#LottoMarzo Una marea femminista

8 Marzo 2019
[Eleonora Forenza]

L’8 marzo, una marea femminista sparsa per tutta Italia e nel mondo, di cui anche quest’anno farò parte, solcherà le strade e riempirà le piazze. Una data simbolica e prorompente, per dire che il posizionamento femminista e transfemminista, con la loro specifica radicalità, è quello in grado di leggere le molteplici forme di discriminazioni, di dominio neoliberista che crea profitto da ogni dimensione della vita; di evidenziare la contemporaneità fra processi di femminilizzazione del lavoro di [email protected] e la riproduzione di disuguaglianze di genere nel processo produttivo e nella distribuzione del reddito.

Ho sostenuto e sostengo un reddito di autodeterminazione come misura immediatamente praticabile di contrasto al ricatto della precarietà e di lotta alla povertà. Una misura che miri a redistribuire le ricchezze, dopo che la crisi e le politiche di austerity hanno accresciuto le possibilità dei ricchi e consumato quelle delle classi medie. È in questo orizzonte che deve inserirsi un reddito di autodeterminazione.

Lo sciopero globale dell’8 marzo è anche un’occasione per denunciare il finto Reddito di cittadinanza che propone questo governo, e che affronta il problema della povertà su base familiare e con “norme anti-divano”.

Questo non è il reddito che hanno immaginato le donne, con i tavoli di lavoro di Non Una Di Meno, negli spazi femministi di ogni continente. Il reddito deve essere uno strumento di libertà: di decidere sulle proprie vite e sui propri corpi, di muoversi, di autogestire le relazioni al di fuori della famiglia tradizionale, di svincolarsi dal ricatto della precarietà.

Non abbiamo bisogno del reddito come rivendicazione neutra per un cittadino neutro, ma come diritto individuale connesso a una diversa idea di lavoro, di produzione e di società: un reddito, appunto, di autodeterminazione, ossia un diritto all’esistenza.

Se i diritti sono legati esclusivamente al lavoro, qualcuno potrà decidere di valorizzarne più uno che un altro, anche agganciando più a uno che all’altro tutele e diritti. D’altra parte, il reddito inteso come sola erogazione monetaria ci dirotta verso il rischio di ricadere in meccanismi tecnocratici e regole capitalistiche. Non può essere il denaro l’esclusiva possibilità di accesso alla comunità, anche se una redistribuzione delle ricchezze può essere uno strumento su cui costruire un terreno sociale e politico di lotte comuni, può creare le basi di un nuovo paradigma della cittadinanza basata non sui passaporti, ma sulla dignità dell’esistenza.

In quanto femministe, chiediamo un reddito per uscire da situazioni di violenza. Anche in questo si rende palese la necessità di una ricostruzione del vivere insieme, di un welfare collettivo e di un ripensamento della produzione e della riproduzione.

L’Europa si fonda sul dispositivo della frontiera e sul dispositivo del respingimento. La prospettiva e lo sguardo con cui attraverso l’esperienza da parlamentare in Europa, quella femminista, è quella che mi permette di superare queste trappole.

Da una prospettiva femminista non solo si possono pensare le politiche tutte, ma è anche possibile costruire un percorso di liberazione e di giustizia per tutte e tutti; attuare un percorso di rottura radicale del dispositivo della frontiera che fonda questa Unione Europea; lavorare alla realizzazione dell’autodeterminazione di donne, uomini e popoli.

Il salario minimo europeo e il reddito di autodeterminazione proposte nel Piano femminista contro la violenza di Non una di meno sono due proposte molto concrete, comprensibili, con cui si potrebbe scrivere un futuro diverso per questo continente.

L’8 marzo, con lo sciopero globale, non è solo una data di mobilitazione. È anche e soprattutto una data di progettazione.

[Da transform-italia.it]

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