La sconfitta di Macomer e la fine di un sogno

30 Maggio 2023

Foto di Simone Sechi, sinxphotography, murale di Giulio Ledda

[Francesco Casula]

Martedì 20 maggio scorso ricorreva il 545° anniversario della sconfitta di Macomer, una data infausta per la Sardegna e i Sardi: con essa moriva infatti il sogno dell’Indipendenza.

   Nel 1478 l’esercito oristanese fu definitivamente sconfitto nella battaglia di Macomer. Leonardo dìAlagon, prima della disfatta, abbandonò il campo di battaglia e con i fratelli, i figli ed il visconte di Sanluri fuggì a Bosa da dove si imbarcò su una nave con l’intento di raggiungere la Corsica. A causa di un tradimento la nave invertì la rotta verso la Sicilia dove furono consegnati all’ammiraglio Villamarin il quale, anziché consegnarlo al viceré di Sicilia, li condusse a Barcellona. Successivamente Leonardo fu incarcerato nel castello valenzano di Xàtiva ove morì nel 1494.

   A descrivere minuziosamente i precedenti della battaglia che segnerà la definitiva e totale sconfitta di Arborea è Proto Arca Sardo (1), che riferisce e racconta l’esecuzione degli ordini (impartiti dal marchese attraverso una lettera) da parte del figlio Artale; il reclutamento di uomini dietro minaccia di morte, la raccolta delle armi, la partenza verso Macomer dove lo attende il padre con il resto della compagnia. Segue inoltre una parte in cui descrive l’arrivo di Artale a Macomer (avvenuto nella tarda sera del 18 di maggio), l’accoglienza affettuosa riservata a lui e ai suoi uomini da parte del marchese, la nottata trascorsa nell’organizzazione della battaglia, l’arrivo dell’alba e la disposizione dell’esercito.

   Ecco un passo:”Avevano appena terminato di cenare quando si diffuse la notizia che nei dintorni, in cima a una collina, era stato avvistato uno stendardo viceregio. Il panico prese tutti, ma non il marchese. Costui infatti immemore dell’incostanza della fortuna e convinto che le battaglie sarebbero state a lui sempre propizie, era certo della vittoria. Insieme ai fratelli si mise a studiare un piano per assaltare di notte l’accampamento dei nemici […]. I pareri sul da farsi erano discordi: secondo alcuni bisognava aspettare le mosse del nemico, secondo altri, invece,, aggredirlo di sorpresa. E su questo dibattito, si fece l’alba di quel martedì che decretò la fine della guerra e del marchesato. Ormai il viceré era lì, con l’esercito accampato a ridosso del paese e la battaglia non poteva più essere elusa” (2).

 La battaglia di Macomer nella prosa (latina) di Proto Arca Sardo

E battaglia fu: “Fu strage da entrambe le parti e ovunque effusione di sangue, in questo frangente furono proprio i Sardi a dare, da par loro, prova di grande valore in battaglia. Tuonarono terrificanti le urla dei combattenti, volarono saette e sassi, furono scagliate torce infuocate e palle di piombo; accecati ormai dal furore bellico. Non si curavano neanche più di scegliere il proprio bersaglio; tiravano in aria provocando nel cielo una violenta tempesta di dardi che poi precipitavano a pioggia, e ne cadeva una tale miriade che la polvere sollevata da terra a un certo punto oscurò completamente la scena, proprio come se su quella battaglia fossero calate le tenebre; neppure i soldati chiusi nell’ ammorsamento nemico si astenevano dall’usare le armi: con la lotta e col sangue tentavano disperatamente d’aprirsi un varco. Scudi in frantumi, corazze ed elmi passati dalle spade, petti trafitti, volti e membra coperti di sangue, mani e braccia amputate: si può dire, nessuno cadde in battaglia senza aver prima ferito di spada o aver ucciso qualcuno. E così in un sol giorno, i Sardi furono quasi sterminati dagli stessi Sardi: fra loro non vi era nessuno che non avesse la spada grondante di sangue.

   Dunque il viceré, per salvare in quel pericolosissimo frangente la sua prima schiera, condusse le altre coorti alle spalle della formazione del marchese e, senza che venisse dato alcun segnale di guerra la chiuse e l’assalì con audacia. Questa azione lasciò tutti sbigottiti, mentre la cavalleria colta di sorpresa, veniva sbaragliata. Quando il marchese si rese conto che la situazione era precipitata, perduta ormai ogni speranza di salvezza, si sottrasse al combattimento insieme ai fratelli, a due figli, don Antonio e don Giovanni, al visconte di Sanluri e a quei pochi che poterono seguirlo; e poiché avevano cavalli velocissimi, fuggirono a spron battuto guadagnando la libertà”(3).

Il significato storico della sconfitta di Leonardo d’Alagon

      La disfatta del marchese Leonardo è considerata come il definitivo fallimento dell’ultimo tentativo di ricostituire in Sardegna un’entità statale e nazionale indipendente. La successione dell’Alagon rappresentava un elemento di continuità del giudicato d’Arborea e questo non era gradito alla corona d’Aragona. Secondo il cronista catalano Geronimo Zurita, infatti, il sovrano aragonese non approvava che alla morte del marchese Salvatore Cubello, privo di eredi diretti, gli subentrasse il nipote, ritenuto dunque responsabile degli eventi bellici che si sarebbero verificati e della conseguente sconfitta(4).

      Dunque per riaffermare la propria supremazia nell’isola, alla corona si imponeva un’energica azione politica. “Sullo sfondo della vicenda marchionale appare perciò incontrastabile la volontà del sovrano d’Aragona e la ragion di stato che, con la sconfitta dell’ultimo erede della Casa d’Arborea e la conseguente soppressione degli ideali arborensi, vedeva avviato in Sardegna il proprio programma di assolutismo monarchico” (5)46.

   In sintonia del resto con l’accentramento e la centralizzazione del potere politico in atto anche in altri stati – come la Francia o l’Inghilterra – contro la disseminazione del potere feudale.

   Il proposito di Giovanni II d’Aragona è infatti quello di abolire ogni forma di politicità alternativa all’interno dei propri domini: specie, quando si tratta, come nel caso del marchese di Leonardo d’Alagon, di una “politicità” evocatrice di antiche libertà, autonomie e ideali indipendentistici di grande suggestione per i Sardi, ancora memori dell’età d’oro di Eleonora d’Arborea. Cui – non a caso – Leonardo d’Alagon, tendeva a ricollegarsi, (non dimentichiamo che era discendente, per parte di madre dai Giudizi d’Arborea), ponendosi non come uno dei tanti feudatari, magari ribelli al sovrano, ma un defensor des Sarts e dunque, un eroe nazionale desideroso di riscattare e liberare il proprio popolo dal dominio aragonese di un potente straniero.

   In ballo non vi è dunque l’infinito contenzioso e conflitto fra due feudatari (Alagon e Carroz) l’uno buono pur se incauto e il secondo malvagio ma abile, ma l’esigenza – da parte del sovrano aragonese – di costruire uno “stato moderno” che doveva necessariamente sacrificare ogni sogno autonomistico e ancor più la secolare e tenace speranza dell’indipendenza sarda.

Note Bibliografiche

1. Proto Arca sardo, De bello et interitu marchionis Oristanei, a cura di Maria Teresa Laneri, Ed. Centro di studi filologici sardi/CUEC, Cagliari 2003

2. Ibidem, pagine 68-69.

3. ibidem, pagine 81-83.

4. Mirella Scarpa Senes, La guerra e la disfattta del Marchese di Oristano, Edizioni Castello, Cagliari 1997. 

5. Ibidem pagina 66.

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