi cliché in voga, propagandando che con la globalizzazione, pur responsabile del caos che lo pervade, l’Occidente ha sottratto “alla fame miliardi di esseri umani, in Asia, America latina e in qualche misura anche in Africa, nella più straordinaria stagione di sconfitta della miseria, 1970-2000, che la storia ricordi”; i cliché propagandistici, però, tacciono del fatto che, in molti Paesi occidentali, per una parte consistente delle popolazioni, e soprattutto per le loro classi medie, il successo internazionale della globalizzazione abbia causato la riduzione del benessere e dello status sociale, scatenando a sua volta risentimento e opposizione contro establishment e istituzioni che hanno promosso l’internazionalizzazione delle economie nazionali.

Dopo il crollo del Muro di Berlino – afferma Luce – molti in Occidente sono stati pervasi da un diffuso ottimismo; Francis Fukuyama, nel suo libro “La fine della storia e l’ultimo uomo”, aveva contribuito alla diffusione di questo ottimismo, sostenendo che la fine della Guerra fredda non significava solo il superamento di un particolare periodo della storia del secondo dopoguerra, ma esprimeva anche la fine della storia in quanto tale, cioè la “conclusione dell’evoluzione ideologica dell’umanità” e l’universalizzazione “della democrazia liberale occidentale come forma finale del governo degli uomini”. Al di là del fatto che si potesse concordare o meno con la visione di Fukuyama, a parere di Luce e di molti tra coloro che condividevano l’ottimismo suscitato dall’avvento della nuova era, andava riconosciuto che “un enorme ostacolo era stato rimosso dalla strada che conduceva al nostro futuro”, caratterizzato dal consolidamento della democrazia e dal riscatto dal bisogno.

Infatti, gli schieramenti ideologicamente contrapposti e nuclearmente armati cessavano di fronteggiarsi, l’Europa occidentale poteva dare nuovo impulso al processo di unificazione politica, mentre in quella orientale i Paesi del Patto di Varsavia potevano accingersi ad instaurare liberamente al loro interno regimi democratici; si schiudevano per tutti “orizzonti globali”, nella prospettiva di un “mondo unipolare”, che avrebbe consentito di celebrare “i funerali delle due piaghe gemelle della modernità occidentale, il comunismo e il fascismo”. Si trattava di un evento che veniva celebrato persino dallo storico marxista Eric Hobsdawm, che riconosceva che “il Novecento era stato un secolo breve genocida, iniziato con la Rivoluzione russa nel 1917 e finito nel 1989”, con l’abbattimento del Muro di Berlino e il crollo del regime nato con quella Rivoluzione.

L’entusiasmo e l’ottimismo diffusisi in tutto l’Occidente alla fine degli anni Novanta del secolo scorso si è però spento dopo circa tre decenni; lentamente – sostiene Luce – è venuta meno l’illusione che l’intero mondo potesse aspirare ad occidentalizzarsi. Il motivo per cui ciò è accaduto, secondo l’editorialista del Finacial Time, è da ricondursi al fatto che è stato “arrogante” credere che il resto del mondo potesse e volesse accettare passivamente di organizzarsi secondo le strutture istituzionali proprie dell’Occidente. Poiché questa convinzione non è stata che un’illusione, coloro che ancora credono “in un inevitabile trionfo del modello occidentale” devono, in realtà, chiedersi se non sia stata la fede, più dei fatti, a spingerli a pensare che la loro visione del mondo potesse universalizzarsi. E’, quindi, opportuno che gli occidentali considerino criticamente le ragioni per cui sono stati “vittime” inconsapevoli di tale illusione.

A questo scopo, Luce invita gli “illusi” a riflettere sul fatto che, per il resto del mondo (circa i nove decimi della popolazione mondiale), la storia non stia guidando l’umanità verso un lieto fine; per secoli, gli occidentali “hanno avuto una concezione lineare della storia”, secondo la quale lo scorrere del tempo portava con sé un continuo miglioramento delle condizioni esistenziali degli uomini, sia sul piano quantitativo che su quello qualitativo. Restando agli ultimi secoli, per i marxisti, il processo storico portava necessariamente alla dittatura del proletariato, seguita dalla abolizione dello Stato; per i socialisti democratici, il fine era la costruzione dello Stato sociale, caratterizzato dal potenziamento delle libertà individuali, realizzato mediante un’equa distribuzione del prodotto sociale; per i nazionalisti e  loro eredi sovranisti era (ed attualmente è) la garanzia offerta ai singoli popoli di perseguire nella libertà il proprio destino; infine, per i liberali, al di qua e al di là dell’Atlantico, il fine era il perseguimento del progresso materiale e culturale, che avrebbe condotto l’umanità a liberarsi dal bisogno, per avviarla verso il “regno” della libertà. Nel 1989, quasi tutti in Occidente credevano in quest’ultima interpretazione del processo storico; oggi, però, è in atto, secondo Luce, “un prepotente ritorno della fede in una versione autoritaria del destino nazionale”, che sta mettendo in pericolo la sopravvivenza del liberalismo occidentale.

In modo diverso, come si è detto, la maggior parte dell’umanità non è portatrice di una concezione teleologica del processo storico, del quale ha “una concezione circolare”, nel senso che, pur determinando il miglioramento materiale delle condizioni esistenziali, esso non conduce i popoli “verso un gran finale, spirituale o politico che sia”. Le condizioni materiali possono anche migliorare, ma quelle qualitative, cioè quelle spirituali e politiche dell’umanità restano costanti; ciò perché il processo storico non ha un fine, per cui il miglioramento sul piano spirituale e politico resta “una questione irrisolvibile”, essendo esso (il processo storico) “una eterna ripetizione della follia umana e dei suoi correttivi”. Di conseguenza, gli occidentali per evitare di continuare a rimanere vittime delle illusioni che possono originare dal retaggio culturale del proprio passato, devono, oggi, realisticamente fare i conti con quanto pensa la maggior parte dell’umanità, cioè che non esiste “un unico modello per organizzare la società”.

Tuttavia, osserva Luce, la minaccia più seria alla sopravvivenza del liberalismo occidentale, non arriva dall’esterno, ma dal suo stesso interno. La continua crescita dei movimenti sovranisti nei Paesi di antica tradizione democratica, al di là e al di qua dell’Atlantico, non è la vera causa della crisi del liberalismo democratico; lo è invece – a parere di Luce – il fatto che i liberali, accettando, all’indomani della fine della Guerra Fredda, il racconto di Fukuyama sulla fine della storia e sull’allargamento oltre ogni limite conveniente delle libertà individuali, abbiano condiviso l’attuazione di politiche sociali fondate sull’assunto che la società fosse “meno della somma delle sue parti”; ciò ha comportato lo smarrimento del senso delle dimensione solidaristica della società, su cui è se,ore stata basata “l’essenza stessa del contratto sociale occidentale”. Il consolidarsi di questa situazione permissiva ha finito col compromettere seriamente la possibilità di salvare le tradizioni del liberalismo occidentale.

Ciò è accaduto, sostiene Luce, perché alle élite è mancata “una visione chiara di cosa sia andato storto” e di cosa esse avrebbero dovuto fare per conformare le società liberal-democratiche ai valori del mondo nato dopo il 1989; conseguentemente, sin tanto che gli establishment occidentali non riusciranno a capire cosa abbia realmente colpito le società liberal-democratiche dopo la dine della Guerra Fredda, “avranno poche possibilità di salvare il liberalismo da sé stesso”. Per aumentare le possibilità di un improbabile salvataggio delle tradizioni liberali dell’Occidente, occorrerebbe – secondo l’editorialista del Finacial Time – che gli establishment dominanti promuovessero la fondazione di un nuovo patto sociale, nella consapevolezza che la crisi delle società liberal-democratiche sia di natura politica; ragione, questa, che richiede una soluzione cercata all’di là dell’economia.

Ciò che si richiede, dunque, è un nuovo patto sociale che “tragga dalle disgrazie immeritate” i gruppi più deboli ed inckuda, ad esempio; l’assistenza sanitaria universale volta ad assicurare una protezione di base “contro le incertezze di un mercato del lavoro sempre più instabile”; l’approvazione di leggi sull’immigrazione aperte all’accoglimento, ma rafforzate e tali da garantire che l’accoglienza sia resa compatibile con gli interessi delle collettività ospitanti; la semplificazione del sistema fiscale, strutturato in modo tale da “tassare le cose dannose, come le emissioni di carbonio, e non le cose buone, come i posti di lavoro; il lancio di “Piani Marshall” per la riqualificazione delle classi medie, della democrazia rappresentativa e l’attenuazione della “morsa letale del denaro sul processo legislativo”.

Luce è consapevole che i provvedimenti da lui sommariamente indicati sono autoevidenti e largamente incompleti; in ogni caso, quali che siano le soluzioni che gli establishment dominanti vorranno adottare per contrastare la crisi del liberalismo occidentale, essi (gli establishment) dovranno prioritariamente convincere i “ricchi” della necessità di uscire dal loro isolamento e dell’inutilità del loro barricarsi all’interno dell’illusoria protezione fornita dalla ricchezza. I “ricchi”, se vorranno salvare il liberalismo occidentale, dovranno resistere alla tentazione di continuare le loro vite confortevoli e di pensare che basti dichiararsi d’accordo sul nuovo patto sociale, senza essere chiamati a sopportare qualche onere.

La conclusione della narrazione di Luce sul tramonto dell’Occidente non esclude che gli establishment dominanti possano rendersi conto della gravosità dei problemi che sono chiamati a risolvere. Se ciò avverrà, l’Occidente potrà “riguadagnare il proprio ottimismo”; nel caso contrario, se i movimenti populisti e sovranisti continueranno a conservarsi forti sul piano elettorale, la liberal-democrazia dei Paesi occidentali potrebbe non riuscire a “reggere il colpo”, in quanto guidati da establishment privi di fiducia nelle proprie tradizioni e portati a consolarsi col ricordo di un’età dell’oro ormai irrecuperabile. Se ciò accadesse realmente, e i segni premonitori non mancano, significherebbe che l’Occidente smetterebbe di pensare al futuro; per cui diventerebbe certa la perdita irreversibile della forza dinamica che esso, non più sorretto dalla forza vitale del passato, ha potuto trarre dal liberalismo democratico.

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