Immigrazione: in vigore il decreto “Paesi sicuri”. A rischio le richieste di asilo

16 Novembre 2019

I ministri Di Maio e Larmogese

[Fabio Piu]

Il 4 ottobre 2019 è stato promulgato dal Ministero degli affari esteri, di concerto con il Ministero dell’interno e il Ministero della giustizia, il decreto ministeriale cosiddetto “Paesi sicuri”, con il quale vengono individuati tredici Paesi che, nell’ambito dell’esame della richiesta di protezione internazionale, sono considerati sicuri dall’Italia.

L’entusiasmo dei ministri firmatari, che trova origine – come possiamo leggere dalle cronache dei giorni – nell’aver portato a casa dei fatti importanti, e in particolare una sensibile riduzione dei tempi per la decisione dello status dei richiedenti, si è scontrato però con la reazione da parte di associazioni, società civile e mondo politico.
A stridere agli occhi di chi critica tale decreto è la lista stessa dei Paesi definiti sicuri: Algeria, Albania, Bosnia-Erzegovina, Capo Verde, Ghana, Kosovo, Macedonia del Nord, Marocco, Montenegro, Senegal, Serbia, Tunisia e Ucraina (art. 1).

Come denunciato dalle associazioni, prime fra tutte Il Grande Colibrì, Certi Diritti e Renzo e Lucio, nella redazione del decreto non sono stati considerati i contesti specifici e le legislazioni dei Paesi elencati, in cui spesso sono invece presenti gravi violazioni dei diritti umani nei confronti di alcune categorie sensibili, che però non vengono citate nel documento e quindi non sono considerate eccezioni nella sua attuazione.

Particolarmente grave è l’inversione dell’onere della prova, per cui, qualora il richiedente dovesse provenire da uno dei Paesi in questione, spetterà a lui dimostrare, pena l’immediato rifiuto, di avere i requisiti per vedere accettata la sua richiesta. Ciò in un lasso di tempo molto ristretto, ulteriore elemento che rende questo esercizio molto difficoltoso, specialmente nei casi di persone appartenenti alla comunità LGBT+ che, provenendo da ambienti e contesti repressivi e violenti, sovente non hanno alcuna prova da fornire e, soprattutto, necessitano anche di lunghi periodi per instaurare un rapporto di reciproca fiducia con la commissione esaminatrice.

È evidente che, nella redazione di un documento di tale importanza e delicatezza, si sarebbe dovuta prestare maggiore attenzione alle analisi delle realtà sociali e legislative dei Paesi elencati. In particolare, in cinque di questi (Algeria, Ghana, Marocco, Senegal, Tunisia) i rapporti tra persone dello stesso sesso sono illegali e puniti anche con pene detentive fino ai tre anni di carcere (in Senegal fino a cinque). In tutti, la comunità LGBT+ è vittima di minacce, violenze e persecuzioni, come dimostrano numerosi studi e rapporti di associazioni che operano per la difesa dei diritti umani.
Si va dai Paesi in cui sono i codici penali a condannare i rapporti omosessuali, a quelli in cui sono invece il sentire comune e la società a operare da agenti persecutori, con frequenti aggressioni, minacce e retate della polizia nei locali LGBT+ (come accaduto nella notte tra il 20 e 21 aprile 2019 in un club ucraino). Più in generale, nei suddetti Paesi le persone appartenenti alla comunità LGBT+ sono costrette a reprimere e nascondere il proprio orientamento sessuale e/o identità di genere, per non mettere a rischio la propria incolumità e la propria stabilità affettiva e lavorativa. Si tratta di situazioni che sono fortemente lesive dei diritti umani e che comportano gravissime ripercussioni sulla salute psico-fisica degli individui e sulle loro libertà.

Con il decreto “Paesi sicuri” si rischia dunque di negare asilo a persone vittime di tratta e persecuzioni, che dovrebbero invece godere di tale diritto così come previsto anche dalla nostra Costituzione che, all’articolo 10, ci ricorda che ogni straniero che, nel suo Paese d’origine, non gode delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto all’asilo nella nostra Repubblica.

I ministri Di Maio e Bonafede e la ministra Larmogese saranno destinatari di una interrogazione parlamentare da parte di Riccardo Magi (Più Europa), Laura Boldrini e Lia Quartapelle (Partito Democratico) e Gennaro Migliore (Italia Viva).

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