Donne e mercati di guerra

1 agosto 2007

Cristina Ibba (Rifondazione Comunista)

La notizia del summit degli otto stati più potenti del pianeta alla Maddalena nel 2009, è stata accolta dal trio Prodi, D’Alema, Rutelli come una grande occasione di spettacolarizzazione mediatica in cui il nostro Paese sarà finalmente di nuovo protagonista.
Per noi, che ci riconosciamo in una sinistra pacifista, antimilitarista, laica e antipatriarcale, è un notizia inquietante e ci costringe a fermarci a riflettere sul come opporci e con quali contenuti, per essere nello stesso tempo, non solo forza antagonista e resistente, ma soprattutto propositiva. Una nostra proposta alternativa è necessaria perché questo evento verrà smerciato proprio come una grande opportunità economica e occupazionale vista la crisi che seguirà alla Maddalena alla chiusura della base nato.
Pertanto è nostro compito creare un grande movimento che in questi anni lavori per far emergere una maggiore consapevolezza, una presa di coscienza diffusa su quelli che sono gli effetti della globalizzazione, in tutto il mondo e in particolare nella nostra Isola.
Tutto ciò non sarà facile vista la scissione sempre più grave e strutturale tra il sociale e il politico, vera forma di nuovo americanismo, che sta producendo un particolare conformismo di massa, rischiando di inchiodare noi partiti e movimenti in un antagonismo meramente difensivo e/o ribellista.
E allora è necessario un movimento che non cerchi l’unità, ma la molteplicità, non la sintesi, ma ragioni diverse per convergere allo stesso fine. Insomma iniziamo fin da oggi a fare i conti, fino in fondo, col pensiero della differenza che metta in crisi tutti i “monoteismi”. Ma soprattutto un movimento inclusivo di tante differenze deve essere soprattutto un movimento altamente progettuale. E la progettualità nasce dall’analisi e dalla critica dello stato di cose presente, che oggi si può riassumere in due punti: del neo-liberismo e delle guerre, entrambi elementi strutturali della devastazione del pianeta i cui effetti pesano come macigni anche nella nostra realtà isolana.
Sappiamo che il modus operandi dei G8 è totalmente asservito alla sovranità del mercato mondiale, alla privatizzazione sociale alla deregolamentazione e al libero commercio di tutto e di tutti. E’ a questo modo di operare che ci si deve opporre. Pertanto si tratta di creare una mobilitazione consistente che serva anche a segnalare al popolo sardo, chi decide e dove, le linee guida che pesano sulla nostra vita quotidiana, quali sono i meccanismi che incatenano i parlamentari, quali le forze e gli interessi che agiscono al di sopra delle leggi e degli stati, per non accettare che la nostra terra venga trasformata in merce e che i mercati decidano al posto del popolo sardo.
L’economia deve essere al servizio dei cittadini e del loro ambiente naturale e non viceversa.

C’è poi un altro aspetto che mi preme evidenziare: ovvero la necessità di interrogare la globalizzazione ponendo in modo esplicito la questione della differenziazione dei corpi sessuati, perché ciò implica un’interpretazione diversa e prospetta elementi nuovi rispetto alla lettura neutrale corrente. In altre parole non basta la descrizione dei processi in corso, ma è necessario far emergere come le trasformazioni del sistema economico e capitalista non siano affatto neutre.
Due esempi per tutti: il lavoro e la guerra.
E’ evidente che questo capitalismo, questo patriarcato si è impossessato delle vite degli uomini e delle donne, dei loro desideri, dei loro bisogni. E la precarietà pervade tutto: la vita, i sentimenti, le relazioni. E’ precarietà economica, è precarietà esistenziale.
Pertanto è sempre più evidente il nesso tra produzione e riproduzione (ovvero tra legge 30 e legge 40) che oggi è considerato come categoria rilevante di qualsiasi analisi sul lavoro e sul sistema economico.
Ma sicuramente il lato più estremo di questo capitalismo, di questo patriarcato è la guerra, dove si manifesta la più intensa e radicale forma di persuasione occulta di convinzione, ma anche di sfruttamento delle coscienze.
E anche se il senso comune considera le donne in rapporto alla guerra come vittime, succubi, obbligate a subire le violenze, le donne non sono estranee alla guerra. Certamente subiscono più degli uomini gli effetti devastanti della guerra e pagano prezzi altissimi. La guerra mette in evidenza che nell’ordine patriarcale gli uomini e le donne sono coinvolti in ruoli e con funzioni complementari ed entrambi sono parte integrante del patriarcato.
Penso agli alti ufficiali di sesso femminile impegnati nelle strategie belliche di Bush, alle torturatrici di Abu Grhaib, alle ambasciatrici di guerra ai massimi livelli del potere come la segretaria di stato Condolezza Rice. Penso anche alle madri dei 3000 marines morti in Iraq che avevano appeso sulle porte delle loro case un fiocco giallo, un orgoglioso gesto distintivo per mostrare che il proprio figlio era partito per la guerra, per portare “democrazia e libertà”, secondo la volontà del presidente Bush.
Non c’è dunque nessuna naturale attitudine da parte delle donne a dire no alla guerra. Il loro essere madri non è un vaccino contro la guerra. Possiamo dire anche che gli uomini uccidono i corpi e le donne li accudiscono, li piangono, secondo la divisione dei ruoli, delle funzioni, della rappresentazione simbolica che è tipica del patriarcato.
Di conseguenza sono nettamente contraria a quelle pratiche del movimento antiliberista ispirate al militarismo e al bellicismo, ritenendole segnate dalle logiche patriarcali, oltre che del tutto inefficaci, e sul piano del simbolico subalterne alle logiche del pensiero unico.
Nella storia dei movimenti di lotta vi sono altre forme; il movimento sindacale e operaio elaborò tutte le forme d’azione non violenta: assemblee, petizioni, manifestazioni pacifiche, picchetti e sabotaggi, sit-in, resistenza passiva, sarcasmo, canti, visibilità dei corpi nella loro varietà inerme.
Quindi si può protestare contro le ingiustizie, le disuguaglianze e i disastri provocati (e gli altri che già si annunciano) in Sardegna dal “neo liberismo”, ma soprattutto tentare con spirito positivo e costruttivo di proporre un quadro teorico e pratico per una società altra e di affermare che un mondo diverso è possibile, ovvero un’altra Sardegna è possibile.

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