Elezioni si, elezioni no

1 dicembre 2018
[Cristiano Sabino]

La meravigliosa canzone di Ricky Gianco “Compagno si, compagno no, compagno un caz” mi offre il carburante per affrontare questa scomoda quanto necessaria riflessione sulle elezioni regionali che si avvicinano inesorabilmente.

Possiamo risparmiarci la lunga carrellata di coalizioni e soggetti calati dall’alto, non ne vale la pena. Il dato di fatto è che in Sardegna esistono moltissimi zombies disposti a credere che le sorti dell’isola verranno risollevate da qualche big visto in TV. Al posto del vecchio adagio “furat chi benit dae su mare”, moltissimi sardi sono convinti del contrario: “sarbat chi benit dae su mare” e sono disposti a concedere linee di credito pressoché infinite a questo o quel simbolo italiano, purché non gli si chieda di assumersi le proprie responsabilità. A questo proposito ha ragione il professor Piliu quando, con il lucido cinismo che lo contraddistingue, sostiene che la stragrande maggioranza del popolo sardo si ribellerebbe al regime coloniale solo se Roma glielo ordinasse.

La maggior parte degli elettori sardi voterà in questa direzione: contro i disastri della giunta Pigliaru cadranno nella brace della Lega e dei 5S, oppure per esorcizzare un bis del governo statale giallo-verde si tureranno il naso e voteranno PD più liste accessorie. Non ci piace ma è così che andrà.

Veniamo brevemente al nostro campo, o meglio a quello che dovrebbe essere il nostro campo e vediamo se effettivamente lo è. Cosa abbiamo?

Partiamo dal Partito dei Sardi. Nominalmente questo piccolo partito di notabili dovrebbe essere indipendentista e dovrebbe difendere i diritti nazionali dei sardi. In pratica è l’unica lista civetta del PD rimasta in campo dopo l’espulsione dal Consiglio Regionale di IRS e la frantumazione dei Rossomori rimasti in Consiglio con un solo rappresentante. Il PDS in questi anni ha posto in essere una sapiente e cinica campagna acquisti che ha proiettato questo partito ben oltre il misero 2,66% raccattato alle regionali del 2014. Il PDS non ha mai staccato la spina alla maggioranza del centro sinistra permettendo di fatto – nonostante qualche fronda ribelle finalizzata a far chiasso sui media – alla Giunta più subalterna e vigliacca della storia autonomistica di galleggiare e completare la legislatura portando a compimento tutti gli obiettivi colonialistici prefissati.

Facciamo un riassuntivo per gli smemorati?

  • Potenziamento (Revamping) dell’inceneritore per rifiuti urbani di Tossilo (caso strano proprio Macomer, il feudo elettorale di Maninchedda). Addirittura la Regione aveva vinto il ricorso al Consiglio di Stato contro la sentenza del TAR Sardegna che dava ragione agli ambientalisti. Una vergogna senza fondo!
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  • Ratifica dell’occupazione militare con la sigla dell’accordo Esercito-Regione che per la prima volta nella storia della Sardegna impegna i sardi ad accettare l’occupazione militare della loro terra in cambio dell’utilizzo estivo di qualche spiaggetta. Una firma ignobile sulla destinazione bellica della nostra terra!
  • La vergognosa rinuncia al ricorso contro gli accantonamenti, quella tassa speciale per ripagare il debito statale italiano poi diventata ordinaria di circa 650 milioni di euro annui, in seguito all’accordo firmato tra l’assessore Paci e il Ministro Padoan. Stiamo parlando della rinuncia ad un ricorso contro un prelievo forzoso ai danni della Sardegna che lo stesso Pigliaru definisce profondamente ingiusto in nome di “una trattativa ferma e costante con lo Stato” che si è risolta con una presa in giro per il popolo sardo come ampiamente prevedibile.
  • Il vergognoso Piano di riordino della rete ospedaliera sarda, effetti delle politiche di Austerity della Spending Review dei governi Monti e Renzi che ha tagliato radicalmente i diritti alla salute in tutti i territori della Sardegna chiudendo una marea di importanti presidi ospedalieri a tutto beneficio della sanità privata e dell’operazione del Mater Olbia, l’ospedale privato di proprietà del Qatar che a dicembre aprirà i battenti.

Non è tutto ma sono le quattro iatture più compromettenti che mi sono venute in mente. Davanti a simili orrori il PDS che ha fatto a parte abbaiare alla luna per avere sempre un posto al solo nei media sardi? Ha continuato a sostenere la Maggioranza. Lo slogan del PDS è “Facciamo lo Stato!”. Lo Stato non lo abbiamo, ma in questi quattro anni di governo PD-PDS abbiamo detto si all’occupazione militare, perso una marea di soldi a beneficio dello Stato in salsa sceriffo di Nottingham, demolito la sanità pubblica e umiliato gli ambientalisti che difendevano il loro territorio dalla prospettiva di diventare l’inceneritore d’Europa.

Ora questo “partito” (le virgolette sono d’obbligo, perché più che di un partito si tratta di uno strumento clientelare di un signore feudale e del suo vassallo) parallelamente all’opera di sostegno della colonizzazione più efferata, si diverte a compilare articoletti da quattro soldi su un blog infarciti di retorica ribelle e patriottarda, a scrivere improbabili costituzioni e a lanciare primarie con la “s” finale (così sembrano un pò sarde) e gaglioffi referendum per stabilire se la nazione sarda esista o meno.

Se siete persone libere, non sottomesse e soprattutto se non dovete niente a nessuno, astenetevi dal votare questi masnadieri che si meritano solo di scomparire nel dimenticatoio della storia sarda.

Veniamo alla lista di Autodeterminatzione. Non mi piace dire “te l’avevo detto”, la trovo una sicumera paternalista. Però non posso non ricordare quanto scrivevo il 9 febbrario 2018. Lo so che fa comodo il fiume eracliteo dove tutto scorre e nulla si ricorda (Eraclito se avesse avuto facebook avrebbe parlato meno di fiumi e più di time-line), però qui si va di elezione in elezione, si prendono granchi colossali e si collezionano sconfitte e non si fa mai i conti con i propri errori in una eterna rincorsa alla propria autoassoluzione, cioè all’autoassoluzione delle sigle indipendentiste o similia e dei loro leaders. Faccio un respiro e mi cito, se non fosse davvero importante lo eviterei. Su Autodeterminazione dicevo due cose:

  • Nel corso del tempo ho maturato l’idea che proprio il momento elettorale è quello peggiore per battezzare un progetto. Non c’è nulla di male, per carità ma credo che la fretta elettorale abbia sempre portato una incredibile sfiga agli indipendentisti e ai sardisti conseguenti, perché li hanno portati a fare spesso i conti senza l’oste e ad acuire tensioni interne subito sfociate in gravi crisi strutturali di progetto. Prova ne sia che tutti i partiti o cartelli sardocentrici usciti fuori dalle elezioni senza la tempra del percorso di maturazione politica si sono frantumati come un oggetto bagnato nell’azoto liquido (la mia è nel contempo una critica e un’autocritica).

  • C’è poi la questione della partecipazione popolare. Credo che un progetto unitario debba fondarsi sulla partecipazione dei tanti cittadini sardi che hanno nel corso degli ultimi anni maturato una sensibilità favorevole al diritto a decidere. Partecipazione popolare che dovrebbe essere la base di ogni programma di liberazione e che in effetti è l’unico antidoto alla creazione di una logica amico-nemico dove chi aderisce è ben accetto e chi invece avanza dubbi e domande è visto con fastidio.

 

 

Sul punto 1 cosa dire? Lo sfascio successivo alle elezioni statali e la fuoriuscita di due componenti (Sardos e Comunidades) e del portavoce che aveva rappresentato il progetto purtroppo ha dato corpo ai miei timori. Ma ormai si è in ballo, il danno è fatto e le elezioni regionali sono alle porte. Quindi facciamo pure finta di lasciar perdere il punto 1 e di farci andare bene il fatto che come al solito l’indipendentismo si ricorda di avviare processi unitari nel momento peggiore, cioè quello in cui affrontare le elezioni regionali senza prima aver costruito radicamento e aver condiviso pratiche di emancipazione.

Veniamo al punto 2 che è quello ora a mio avviso di maggiore attualità, ovvero la partecipazione popolare. Chiariamoci sul termine “partecipazione” perché esso non vuol dire “vieni ai miei incontri, dì quello che hai da dire, poi io faccio la sintesi”. C’è un problema di metodo grande come una casa. Infatti in Sardegna sono presenti lotte sociali, esperienze di resistenza, laboratori di emancipazione molto ben strutturati ed efficaci che hanno conseguito risultati importanti e raccolto forze significative. Non sto parlando di bruscolini o di gruppi social. A Foras, la Rete Sarda per la Sanità pubblica, la rete sarda dei comitati contro le speculazioni energetiche e le stesse battaglie di Caminera Noa contro lo sfruttamento sul lavoro precario e per allargare la cittadinanza (solo per fare alcuni esempi) sono realtà di fatto che una forza con l’ambizione di costruire una alternativa al sistema coloniale (se questa è la volontà) non può e non deve ignorare.

A questo proposito sono usciti due appelli con dei punti in comune. Il primo è quello di Caminera Noa uscito il 30 ottobre scorso. Caminera Noa – si legge nel documento – è orientata a sostenere con tutte le sue forze una lista amica dei conflitti sociali e politici in Sardegna. La risposta alla domanda: “i conflitti sociali e politici in atto in Sardegna avranno solo nemici alle prossime regionali?” è di vitale importanza. È necessario aprire a tutte le realtà di lotta che si stanno muovendo in Sardegna (oltre a Caminera Noa anche A Foras, Rete Sarda sanità pubblica, Comitato No Metano, rete dei comitati sardi, ecc.). Aprire non vuol dire dichiarare “entrate nel nostro progetto, con le nostre regole, con le nostre decisioni”, bensì significa creare uno spazio pubblico di libero confronto ad ampio spettro, paritario su tutto ciò che le parti dialoganti riterranno opportuno. Le lotte, i conflitti, le vertenze, le progettualità di liberazione, salvaguardia e emancipazione attualmente in atto in Sardegna non possono essere accessori elettorali ma devono essere motore e propulsione per ogni progetto che si intenda di reale autodeterminazione.

Esiste una proposta elettorale che abbia la volontà di coinvolgere le lotte e le resistenze in maniera paritaria e non strumentale?

Finora purtroppo bisogna rispondere in maniera negativa a questa domanda, perché la lista Autodeterminatzione (l’unica lista dichiaratamente in campo che potenzialmente potrebbe rispondere in maniera positiva a questa proposta) tace su questo fronte e contemporaneamente sta aprendo linee di confronto con strutture e personalità direttamente mutuate dal mondo coloniale (Confindustria e Coldiretti e tutto un personale politico legato all’ex governatore regionale, nonché europarlamentare del PD e fino a poco tempo fa segretario regionale del PD Renato Soru).

C’è da augurarsi che oltre a stabilire linee di interlocuzione con settori politici ed economici legati al colonialismo, Autodeterminatzione apra un confronto paritario, sincero e non di circostanza con chi esprime conflitto, resistenza alternativa politica in Sardegna. Altrimenti vedo molto difficile la firma di un assegno in bianco da parte di tutto quel mondo che per anni ha garantito l’unica reale opposizione alla banda Pigliaru-Paci-Maninchedda.

Veniamo ora alla vera questione di tutta la faccenda e cioè la sparizione della sinistra indipendentista e di classe dalla scena politica sarda. La denuncia arriva forte e chiara dall’accorato appello di Claudia Zuncheddu di cui cito almeno il nocciolo politico:

Le lotte, la sofferenza dei territori e le aspettative di noi sardi non possono essere subordinate a iniziative elettorali di chicchessia, così come i movimenti identitari e indipendentisti non possono presentarsi ancora una volta deboli, divisi e distanti dalle lotte. L’unico cambiamento possibile oggi è in una federazione che a partire dalle rivendicazioni delle comunità accolga i movimenti identitari, indipendentisti, progressisti, ambientalisti, anticolonialisti, dei diritti civili, antimilitaristi, di singoli cittadini ed intellettuali che si sono contrapposti alle politiche coloniali di espropriazione ed impoverimento delle nostre risorse promosse oggi dal centro sinistra e ieri del centro destra.

Il punto politico Claudia lo centra in pieno: con tutta probabilità mancherà all’appello delle prossime elezioni regionali una proposta di rottura, nata dalle lotte e dalle resistenze che pure proliferano in Sardegna, per sintetizzarle e darle voce. I mille rivoli della sinistra comunista e antagonista italiana presenti in Sardegna ancora troppo timidi o silenti sulla questione dell’autodeterminazione nazionale, la timidezza e spesso l’autoreferzialità di molti movimenti bravissimi nel fare pressione e nel diventare fucina politica, ma assenti nel momento della responsabilità e della finalizzazione e l’ancora troppo giovane esperienza di Caminera Noa, determinano tutto questo.

Ora io non so se l’appello di Claudia verrà raccolto e io stesso sono scettico sui tempi, ma il tema politico ormai è in agenda: la ricostruzione di una sinistra sarda nata e viva nei conflitti e nelle resistenze e capace di assumersi le sue responsabilità. Voltare la faccia o sminuire il problema non serve a nessuno. E i problemi, quelli veri, o li si risolve o ti divorano.

 

 

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