La Sardegna? Una terra d’oltre mare

16 Novembre 2012
Marco Ligas
L’arrivo nel Sulcis di due ministri e di un sottosegretario non è servito a rassicurare i lavoratori sempre più preoccupati per l’incertezza del loro futuro. Non c’era da dubitarne, conosciamo l’alterigia con cui questo governo affronta i problemi del paese e la noncuranza per i temi del lavoro. Tuttavia ha sorpreso il modo in cui questi ministri si sono comportati: hanno promesso investimenti, soprattutto con i soldi della Regione, per le infrastrutture, la ricerca e le energie pulite (che originalità di proposte!); hanno inoltre dichiarato la loro disponibilità per un bando internazionale di idee(!) perché credono nella concorrenza. Ma non hanno detto alcunché su come mantenere in attività il sistema industriale ormai al collasso o sul come sostituirlo.
Ci hanno preso in giro? Ebbene si, pare che non si siano confrontati nemmeno con le organizzazioni sindacali al completo, solo incontri separati. Hanno deciso da soli, sono venuti nell’isola, ci hanno informato delle loro scelte e sono andati via: se il neoliberismo si pratica a Roma, nelle aree d’oltre mare può andar bene il neocolonialismo. L’unica concessione ai lavoratori è stata qualche manganellata.
Nessuno dunque sembra responsabile di quel che succede nella nostra isola: né le classi dirigenti che governano il paese e la regione (entrambe non sanno e non vogliono porre un argine ai processi recessivi in atto), né il padronato che dopo aver danneggiato il territorio e impoverito le nostre popolazioni cerca altrove nuove occasioni di sfruttamento seguendo i canoni dell’economia neoliberista.
Eppure i dati della crisi sono allarmanti, li ha ricordati non senza preoccupazione il segretario regionale della Fiom Mariano Carboni in una recente assemblea. È bene ribadirli: la forza lavoro effettiva in tutta la Sardegna è di circa 713.000 unità; di queste oltre il 15% è disoccupata, altri 20.000 lavoratori sono già o sono in attesa di essere collocati in cassa integrazione o in mobilità; le imprese che hanno dichiarato lo stato di crisi sono oltre 1.900, si tratta di imprese di tutte le dimensioni, piccole, medie o grandi; 12.000 lavoratori hanno chiesto i sussidi straordinari regionali; 107.000 lavoratori hanno presentato varie domande di disoccupazione; il tasso di occupazione è sceso al 52% della forza lavoro potenziale; 350.000 persone, il 20% della popolazione sarda, vive al di sotto della soglia di povertà.
Da queste cifre emerge con chiarezza lo smembramento di tutto il comparto produttivo isolano. Intere filiere industriali sono scomparse o stanno per scomparire: sono quelle dell’alluminio, del tessile, del minerario/metallurgico, dei trasporti, delle costruzioni e delle telecomunicazioni, insomma tutta l’ossatura dell’ apparato industriale a cui bisogna aggiungere l’estrema debolezza del settore agro-pastorale.
C’è una causa fondamentale (certo non l’unica) che spiega la dimensione della crisi: l’inadeguatezza delle dotazioni infrastrutturali esistenti  in Sardegna che  non superano il 50% della media nazionale. Questa insufficienza non favorisce i nuovi investimenti e non consolida le attività produttive già esistenti nell’isola. Insomma non si può uscire dalla crisi e creare nuove opportunità di lavoro se non viene colmato il divario nel settore dei trasporti e in quello energetico e se non si interviene per il risanamento del territorio dopo i disastri commessi negli ultimi decenni.
La politica (il mondo politico) ha le sue responsabilità, questa critica è ricorrente nelle analisi sindacali e non è infondata. Le formazioni politiche che amministrano la Regione assumono costantemente atteggiamenti subalterni nei confronti del governo centrale. Fanno così sia perché i loro rappresentanti appartengono agli stessi schieramenti politici di chi governa a Roma e perciò non vogliono contrapporsi, sia perché considerano il ruolo di amministratori della cosa pubblica un’occasione per tutelare e accrescere i loro interessi privati.
Per queste ragioni bisogna diffidare dei “tavoli aperti” che ministri o assessori regionali propongono ai lavoratori per risolvere le vertenze. Sono tanti i tavoli aperti che si chiudono con un nulla di fatto, con un rinvio che prelude al blocco delle attività produttive e alla messa in cassa integrazione dei lavoratori. Il mondo politico ha dunque le sue responsabilità nel non dare le risposte ai problemi che derivano dalla crisi; va perciò contrastato in modo netto e articolato, sia a livello sindacale e sociale favorendo l’impegno delle componenti democratiche presenti nell’isola, sia a livello istituzionale negando qualsiasi sostegno elettorale a chi pratica la demagogia e il populismo.
Ma non è certo inopportuna una valutazione critica su quel che fa il padronato di cui  si sottovaluta il carattere predatorio: quanti imprenditori sono venuti nell’isola col solo scopo di appropriarsi del denaro pubblico elargito dalla nostra Regione con estrema generosità, e quanti di questi imprenditori hanno promosso lo sviluppo dell’isola rispettando i diritti dei lavoratori e l’ambiente dove hanno operato?  Sono ben pochi: assai più numerosi sono coloro che hanno eluso gli accordi contrattuali e quelli che hanno fatto uso degli appalti favorendo così la divisione fra i lavoratori e praticando il ricatto dei licenziamenti. La lotta per il rispetto dei diritti e della democrazia in fabbrica non è un di più che va garantito alle sole avanguardie operaie; questi diritti devono riguardare tutti i lavoratori perché quando vengono meno si creano le premesse della disgregazione sociale.

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