Un impianto sovradimensionato

16 ottobre 2012

Giuseppe Marongiu

Continua il dibattito sulla chimica verde. Giuseppe Marongiu ha intervistato su questo argomento il dott. Vincenzo Migaleddu. Ecco le sue opinioni.

Ai fautori e sostenitori della chimica verde è stato dato ampio spazio, a livello locale e nazionale. Sembra quasi che i contrari non esistano o siano incapaci di motivare i propri dubbi. Eppure, fra i primi ad aver chiesto spiegazioni c’è un gruppo di mamme, babbi, professionisti e non, cassintegrati e precari, riuniti nel comitato Capsa (Comitato di Azione, Protezione e Sostenibilità Ambientale per il Nord Sardegna), facilmente rintracciabile attraverso la pagina fecebook “no chimica verde no inceneritore”. Le loro domande meritano risposte tecniche. E indipendenti. Ha deciso di raccogliere questo impegno l’Isde, società scientifica internazionale di ambiente e salute, che sul progetto Matrica nutre grandi perplessità.

D. Dottor Vincenzo Migaleddu, perché ha senso mostrare contrarietà alla chimica verde e dire che dietro il progetto di realizzare buste per la spesa biodegradabili ci sarebbe invece il tentativo di costruire un inceneritore che possa bruciare anche rifiuti?

R. Non si tratta di essere contrari alla ricerca sulla sintesi né alla produzione di nuovi polimeri e di nuovi materiali di origine vegetale. Credo anzi questa una progettualità positiva: per vivere l’era del post petrolio servirà avere a disposizione nuovi materiali. Il vero problema è che gli intenti verdi di Novamont sembrano essere strumentalizzati da Enipower, che usa la chimica detta “verde” come cavallo di troia per conquistare un suo spazio in Sardegna nella produzione di energia a prezzi incentivati da “biomasse”. Termine, questo, ambiguo in Italia, dove anche i copertoni sembrerebbero poter avere origine vegetale: motivo per cui l’Europa ci tiene sotto infrazione, sanzionandoci. Eni sembra volere in questo modo evitare i costi della bonifica nel sito industriale, il cui inquinamento ormai non è più delimitato alla falda, ma sconfina oltre il perimetro industriale, interessando anche la darsena, ora interdetta. Probabile che Catia Bastioli (ad di Novamont) non si renda conto dell’uso strumentale della sua società, del sovradimensionamento della centrale a biomasse – rispetto alla reale possibilità di approvvigionarsi da una filiera agroindustriale locale – e della decisione di costruire su un luogo che necessita di una profonda bonifica. Così il rischio di produrre biobags in maniera assai poco “green“ è grande.

D. Perché parla di un sovradimesionamento della centrale a biomasse?

R. La proposta di Enipower è quella di una centrale da oltre 40 MW elettrici mentre in base alla documentazione è ragionevole pensare che a pieno regime serviranno al massimo 10Mwe. L’impianto proposto è perciò sovradimensionata di circa 15-20 volte rispetto alle esigenze della prima fase e di circa quattro o cinque volte rispetto a quelle a pieno regime. Non si ha inoltre la certezza che venga chiusa la termo-centrale a olio combustibile da 160 Mwe: il documento di studio di impatto ambientale ne prospetta la possibilità, nient’altro. Siamo, infine, in prossimità di un centro di produzione energetico (E.on) ad olio combustibile, a carbone e a fotovoltaico di circa mille MWe.

D. Qui si brucia olio combustibile e carbone. Non sarebbe più sostenibile produrre energia dai cardi, dalla biomassa?

R. In Sardegna produciamo troppa energia: una parte la usiamo, una parte la esportiamo, un’altra si “butta” perché nella rete interna c’è una dispersione del 25 per cento. In questo panorama si aggiunga una nuova centrale, nonostante l’incapacità di programmare la combustione da biomassa alimentata da una filiera agroindustriale locale. Infatti per i nuovi gruppi della chimica verde saranno necessarie non 250mila tonnellate/anno di cardo, come dice Enipower, ma almeno il doppio. Quindi dai 70mila ai 100mila ettari di seminativo verrebbero sottratti a colture agroalimentari. Dal punto di vista sanitario, nonostante la combustione di “biomasse” vegetali evochi emissioni “pulite”, una centrale così alimentata emette nell’aria numerose sostanze tossiche cancerogene fra le quali benzene, idrocarburi policiclici aromatici e particolato sottile e  ultrasottile, con dimensioni inferiori a 1 micro (PM < 1). Alcuni recenti studi dimostrano che si verifica una minore emissione di polveri fini da impianti a olio combustibile, rispetto a quelle prodotte da caldaie a biomassa. Infine, nel protocollo d’intesa e nello studio presentato per la Valutazione di impatto ambientale (Via) si fa riferimento ai vari decreti legge dove è previsto che anche le parti non biodegradabili dei rifiuti solidi urbani (plastica, etc) vengano assimilate tout court alle biomasse: allora la vicenda si complica.

D. Lei sostiene che serviranno grandi quantità di biomasse vegetali, comunque nocive se bruciate e difficili da reperire, quindi che in alternativa si dovrà ricorrere a altri materiali che per legge potrebbero essere i rifiuti. L’Eni il 25 settembre a Sassari ha escluso la possibilità di bruciare rifiuti.

R. Le parole volano, gli scritti rimangono. Nel protocollo d’intesa e nella Via diventa esplicito che, in assenza di un sufficiente approvvigionamento di biomasse da filiera locale agroindustriale, si prefigureranno almeno tre scenari dove diventa predominante la combustione di un residuo tossico pericoloso come il Fok (Fuel of cracking), residuo di lavorazione dell’etilene che non viene più prodotto a Porto Torres e quindi verrebbe importato. In questo senso i depositi carburanti di cui si prevede il riutilizzo nel protocollo d’intesa potrebbero essere impiegati per contenere il Fok in arrivo da altri siti della Penisola. Poi si potrebbe bruciare altro, come i rifiuti, anche extraregionali: il protocollo lo prevede, la richiesta di uso della banchina sia per i liquidi che per i solidi lascia aperta anche questa possibilità.

D. L’Isde non c’era durante i due incontri pubblici fatti a Sassari e Porto Torres, lì avrebbe potuto dire queste cose.

R. E’ buona norma partecipare ai dibattiti dove favorevoli e contrari hanno uguale diritto di parola: a quegli incontri chi non sedeva al tavolo dei relatori aveva a disposizione 4 minuti per fare una domanda su un protocollo d’intesa già firmato, in assenza di un preventivo confronto con la popolazione. Non credo sia questo un modello di partecipazione e di democrazia. La nostra disponibilità ad un confronto pubblico alla pari, particolarmente con Matrica, è massima.

D. Il polo industriale è in coma, una nuova attività finanziata con oltre 1.000  milioni di euro non può farlo resuscitare?

R. Di investimenti miliardari e milionari nei vari poli industriali delle Sardegna nel corso degli ultimi decenni se ne son visti parecchi, non mi sembra che questo abbia fatto fare un salto di qualità all’Isola. Le storie da “prendi i soldi e scappa” sono innumerevoli, a noi sono rimasti  450mila ettari (1/6 dell’Isola) iscritti in Siti di interesse nazionale (Sin) dove la bonifica dovrebbe essere prioritaria. Anche il polo industriale di Porto Torres è un Sin, un’area ad elevato rischio ambientale dove acqua, terra e aria presentano inquinanti ben oltre la soglia di legge. In aree simili, gli interventi previsti dalla legge sono quelli di mitigazione del rischio di ulteriore inquinamento e peggioramento delle condizioni sanitarie: bruciare fok e biomasse non sembra certo un progetto che vada in quella direzione. Per resuscitare la Nurra serve fare le bonifiche e salvare il nostro vero oro, i grandi depositi sotterranei di acqua dolce che l’inquinamento del petrolchimico rischia di aggredire e distruggere.

D. L’Isde nelle osservazioni presentate al Savi della Regione Sardegna sostiene che ci sia un allegato mancante e quindi informazioni essenziali che non vengono date nello Studio di impatto ambientale presentato da Eni.

R. L’approvvigionamento di biomassa da coltura di cardo attraverso una filiera  agricola-industriale locale anche per Enipower  sembra  poco credibile. Nello studio di impatto ambientale si rimanda a un allegato che in realtà non viene  allegato (il 4.1) nel quale dovrebbe essere riportato il piano di approvvigionamento della biomassa e  che avrebbe dovuto contenere i dettagli sulla produttività locale attesa e comprovata dal cardo o altre colture da biomassa. Questa grave lacuna impedisce di valutare la fattibilità di quanto dichiarato nel Sia relativamente alla filiera agro-industriale.

D. Se, come sostiene l’Isde, questo progetto sarà un nuovo calvario, con pochi posti di lavoro e grandi svantaggi per il territorio, è possibile fermare la macchina in corsa?

R. Questo non è compito dell’Isde. Noi dobbiamo analizzare, assieme al referente per l’ambiente dell’Ordine dei Medici di Sassari, il progetto alla luce della sua sostenibilità e in particolare delle ricadute sanitarie in un Sin come quello di Porto Torres/Sassari. Spetta ai cittadini esprimersi alla luce della conoscenza e della consapevolezza, spetta agli amministratori creare percorsi di senso nell’interesse dei cittadini e non dei grandi potentati economici. Non può essere la magistratura a dover trovare questo senso, come sta accadendo a Taranto.

1 Commento a “Un impianto sovradimensionato”

  1. Pier Luigi Floris scrive:

    Cosa succede in quella centrale a “biomassa” costruita in agro di Serramanna al confine con Samassi?

    100 mila ettari l’intera presunta superfice irrigabile del Campidano di Cagliari dove a malapena se ne irrigano 15mila…

    Irrigando centomila ettari occorrerà passare il controllo dell’acqua all’…..ENI e “forse” questo sarebbe l’unico vantaggio per i Sardi …!

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