L’Islam secondo Mahmoud Asfa

1 novembre 2018
[Gianfranca Fois]

Di fronte all’islamofobia che invade l’Italia, interessata solo in tempi relativamente recenti dal fenomeno della migrazione e quindi della presenza di altre religioni e soprattutto della religione musulmana, vengono in mente le osservazioni di F. Jullien.

Il filosofo francese riflettendo sull’identità individua l’esigenza che le culture non si ripieghino compiacendosi sulle loro differenze ma anzi si rivolgano verso le altre culture, le altre lingue, le altre religioni, gli altri pensieri. Questo le spingerà a non smettere di rielaborarsi e quindi a cambiare, a restare vive. Il problema nasce però quando una società ha perso in gran parte la propria identità, i propri valori, la propria storia e rimangono solo slogan privi di senso, stereotipi, pregiudizi. Tra questi si fanno largo facilmente notizie false, scorrette, sommarie.

Se, a proposito di religione, ad esempio indaghiamo sulla conoscenza che i Cattolici hanno del Cristianesimo si rimane allibiti per la grande ignoranza anche degli aspetti più scontati. Non desta quindi meraviglia il risultato dell’esperimento fatto questa estate dal programma televisivo Le Iene che ha proposto brani della Bibbia presentandoli come se fossero del Corano. Gli intervistati non se ne sono accorti e quando si è palesata la verità o sono rimasti senza parole o hanno parlato di Bibbia manipolata.

Per conoscere o approfondire che cosa sia l’Islam può aiutare la lettura di un agile libretto presentato nei giorni scorsi in occasione della terza edizione della rassegna di intrecci culturali e letterari “Storie in trasformazione 2018, MutAzioni, raccontare il cambiamento” organizzata da una rete di associazioni culturali e del privato sociale con la collaborazione di editori regionali e nazionali. Il titolo è L’Islam nelle sfide della società moderna, l’autore è Mahmoud Asfa, palestinese nato in Giordania, con laurea in architettura in Italia, predicatore della preghiera del venerdì a Milano.

In Italia i Musulmani sono circa un milione e mezzo e formano la comunità religiosa più numerosa dopo la Cattolica. Spesso passa tra le persone l’equazione migranti musulmani mentre i dati dimostrano che poco più della metà di quanti arrivano nel nostro paese sono Cristiani. L’Islam poi è un mondo variegato perché i suoi seguaci non sono solo gli Arabi, anzi sono una minoranza, ma vivono in quasi tutti gli stati asiatici e africani senza contare le comunità nei paesi occidentali. E’quindi una religione che si declina diversamente nei vari paesi del mondo, pur avendo alcuni tratti fondamentali comuni, così come avviene per la religione cristiana.

Nel corso dell’incontro due sono stati gli aspetti della religione musulmana presi in considerazione da Asfa: le donne e la jihad. Si tratta in effetti di due argomenti su cui fanno leva gli islamofobi. Asfa premette che bisogna considerare il fatto che quegli stati che si definiscono islamici in realtà sono dittature che strumentalizzano il pensiero dell’Islam e difendono una cultura patriarcale. E infatti nel Corano le Sure non stabiliscono differenze tra uomo e donna. Così come la jihad è intesa come sforzo, sfida personale per superare sé stessi, per il proprio miglioramento spirituale e non come guerra santa, accezione che non compare nel Corano. Per quanto riguarda il rapporto fra le donne e l’Islam vorrei fare alcune considerazioni che mi sembrano importanti per approfondire l’argomento.

E’ necessario infatti sottolineare che a fianco al Corano propriamente detto esistono i Commenti, testi secondari che invece danno un’altra immagine delle donne, sottomesse, non più attive e intraprendenti ma spesso soggetti passivi sotto il controllo degli uomini. Sono concetti, questi ultimi, sorti quando l’Islam si propagò in tutto il Mediterraneo venendo a contatto con un’altra mentalità, nel contesto sociale dei paesi conquistati e quindi con la scarsa valorizzazione delle donne della cultura giudaico-cristiana, (rimando ad esempio alla differente lettura che la Bibbia e il Corano danno di due figure femminili: Eva e Hajar). Questo fenomeno è presente anche nel Cristianesimo che all’inizio aveva visto una forte presenza di donne con ruoli anche importanti ma che poi soprattutto per influsso giudaico aveva teso a emarginarle e ad assegnar loro posizioni poco significative.

Oggi perciò tra le fedeli musulmane si va sempre più diffondendo nel mondo, dai paesi scandinavi a Los Angeles e a New York e al Sudafrica, la convinzione che bisogna tornare a quanto effettivamente indicato da Maometto e quindi traduzione del Corano a opera di donne, preghiere e comunità guidate da donne, nello stesso tempo le donne musulmane si stanno impegnando a cambiare le regole della partecipazione femminile alla preghiera, alla vita religiosa per vivere “la religione nella contemporaneità, nella giustizia, nell’uguaglianza della Rivelazione”.

D’altra parte il simbolo dell’Islam è il Corano e il calamo che sta a significare, come dice Asma Lambaret che la religione deve spingere alla conoscenza e con essa alla ricerca di forme sempre nuove di libertà. Questo avviene in Occidente. Ma nei paesi così detti Islamici la posizione delle donne è certamente difficile anche se sin dalla fine del 1800 si sono diffusi, sia pure con lentezza, movimenti femministi che hanno lottato e lottano per imporre una diversa visione della donna e del suo ruolo, libera da imposizioni integraliste e patriarcali. Il mondo musulmano, chiarisce Asfa, ha ancora posizioni arretrate perché la colonizzazione ha distrutto, cancellato la cultura precedente e spesso anche la lingua. All’interno di molti di questi paesi gli studiosi che cercano di rinnovare l’Islam adattandolo alla modernità vengono censurati e talvolta incarcerati.

Insomma è tempo che anche in Italia si affronti la presenza sia di persone provenienti dal resto del mondo sia di religioni diverse da quella cattolica con realismo, trasparenza e con interventi che siano in linea con quanto prevede la Costituzione all’articolo 19: Tutti hanno diritto di professare liberamente la propria fede religiosa in qualsiasi forma, individuale o associata, di farne propaganda e di esercitarne in privato o in pubblico il culto, purché non si tratti di riti contrari al buon costume.

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