Xenoi

30 Aprile 2012

Natalino Piras

Stranieri. Non è un problema su cui chiudere gli occhi. Tocca le ragioni del cuore. Questione politica e sostanzialmente economica. Classica la citazione dalle “Supplici” di Eschilo: “La lingua batte ingenerosa e svelta contro lo straniero”. Xenoi. Lo siamo noi sardi in Sardegna, espropriati, dalla Costa Smeralda al Salto di Quirra, da oriente a occidente. Una espropriazione che comporta la terra e la sua abitabilità, la rendita e la vivibilità, il guadagno individuale prima che comunitario, la gestione dei beni e la loro godibilità. In sintesi: essere cittadini a pieno diritto. Questo ci manca, la maturità del cittadino che ha saputo trarre vantaggi dal buon governo: una storica privazione. E ora questa nostra terra di cui non abbiamo pieno possesso si popola di altri stranieri, neri e rumeni soprattutto. Ma anche slavi, moldavi, russi poveri (i ricchi, sos meres de sa vodka, si sono comprati Porto Cervo e il suo sfrenato, osceno lusso), bielorussi, cinesi e altri extracomunitari. Lo diciamo anche in sardo, in una lingua che dobbiamo ancora verificare se batte veloce e ingenerosa contro lo straniero: sos extracomunitarios, is extracomunitarius.
Dire “sa rumena” significa qui da noi “badante” ma pure “tzeraca”, serva. Un tempo faceva da tzeracu pastore, servo pastore, chi non aveva né pascolo né gregge proprio. Oggi, altra sinonimia, altra proposizione invalsa nel lessico sardo contemporaneo, “tzeracu pastore est unu rumenu”. Ce ne sono, come nella tradizione millenaria del pastoralismo sardo, vonos e malos. È su questo dualismo di qualità e rendita del lavoro che la presenza dello straniero dentro un contesto che molto conta nell’identità di sardi, dovrebbe essere giudicata. Invece pesa sulla bilancia l’atavico odio contro sos mortos de gana, i morti di fame, che vengono qui da noi a sottrarci il poco che abbiamo, quello che i veri padroni e sfruttatori ci hanno lasciato dopo millenarie ruberie, facendo apparire il maltolto come dono e gentile concessione. Saremmo potuti essere ricchi. Siamo indigenti. Eppure anche qui dire “rumeno” con sprezzo, con intolleranza, è un’astrazione razzista. Dovrebbe. Risulta fuori dalla grammatica del lavoro come inalienabile diritto costituzionale. Dovrebbe.
Aumenta il numero delle presenze straniere in Sardegna e noi siamo impreparati ad affrontare i casi contingenti e la loro diffusione a macchia d’olio nelle nostre città e paesi. Né soccorrono alla formazione di una reale educazione civica di no al razzismo, scuola ufficiale e scuola impropria, quella dell’ovile che Michelangelo Pira ha teorizzato e raccontato in “Sardegna tra due lingue” e “La rivolta dell’oggetto”.
Ricordate, a proposito di ovile, il caso di qualche anno fa dei pastori gavoesi accusati di sfruttare tzeracos rumeni? Oltre lo specifico, i pastori furono assolti anche perché i rumeni non accusarono, resta che è difficile per uno straniero che non sia cinese uscire dalla condizione di dipendenza e di sfruttamento, da una condizione comunque bassa.
È una categoria mentale fattasi condizione oggettiva quella che impone “servu cumannat servu” nella storia dei sardi: servo comanda servo senza che per questo noi ci si sia affrancati dall’essere “pocos locos y male unidos”. Una bollatura che più ingenerosa non si può. Xenoi nella nostra stessa Isola.
Xenoi fummo (siamo?) noi sardi, fuori dall’Isola. Una situazione sentimentale e insieme una resa della ragione all’idea di mala sorte che ci siamo portati (ci portiamo?) sempre appresso, come una valigia da emigrante. Una storia di vinti. Senza Autonomia. Senza Rinascita. E ora ci troviamo molti altri xenoi dentro casa nostra. Diventeranno più numerosi di noi, in nemmeno troppo tempo. È questo che ci viene difficile accettare ed elaborare come progetto fondante, come orizzonte prospettico, come divenire della Storia. Questo ci manca perché prima di fare noi abbiamo lasciato fare. Prima di raccontare ci siamo fatti raccontare.
“Lo spiccato senso dell’ospitalità” ce lo hanno ritagliato sopra come un vestito che non riusciamo a indossare con eleganza, disinvoltura e naturalezza. Appartiene più all’ideologia turistica che sempre ha penalizzato i sardi, gestita da altrui mani e interessi, che a un reale dato di fatto. Come una maschera sopra le nostre divisioni e fratture. Una mastruca folklorica. Da Capo Caccia verso Palau, da Capo Teulada verso Villasalto, tracciate voi rette e diagonali per scoprire il nostro senso di appartenenza e il rispetto dell’altrui appartenenza. Xenoi siamo impreparati ad accogliere altri xenoi. Pure se, occasionalmente, neri e zingari, rumeni e altri extracomunitari, vengono assunti e regolarizzati in aziende pubbliche e private. La controparte sono la lingua ingenerosa e svelta, lo abbiamo appurato, la critica feroce, il razzismo manifesto, l’esplosione di violenza. Noi, che pure abbiamo la bardana nel nostro dna, quella attuata e quella subita.
Lo dice lo storico Gianni Fresu in un suo bel libro, appunto “La prima bardana”, incentrato sull’Editto delle Chiudende (1820), “tancas fattas a s’afferra a afferra”, e sulla “perfetta fusione” (1848) dell’Isola, sempre malata sorella e terra di banditi, con il continente, con le altre parti del regno. La perfetta fusione è una colossale menzogna. Noi mai abbiamo avuto Regno. Sempre Xenoi. Da una cronaca di sabato 28 aprile, die de sa Sardigna, di Angelo Fontanesi nella “Nuova Sardegna”: “Orosei – Nella preoccupante escalation di atti intimidatori contro l’impiego di manovalanza straniera, ci mancava solo la xenofobia in salsa identitaria. Centinaia di volantini che istigano a boicottare le attività imprenditoriali locali che fanno uso di mano d’opera straniera a firma di un fantomatico gruppo intitolato all’eroe Tommaso Moiolu (capeggiò i popolani di Orosei per respingere un attacco di pirati nordafricani il 6 giugno 1806 ndr), sono stati ritrovati ieri mattina in diverse strade del centro”.
Xenoi siamo.

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