La terza via della sinistra tra nazionalismi e vecchie elite

1 dicembre 2018

Foto di Roberto Pili

[Alfonso Gianni]

La cosa peggiore che si potrebbe fare, e purtroppo al peggio non vi è mai fine, è considerare l’appuntamento elettorale europeo di fine maggio semplicemente come una delle occasioni per cercare di rimettere insieme la sinistra d’alternativa. Non che non ce ne sia bisogno. Anzi. Casomai sono i confini entro i quali questa sinistra si è rinsecchita ad essere troppo angusti. Ma perché in questo modo non si otterrebbe né di superare l’asticella del quorum né di dare continuità ad un progetto costituente. La questione va esattamente capovolta: ovvero quale è la posta in gioco nelle elezioni europee? Se e che cosa una sinistra radicale è in grado di proporre? Esiste una concreta alternativa di pensiero e di azione allo scontro che si presenta come dominante fra le vecchie elite ordoliberiste della Ue e i nazionalismi rampanti, intrisi di neofascismo e razzismo? Se guardiamo fuori dai nostri patri confini la risposta è senz’altro positiva, anche se non sufficiente. Vi è un Partito della sinistra europea, seppure composito, che a giorni lancerà un suo manifesto programmatico; un gruppo parlamentare europeo, il Gue, sperimentato in diverse battaglie; vi sono anche esperienze di governo, dalla Grecia al Portogallo, che pur tra compromessi, isolamenti e difficoltà dimostrano che linee alternative sono praticabili; appaiono movimenti in crescente politicizzazione e radicalizzazione; all’interno di storici partiti socialisti, come nel Labour inglese, la sinistra ha capovolto i rapporti di forza. Tutto questo non basterà per rovesciare le potenze e le linee dominanti nella Ue. Specialmente se dovesse stringersi il nuovo giro di vite che l’asse franco-tedesco vuole imprimere alla governance economica e quindi alla costituzione materiale della Ue – spinto anche dal riaffacciarsi del pericolo dell’esplosione di nuove bolle finanziarie e di nuovi tonfi nella recessione economica – e se, contemporaneamente – basti pensare ai venti di guerra nel Mar Nero – la sovrapposizione della Nato alla Ue sul suo lato est, non rischiasse di trascinare il continente in un’assurda ma non impossibile guerra.

Mantenere viva una linea di resistenza e di lotta nella Ue sarebbe già un grande risultato. A cui non può sottrarsi ciò che resta della sinistra radicale del nostro paese e soprattutto quello che emerge nei movimenti delle donne, dei giovani, in una sinistra diffusa priva di rappresentanza ma non ancora di esistenza. A questo mondo positivamente ostinato non può bastare la prospettiva di una disubbidienza civile alle torsioni crudelmente iperautoritarie del governo Salvini-Di Maio pur necessaria ed utile, soprattutto se praticata in modo organizzato. Ma assai peggio sarebbe l’affermarsi di una logica neofrontista dislocata su scala europea che voglia combattere i nazionalismi neofascisti e razzisti in nome del Trattato di Maastricht, che è una delle cause della loro diffusione. Non c’è salvezza senza mettere in moto un processo di trasformazione. Se l’Unione europea rimane incapsulata nello scontro tra ordoliberismi e nazionalismi, la sua fine è segnata. Non sarà sostituita dalle antiche patrie, ma lascerà sul campo popoli sfatti e impoveriti, l’un contro l’altro armati di odio e rancore. Né la soluzione sta nell’anticiparne la fine promuovendo l’esodo volontario e solitario.

Non si sfugge quindi all’elaborazione di un programma e di 8un percorso di lotta essenziali che abbiano al centro la riscrittura dei Trattati, a cominciare dalla non introduzione in essi di norme suicide come fiscal compact; la ridefinizione degli obiettivi sociali ed ecologici della politica economica europea, cui finalizzare gli indirizzi della Bce; l’avvio di un processo di democratizzazione che ponga con i piedi per terra il tema della costituzionalizzazione del processo europeo a partire dai diritti della persona, dall’apertura a e l’accoglimento di quella parte di umanità che Balibar definisce “gli erranti”; il superamento della Nato per garantire che l’Europa sia terreno di pace non solo al suo interno ma anche fuori dai suoi formali confini, in realtà retrattili o estendibili a seconda delle convenienze.

Il sindaco di Napoli, De Magistris ha proposto un’ assemblea nazionale per il primo dicembre nella capitale. I suoi contenuti e i suoi contorni richiedono ancora un lavoro di definizione. Vanno evitati perciò due errori speculari: concepirla come semplice occasione per traguardare all’ultimo momento una prova elettorale che peraltro ci attendeva da tempo, oppure pretendere che in pochi mesi si crei già una forza unitaria che garantisca il cammino non solo durante ma anche dopo la scadenza di maggio. Cosa auspicabile ma ora non predeterminabile. Meglio meno, ma meglio, verrebbe da dire, non per il fascino della citazione, ma per la convinzione che solo la forza delle idee ed una coerenza nel procedere possono fare giustizia di risibili rendite di posizione.

(Da il manifesto del 1° dicembre 2018)

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