Una legge ingiusta da cancellare

25 Aprile 2019

Lucia Chessa. Foto di Renato d’Ascanio Ticca durante l’incontro pubblico per la presentazione del ricorso contro la legge elettorale sarda.

[Lucia Chessa]

Per la seconda volta, i cittadini sardi sono stati costretti ad andare al voto per l’elezione del Presidente e per il rinnovo del Consiglio Regionale, con una legge elettorale indegna di una democrazia. Per la seconda volta, a causa di innumerevoli artifizi normativi, tutti tesi ad espropriare rappresentanza ai cittadini elettori, abbiamo un Consiglio regionale che, nella sua composizione, non rispecchia la volontà espressa dai sardi.
Il primo di questi artifizi indegni è la doppia quota di sbarramento che non ha eguali in nessun paese che ambisca a definirsi democratico: il 5% per le liste che si presentano singolarmente, il 10% per le coalizioni. Per effetto di questo meccanismo imbroglione, ben 60.000 sardi tra quel 53% degli aventi diritto che è andato a votare, non avranno alcun rappresentante in Consiglio Regionale. Sono l’8% degli elettori, cittadini che hanno rifiutato l’astensione, ma ai quali è stato sottratto il diritto fondamentale alla rappresentanza.
Votando la legge elettorale oggi in vigore in Sardegna i due principali schieramenti, quello di centro-destra e quello di centro-sinistra, hanno messo a punto un sistema che li vedrà avvicendarsi a lungo al governo della regione impedendo che altre istanze, pur fortemente presenti nella società sarda, trovino rappresentanza in Consiglio Regionale.
Con questa legge indegna, nel 2013, si è costruito sostanzialmente un falso bipolarismo che pur non esistendo nella legittima complessità che arricchisce il pensiero politico dei sardi, si materializza artificiosamente nel momento in cui si compone il Consiglio regionale il quale, al contrario, per conservare l’autorevolezza e la centralità che si addice alle assemblee legislative, per produrre leggi che guardino al bene comune, per esercitare le sue funzioni nell’interesse di questa terra, dovrebbe davvero rappresentare tutti.
Invece, non bastando le quote di sbarramento e i loro effetti pesantemente distorsivi della volontà popolare, la legge elettorale sarda prevede anche premi di maggioranza che consegnano al presidente eletto il 60% dei seggi se raggiunge il 40% dei voti e il 55% dei seggi se raggiunge il 25% dei voti. Davvero difficile non cogliere lo squilibrio pericoloso che si determina tra il risultato elettorale e la composizione del Consiglio, a cui si aggiunge il voto disgiunto, anch’esso contenuto nella legge elettorale sarda, che apre alla possibilità di votare contemporaneamente schieramenti contrapposti. Il voto disgiunto, che nella legislatura appena conclusa ha determinato l’estremo di un consiglio regionale a maggioranza di centrosinistra, nonostante le liste di centrodestra avessero raccolto più voti, è un’altra alchimia normativa incomprensibile, priva di senso logico e che non trova giustificazione in alcun ragionamento politico.
Contro questa legge che viola brutalmente il diritto dei cittadini alla rappresentanza nelle assemblee legislative il Comitato per la Democrazia Costituzionale e Statutaria sta opponendo ricorso, nella consapevolezza che sia un pressante dovere di cittadinanza chiedere che sia la Corte Costituzionale a pronunciarsi e a verificare se le prerogative democratiche dei sardi siano di fatto limitate dalla legge elettorale oggi vigente in Sardegna. Una legge che, per immobile ed interessata ignavia di minoranze arroccate su posizioni di potere, non si è voluta modificare nel Consiglio appena sciolto che si è limitato ad introdurre la doppia preferenza di genere la quale, purtroppo, ha dimostrato nei risultati l’assoluta inefficacia rispetto all’obiettivo di portare, a livelli minimi di civiltà, la presenza femminile in Consiglio
Noi però pensiamo che l’azione giudiziaria promossa dal Comitato per la democrazia costituzionale e da diversi altri soggetti che stanno opponendo ricorsi, non sia purtroppo sufficiente a superare l’emergenza democratica che si profila a più livelli e interessa la regione come lo stato. Un’emergenza che si concretizza in tanti modi e tra questi la pratica della marginalizzazione delle assemblee elettive a favore di esecutivi sempre più forti e trasbordanti che tendono ad occupare impropriamente spazi di potere legislativo attraverso operazioni pericolose che risultano tanto più facili quanto più i parlamenti sono resi scarsamente rappresentativi da leggi elettorali incostituzionali. Noi pensiamo che sia ora necessaria una coscienza diffusa dell’esproprio di democrazia operato a danno dei sardi e che tale coscienza muova un’azione generalizzata che veda coinvolti tutti coloro che sono portatori di sani valori di cittadinanza.
Noi pensiamo che una tale emergenza possa essere affrontata solo attraverso una vera battaglia di popolo e che sia necessario noi siamo in tanti a chiedere che venga restituita ai sardi la possibilità di eleggere Consigli Regionali che li rappresentino. Anche perché questa è la condizione affinché le assemblee elettive, depositarie del potere legislativo, si riapproprino della centralità che è loro dovuta nelle democrazie.

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