Ospedali disumanizzati. Un codice conta più della persona

16 novembre 2018
[Ottavio Olita]

Una circostanza fortuita – che avrei evitato molto volentieri – mi ha messo nella condizione di essere al contempo paziente e testimone di un’avventura ospedaliera. Lunedì 12 novembre, ore 5.00. Un dolorino al fianco sinistro mi sveglia e mi fa temere il ripetersi di un’angosciante esperienza che non conosco più da quasi vent’anni: una colica renale.

Mi illudo che possa passare, invece progressivamente aumenta e, come da manuale, il dolore diventa lancinante nella zona dorsale ed in quella addominale. Mi alzo, cammino, mi risiedo. Mia moglie insiste per portarmi subito in ospedale. Io resisto spaventato dai tanti racconti che descrivono interminabili code e ore d’attesa.

Alla fine, totalmente inutili gli antidolorifici assunti per via orale, cedo e, su precisa indicazione del medico di famiglia, mi faccio condurre al Pronto Soccorso dell’Ospedale Marino che si dice sia meno affollato degli altri.
Arrivo alle 13.41, registrazione ed accettazione immediate. “C’è da aspettare un po’“ mi dice la gentile infermiera. “Si accomodi qui”. Sala d’attesa con sedili che non favoriscono certo la comodità. Il mio dolore sempre più lancinante mi costringe a ricorrere a quei sistemi di controllo che negli anni ho imparato ad usare: respirazione, camminate alternate a sedute, rigida autodeterminazione a non cedere.

Cominciano a trascorrere le ore e quando il dolore si attenua recupero la mia antica passione per guardarmi intorno e poter raccontare. Un ragazzino di otto-nove anni aspetta dalle 9 del mattino che lo visitino per una sospetta frattura ad un braccio; una ragazza, tamponata in auto alle 8 e con un sospetto ‘colpo di frusta’, viene visitata alle 18.30; un’anziana signora, oltre 80 anni, ha atteso sette ore. “Tutto questo è contro natura” mi dice il figlio sconsolato che la attende.

E comincio a chiedermi. ‘Ma come si fa a non tener conto delle persone con la loro psiche, la loro età, la loro condizione, per applicare rigidamente dei codici solo sulla base di un generico protocollo? Come si fa a mettere insieme gravi traumatizzati insieme con chi necessita solo di un antidolorifico? E cosa potrebbe fare il personale infermieristico, sommerso da centinaia di richieste, a valutare caso per caso’? Gentili, affabili, pazienti, competenti. Il carico di lavoro che gli viene riversato addosso è immenso, sostanzialmente in modo disumano. Ma non sono medici e infermieri i responsabili di un’organizzazione ridicola.

E allora mi sono chiesto. Ma l’assessore o i suoi dirigenti, o chi ha conoscenze e potere, alle prese con una colica renale o con accidenti sanitari minori, si farebbero ore di coda qui? O troverebbero soluzioni, diciamo così, ‘privatistiche’?. “Contro natura” ha detto quell’uomo sconsolato. Io direi indecente, senza alcun rispetto per il paziente-persona. Perché non pensare a canalizzare i pazienti per patologia, o età o anche condizione psicologica in diverse strutture parallele invece di ammassarli rinchiudendoli nelle gabbie del proprio dolore dalle quali non sanno quando riusciranno ad uscire?

Oppure ipotizzare strutture meno complesse nelle quali indirizzare i casi meno gravi per poter lasciare respirare gli ospedali in modo che possano occuparsene efficacemente e senza che medici e infermieri siano ossessionati dall’idea che altre decine e decine di persone attendono di essere accolte. E’ un miracolo della pazienza, della dignità e del rispetto quello che avviene nei Pronto Soccorso. Quello sì, un incontro tra umanità che si conoscono e si capiscono: i pazienti, i loro familiari, il personale sanitario. Ma dov’è l’umanità di chi dovrebbe pensare ad organizzare il sistema?

Per concludere. Io, che avrei consentito per esempio a quel bambino in attesa, d’essere trattato ben prima di me, sono entrato insieme con lui, in due ambulatori diversi, perché avevamo lo stesso codice.
“C’è da spettare un po’“ mi aveva eufemisticamente avvertito l’infermiera all’accettazione. Tra spasmi, camminate, irritazioni e maledizioni la mia attesa è durata otto ore. Gentilissimi e competenti tutti quelli che si sono occupati di me. Dopo il trattamento ho rimesso piede a casa a mezzanotte e mezzo, 11 ore più tardi. Tutto per una flebo di antidolorifici. Ma che senso ha?

1 Commento a “Ospedali disumanizzati. Un codice conta più della persona”

  1. Lord Nelson della Prateria scrive:

    Ecco perché li vogliono chiudere, per non farci più aspettare e morire tranquillamente a casa! VERGOGNA

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