L’arte di abbandonare i lavoratori

16 Marzo 2013
Eleonora Di Marino
Un 8 marzo particolare per il Sulcis, o almeno per i 54 operai Rockwool che hanno visto la firma dell’accordo che ne prevede il reinserimento nella società Ati Ifras, attiva nelle otto aree del Parco Geominerario. La società si occupa delle bonifiche e della messa in sicurezza delle zone minerarie dismesse, «incentivando la realizzazione di opere e infrastrutture che consentono di migliorare la fruibilità dei siti, la valorizzazione e il loro pieno inserimento nel sistema “Parco” con la creazione di una rete che valorizzi reciprocamente le zone interne e costiere dell’Isola». Una società che occupa circa 500 ex minatori, e che accoglie i 54 lavoratori Rockwool.
Il passaggio alla società per le bonifiche Ati Ifras anziché all’interno della Carbosulcis è la dimostrazione di una svolta obbligata verso il superamento di uno sviluppo fondato prima sulla miniera e poi su una forma di industria estremamente inquinante che mina la tutela del territorio e la salute dei suoi abitanti. Oggi abbiamo in eredità centinaia di cassintegrati e milioni di tonnellate di fanghi velenosi che precludono uno sviluppo sostenibile basato sul ricchissimo patrimonio del Sulcis .
Comunque non tutti sanno che la vertenza Rockwool non può considerarsi risolta  sino a quando, almeno, anche i lavoratori somministrati non otterranno la tutela che gli spetta.
Sono 21, hanno operato per dieci anni, con contratto chimico piccola e media impresa, tramite un’azienda di fornitura lavoro (Manpower Cagliari), in Rockwool Italia, sino alla chiusura ed alla delocalizzazione. Una forza lavoro mai stabilizzata e, a differenza dei lavoratori diretti, senza nessun riferimento sindacale. Particolare non trascurabile, se si considera che oltre alla mancanza di tutele quando ancora in fabbrica ( l’esclusione dai premi produzione, ora mensile di assemblea negata, episodi di mobbing) questi lavoratori hanno dovuto far fronte alla totale cancellazione dalla vertenza una volta fuori.
Per questo hanno deciso di prendere il nome di “Invisibili della questione Rockwool”: uno stato che condividono con molti interinali, che in più di un caso si autodefiniscono “lavoratori di serie B”. Una condizione che condividono anche con tutti i disoccupati, con chi vive di lavoretti alla giornata, magari sottopagati ed in nero, quegli “invisibili” non inseriti in nessuna vertenza, non beneficiari di nessuna cassaintegrazione, non al centro di accordi o di passaggi mediatici: i più deboli tra i deboli.
Eppure, per i 21 somministrati Rockwool, sarebbe dovuta andare diversamente: negli accordi istituzionali sottoscritti (art. 2 e 3, accordo istituzionale 6 ottobre 2009, che potete trovare online qui: http://www.cislcagliari.it/uploaded_files/news/1220/file.pdf), veniva specificato che la Regione e le organizzazioni firmatarie degli accordi si sarebbero impegnate nella riqualificazione professionale e reinserimento dei lavoratori, sia in prospettiva dell’attuazione dei singoli piani industriali, sia per le altre iniziative di investimento previste nei diversi territori (vedi bonifiche ambientali e Piano Sulcis). Tutto ciò gli è stato negato, compreso il corso per le bonifiche di cui hanno fruito solo gli ex lavoratori diretti Rockwool, seppure di diritto anche dei somministrati, inseriti allo stesso modo nella linea di intervento 2, cioè “azioni di formazione per le iniziative del territorio”.
Oltre alla mancanza, in questi anni, di una qualsiasi rappresentanza sindacale che portasse avanti i loro diritti, gli Invisibili hanno dovuto far fronte ad affermazioni come “non possiamo creare un precedente” e lottare contro un convinto ostruzionismo da parte dell’Assessore all’Industria della Regione Alessandra Zedda, che, raccontano, «ha sempre rifiutato in malo modo di incontrarci». La Zedda aveva infatti dichiarato, alla fine dello scorso gennaio,  che «gli interinali sono esclusi dall’accordo perché il loro reinserimento, non essendo mai stati dipendenti, è precluso dalla normativa che disciplina il lavoro interinale»: questo non solo in evidente contrasto con l’accordo firmato e chissà perché accantonato, non preso in considerazione, ma anche asserendo, in questo modo, un qualche (inesistente) divieto alla riassunzione degli interinali. Una settimana dopo, l’Assessore al Lavoro Antonello Liori firmava l’Accordo quadro per l’attuazione del Piano Sulcis relativo ai lavoratori dell’indotto di Alcoa.
Ad oggi, la situazione dei lavoratori è drammatica: la mobilità, di soli 380 euro, che sarebbe dovuta arrivare sino a giugno, non viene erogata da dicembre. Intanto, aspettano una risposta dalla politica: un dialogo aperto con i capigruppo alla Regione, rallentato prima dalle elezioni e poi dal rimpasto della giunta, ha portato alla possibilità di una variazione in bilancio, che vedrebbe l’aggiunta di 700 mila euro ai soldi già stanziati all’Ati Ifras per i 54 lavoratori diretti, ottenendo così la ricollocazione degli Invisibili.

In caso contrario? «Saremo la loro spina nel fianco».

2 Commenti a “L’arte di abbandonare i lavoratori”

  1. Giacomo Oggiano scrive:

    Se ce ne fosse stato bisogno , questa è la conferma che le agenzie di lavoro interinale vanno abolite o, comunque, andrebbe drasticamente regolamentato il loro campo d’azione.

  2. Alessandro Zoboli scrive:

    Appartengo agli Ex Interinali Alcoa……dico solo una cosa: il lavoro interinale ,per cio’ che e’ diventato oggi, e’ uno dei piu’ alti esempi di fallimento socio/politico nonche’ un terrificante limbo…..tutto cio’ che e’ stato LOTTA PER I DIRITTI DEL LAVORO e’ stato distrutto……

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