Le radici del progetto secessionista

10 Luglio 2019
[Alfonso Gianni]

Ora che l’ansia da procedura d’infrazione è venuta meno, al prezzo di una manovra correttiva intorno agli 8 miliardi mascherata da assestamento di bilancio, la maggioranza pentaleghista vuole concentrare tutti i suoi sforzi sull’autonomia regionale differenziata.

Per la verità Salvini ha promesso che si farà anche la flat tax, ma questa appare meno probabile ed imminente, visto che il governo si è legato le mani a Bruxelles  fino al 2020. Per l’autonomia regionale invece la “strada è tutta in discesa” ha dichiarato il capo della Lega, mentre tra i più scalpitanti si segnala il presidente  dell’Emilia Romagna, il piddino Stefano Bonaccini. La posta in gioco è alta e decisiva. Ne va della coesione politica, civile e sociale del nostro paese. E purtroppo non è un’idea balzana dell’ultimo momento, ma un progetto lungamente covato a livello internazionale e dotato di basi economiche. Se ne comincia a parlare con insistenza  negli anni novanta. Il punto di riferimento teorico viene fornito da un fortunato studio di Kenichi Ohmae, un Senior Partner della McKinsey & Company, la più autorevole multinazionale di consulenza strategica. Ohmae prende di petto la previsione della fine della storia avanzata da Francis Fukuyama e la ribalta completamente. Si sono appena conclusi “millenni di oscurità” e una nuova generazione chiede per sé e i propri figli un’esistenza migliore. Ma a chi rivolgere una simile domanda? Non agli Stati-nazione, in evidente crisi e mutazione di ruolo, ma a quelle “unità omogenee di business” che sono rappresentate da una nuova dimensione: gli Stati-regione, destinati a collegarsi tra loro del tutto indipendentemente dai vecchi confini statuali. L’Italia è un caso di specie, così come la Spagna per la persistenza della irrisolta questione catalana. “Che senso ha – si chiede Ohmae – pensare all’Italia come un’entità economica coerente all’interno della Ue?” Non esiste un’Italia media, dal momento che il Mezzogiorno è profondamente diverso dal Nord, il quale è più in sintonia  economica con le regioni più sviluppate e produttive d’Europa.

Infatti sempre intorno alla metà degli anni novanta in Germania prende forma il famoso piano presentato da due deputati della Cdu/Csu, Wolfgang Schauble e Karl Lamers, il primo destinato alla luminosa carriera che sappiamo. Si predica la necessità di una Kernel Europa, cioè di un nucleo duro attorno al quale gli altri dovrebbero ruotare come satelliti in funzione servente. Il progetto troverà lungo il tempo varie declinazioni attorno al tema dell’Europa a due velocità baricentrata sull’asse franco-tedesco. Ma il passo dell’economia è più veloce di quello delle istituzioni. E’ in particolare la Germania a creare un bacino produttivo allargato di cui essa è il centro, costituito da paesi o da parte di essi.

Non è un caso che le tre regioni italiane più interessate alla “secessione dei ricchi” siano Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna. Sono le regioni, in particolare le prime due, che hanno maggiore capacità esportativa, sia nel conteso nazionale che internazionale e che possono vantare un’economia fortemente integrata a livelli europei, in particolare la terza, nel settore dell’automotive, è ormai un segmento dell’articolato sistema produttivo  tedesco.

La grande crisi economica, i fenomeni di  rallentamento della globalizzazione, se non di inversione per alcuni aspetti con il ritorno al protezionismo da un lato, e  dall’altro le mutazioni nella formazione della catena del valore, l’imporsi del capitalismo estrattivo,  delle piattaforma e della sorveglianza, delle trasformazioni del loro sistema di governance, imprimono un’accelerazione a disegni autonomistici e secessionisti, che dà ragione dell’urgenza con cui le classi dirigenti del nostro paese spingono in questa direzione. E spiegano ancora meglio perché di tratta di secessione dei ricchi e niente altro, cosicché pensare di fronteggiarla inseguendo progetti autonomistici per il sud o altre regioni significa fare esattamente il suo gioco.

Del resto la Lega non lo nasconde. Francesco Speroni intervistato da Gad Lerner ristabilisce una linea di continuità fra Bossi e Salvini: l’autonomia. La Lega, formatasi sempre in quei maledetti  anni novanta, predicava la secessione, ma non aveva la forza di attuarla. Ora, dice Speroni, “abbiamo scelto un’altra strada per raggiungere l’autonomia che si sta rivelando vincente”. Speriamo che si sbagli. A giudicare dalle tante iniziative, come quella dell’assemblea nazionale tenutasi al liceo Tasso a Roma, nonché quelle del Coordinamento nazionale per la democrazia costituzionale, si sta rimettendo in moto una buona parte del paese che nel nome dell’uguaglianza dei diritti, sociali, economici e civili e non di un vuoto nazionalismo, non accetta secessioni di sorta.

[Da Il manifesto]

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