Diserzioni padane!

1 Luglio 2012

Valeria Piasentà

Naufraga un progetto politico insieme a un’intera filosofia di vita, e cala il sipario sull’idea di ‘padania’. Di fronte a una gravissima crisi economica e culturale globale, una ideologia incentrata sulla presunta supremazia italica del popolo ‘padano’, di conseguenza meritevole di abitare una patria autonoma, non è più accattivante neppure per i suoi ostenitori storici.
Alle ultime amministrative, la Lega in Piemonte ha perso il 70% dell’elettorato e un sondaggio (Contacta per Lo Spiffero, Torino, 11 giugno) ci restituisce una regione dal clima politico rovesciato: con il centrodestra al 26% e il centrosinistra che sfiora il 50%. Quindi oggi Roberto Cota non sarebbe il presidente dei piemontesi: il Pd risulta primo partito col 29% seguito dal Movimento 5 stelle al 16%; il Pdl crolla dal 25 al 15%, la Lega dal 17 al 4%. Lega al 4% nella terza regione ‘padana’ dopo Veneto e Lombardia?
Anche in un panorama di incertezza e alto astensionismo, questo è un dato clamoroso che deve far riflettere tutti, non solo i vertici leghisti. E dove siano confluiti i voti di Bossi & c. lo racconta l’Istituto Cattaneo di Bologna con l’analisi dei flussi elettorali alle scorse amministrative. Lo studio evidenzia un travaso di voti da Lega e Idv pari al 40% dei voti totali ottenuti dal Movimento 5 stelle, mentre l’elettore del Pdl si è rifugiato nell’astensione. “Tutto ciò a
dimostrazione di una certa matrice comune…alla base delle motivazioni politiche della prima Lega (quella di ‘Roma ladrona’) e del primo Idv (quello di ‘Tangentopoli’) e le nuove istanze del Movimento di Beppe Grillo”. Ciò è confermato dai dati di Genova, col 22%, e di Parma col 38% di elettori del Movimento 5 stelle che nel 2010 avevano votato per la Lega. Un sondaggio dell’Unità (11 giugno) che stima i flussi di consenso confrontando le
intenzioni di voto alle prossime politiche con i dati del 2008, conferma che la Lega ha un elettorato fedele pari al 16% delle preferenze conseguite nel 2008 contro un 61% che prevede di astenersi; mentre per il Movimento 5 stelle voterebbero il 40% degli astenuti nel 2008 più il 23% provenienti dal centrosinistra e il 28% dal centrodestra dell’asse Pdl-Lega, soprattutto dalla Lega.
Quindi, secondo queste ed altre rilevazioni, il voto al Movimento 5 stelle come prima quello alla Lega sarebbe caratterizzato da una grossa componente di protesta e rifiuto del sistema politico italiano. Infatti, un sondaggio Demos per L’Osservatorio sul Nord Est (19 giugno) rileva che il successo del Movimento 5 stelle per il 44,3% dei cittadini di Veneto, Friuli e Trento si è reso possibile perché “Esprime la protesta contro tutti i partiti” e per il 16,7% “Perché i candidati erano estranei ai partiti e più attenti ai bisogni dei cittadini” (ecco l’esigenza di attenzione e partecipazione), contro l’8,5% che dichiara “Per le
proposte concrete del movimento”. Se a livello nazionale i sondaggisti valutano la consistenza elettorale del Movimento intorno al 21%, il 26,2% dei cittadini del Nord Est dicono provarne abbastanza o molta fiducia. Lo stesso sondaggio ci offre il profilo del simpatizzante: un uomo di 25/44 anni; dal livello d’istruzione medio-alto; che non pratica forme di religiosità; che lavora come impiegato, libero professionista, imprenditore o è disoccupato. E questo non è certo il profilo dell’elettore leghista, almeno quello che ci è stato presentato nel corso degli ultimi anni da istituti di ricerca di provata serietà.
Se queste analisi hanno fondamento allora c’è qualcosa che stride. Qualcosa di inspiegabile dietro le scelte di un elettore dalla personalità multipla e dai gusti eterodossi, che per lungo tempo ha abbracciato teorie politiche utraconservatrici tanto in economia quanto nel sociale, e poco dopo acclama i giovani grillini con la loro ricerca di applicazione della democrazia partecipativa, perché è questa la vera novità apportata dal Movimento 5 stelle. Il repentino e all’apparenza irrazionale cambiamento di rotta ha il sapore della diserzione, dell’abbandono con passaggio al ‘nemico’.
Seppur molto diverse nelle modalità e nelle finalità della loro attività politica, da un punto di vista strettamente comunicativo ci sono decisi elementi di contatto fra le due formazioni politiche. Per cominciare entrambe non si definiscono come partito politico, ma una ‘lega’ e l’altro ‘movimento’. Poi entrambe dichiarano una collocazione ne’ di destra ne’ di sinistra, anche se poi concretamente molti dirigenti leghisti provengono da militanze nella destra
extraparlamentare, come Stiffoni dal MSI, Borghezio da Ordine Nuovo, Giorgetti dal Fronte della Gioventù e Tosi che prima di entrare nella Lega frequentava gli ambienti veronesi dell’estrema destra e ora ha inserito nella sua lista civica skinhead ed esponenti di Casa Pound. Mentre i giovani grillini si situano in un panorama diverso e lo stesso Grillo si è recentemente e provocatoriamente candidato alle primarie del Pd. Entrambi i movimenti disprezzano il sistema partitico, ma se la Lega ha accettato apparentamenti elettorali tanto a livello locale quanto nazionale e solo col centrodestra, ora Grillo dichiara “Il MoVimento 5 Stelle parteciperà alle prossime elezioni politiche qualunque sia la legge elettorale. Non ci sarà alcuna alleanza con i partiti. I candidati saranno votati in Rete che rimarrà centrale durante il mandato elettorale sia come supporto agli eletti che come garanzia del rispetto del programma”. La differenza con la Lega diviene netta nei contenuti, per esempio in merito alle regole del dibattito democratico e alla riforma della legge elettorale (dell’ex ministro leghista Calderoli): “L’obiettivo dichiarato del MoVimento 5 Stelle è di dare ai cittadini la responsabilità delle scelte attraverso strumenti come il referendum propositivo senza quorum, l’obbligatorietà della discussione delle leggi popolari in Parlamento con voto palese e la votazione diretta del candidato.” (da: Comunicato politico numero cinquantuno, 28 giugno, www.beppegrillo.it). Entrambi i movimenti si mantengono a debita distanza da stampa e televisioni nazionali, che definiscono ‘di regime’ mostrandone un più o meno velato disprezzo, soprattutto la Lega dei primi anni (con alcune eccezioni come i
presenzialisti Matteo Salvini e Roberto Cota); entrambi hanno aperto loro canali comunicativi: La Padania (quotidiano e radio) per la Lega, il blog di Grillo per il Movimento 5 stelle.
Per chiudere in grazia è interessante notare come i capi storici delle due formazioni, Bossi e Grillo, abbiano in comune anche una spettacolare veemenza gestuale e oratoria e, nella profonda diversità di pensiero, una propensione verso espressioni triviali e offensive.
Se anche queste sono cose che pagano in cabina elettorale, allora si comprendono gli scarsi risultati di una sinistra rappresentata dal linguaggio politico-poetico di Vendola, dalla pacata misura di Ferrero e dall’arguzia ironica di Diliberto. E anche questa volta perderemo le elezioni…

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