Le scarpe dei matti e il lavoro politico

11 Novembre 2019
[Roberto Loddo]

“Le scarpe dei matti” di Antonio Esposito (Ad est dell’equatore) rappresenta prima di tutto un lavoro politico. Uno strumento collettivo di lotta politica che con uno sguardo rivolto verso il presente ricostruisce la storia di uno straordinario universo di voci che si sono opposte alla violenza del manicomio. Questo libro è un lavoro di ricerca che parte dai seminterrati e i depositi sotterranei più nascosti del manicomio di Aversa in cui la luce delle torce ha illuminato decine e decine di scarpe accatastate, impolverate, rotte e mangiate dai topi, scarpe senza lacci, perché i lacci erano vietati in manicomio.

In queste pagine che accolgono le storie chi ha portato le scarpe dei matti, sono contenute anche le parole che hanno provato a recuperare i lacci. Sono parole che ci parlano di tutte le forme della stigmatizzazione, dell’esclusione e della deprivazione che hanno vissuto i legittimi proprietari di quelle scarpe illuminate dalla ricerca di Antonio Esposito. Questo lavoro inizia da qui, dalle scarpe delle persone sbagliate, delle persone che con l’ingresso nel manicomio sono state escluse, allontanate dagli altri esseri umani e nascoste dalla società, sono scarpe che ricordano le migliaia di scarpe accatastate nei campi di concentramento nazisti e ci riportano ad immagini drammatiche e dolorose.

“Le scarpe dei matti” inizia con la prefazione* di una persona preziosa per la storia dell’Associazione sarda per l’attuazione della riforma psichiatrica e del movimento di liberazione basagliano, la psichiatra femminista e libertaria Assunta Signorelli. Assunta con la lettura degli enormi faldoni che contenevano le cartelle degli internati nei manicomi descrive il meccanismo perverso dell’allontanamento dai diritti civili di coloro che abitavano il manicomio. Persone che non erano orientate alla cura e alla guarigione perché non avevano il diritto di guarire. Perché il manicomio per Assunta rappresentava l’azione più visibile di un processo di disumanizzazione in cui la persona ricoverata si trasformava in una “non persona”.

Ogni gesto, parola e azione degli imprigionati segnavano il grado di adattamento della loro presenza nell’istituzione totale del manicomio. Il prima e il dopo non interessa più, il corpo non diventa più centrale e fondamentale per la psichiatria perché è un corpo che scompare tra i padiglioni del manicomio. Corpi ammassati e privati della dignità che scomparivano con il manicomio e oggi continuano a scomparire senza il manicomio, con le pratiche manicomiali e segreganti di certa psichiatria volutamente complice della mancata attuazione della riforma 180.

Se i corpi scompaiono non guariscono, perché come scrive Assunta, la guarigione è un percorso complesso in cui la persona deve partecipare attivamente. Sono belle le parole con cui Assunta conclude il suo contributo, perché ci indica una direzione denunciando la tendenza istituzionale alla cronicizzazione infinita e alla costruzione di luoghi in cui mettere e custodire le persone. La liberazione delle cattive pratiche passa per distruzione della cronicizzazione e il mantenimento del legame con il passato delle persone che vivono esperienze di sofferenza, con la loro esperienza sociale e relazionale, il vivere la malattia come un passaggio anche doloroso ma che fa parte della propria storia di vita può essere la direzione giusta per costruire una salute mentale dal volto umano.

Le scarpe dei matti parte da lontano, da l’epoca d’oro dell’alienismo italiano come la definì Giacanelli, da questa esigenza della psichiatria italiana dei primi del ‘900 di difendere la società della neonata Italia unitaria dai folli, garantendo ordine pubblico e decoro. È da qui che inizia la storia dei primi manicomi, luoghi caratterizzati da urla di dolore e sporcizia che utilizzavano mezzi di coercizione che superavano ogni immaginazione possibile e in cui la violenza e la sopraffazione erano parte integrante del percorso di cura.

Il cammino verso la riforma è lungo e passa per le due guerre e il ì ventennio fascista. Il libro fotografa la psichiatria italiana negli anni trenta, anni in cui l’internamento veniva utilizzato come strumento politico per la repressione dell’opposizione politica e sociale e in cui la psichiatria complice del regime diventa protagonista di una deriva eugenetica e razzista.

Con la fine della seconda guerra mondiale, superato il fascismo permangono nella psichiatria della società postfascista approcci nella cura ancora degradanti e umilianti. C’è comunque un forte dibattito pubblico, e un importante lavoro di denuncia arriva dagli Stati Uniti con un libro e poi la sua declinazione cinematografica “La fossa dei serpenti” di cui la proiezione al Festival del Cinema di Venezia suscita ampio dibattito anche tra gli stessi psichiatri. Un dibattito mediatico sostenuto anche dalle prime organizzazioni dei familiari che è continuato con le ferite ancora aperte del manicomio dei bambini e con le torture e le violenze nel manicomio di Collegno.

La fine degli anni sessanta e l’inizio degli anni settanta sono caratterizzati da una grande vivacità ideologica e politica che sfocia con la significativa riforma del 1968, la riforma Mariotti. E sono tanti i contributi teorici che contaminano e influenzano la psichiatria. In Italia Franco Basaglia e Franca Ongaro Basaglia curano Crimini di pace, un libro che raccoglie esperienze e contributi di grandi intellettuali internazionali, un grande lavoro politico che cerca di destrutturale le istituzioni repressive non solo con la teoria ma con la pratica quotidiana della resistenza e delle azioni a difesa della dignità umana negli ospedali psichiatrici.

È in questo contesto storico e politico che partirà una rivoluzione che non è ancora finita. Il lavoro politico di Antonio Esposito è funzionale a ricordarci che la crudeltà delle istituzioni totali è riproducibile ovunque. Non solo nei luoghi della salute, ma nelle carceri, nelle galere per migranti, al lavoro e persino in famiglia. Per questo non basta definirci basagliani per restare umani. Non basta evidenziare le responsabilità storiche del manicomio per praticare le idee di Franca e Franco Basaglia nei servizi di salute mentale. Perché è necessario riconoscere il sopruso e la soppressione della dignità umana ovunque si riproducano le ideologie della violenza.

 

*Questo scritto è stato in origine destinato ad un altro lavoro ma è poi rimasto inedito. Pubblicato “come una prefazione” con il consenso di Ivana Cerato, figlia di Assunta Signorelli).

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