Giudici di classe

16 Ottobre 2011

Vindice Lecis

Malas non paren, e non sun de crederelas. La voce dei giurati risuonò alta e forte nella corona de judike riunita a Torres davanti alla cattedrale di San Gavino. Il giudice Gunnari II, della famiglia Lacon-Gunale, lanciò uno sguardo preoccupato al suo maiore de ianna, Gosantine Palas che assisteva all’udienza come testimone. Il capo della sua guardia restò impassibile, così come tutta la kita de buiakesos che l’accompagnava. Il sovrano lanciò ancora un’occhiata a quelle decine di pergamene strappate, unte e lise che erano state poggiate sullo scrittorio del cancelliere.
Davanti a lui una piccola folla di servi, che indossavano tuniche logore, attendeva il giudizio. Gli indicarono colui che sembrava essere il capo di quella rivolta non violenta ma che metteva in discussione l’ordine sociale legato alla proprietà della terra e all’esistenza stessa della servitù: Petru de Mukianu era lì, con i figli Gosantine, Istephane e Comita. Tenevano gli occhi bassi, immobili a gambe larghe solidi come querce. Con loro c’erano un’ottantina di capi famiglia accompagnati da mogli e figli. In tutto oltre duecento persone, servi appartenenti a San Pietro come Mariane Arte, Petru d’Ockeri, Justa Parithe, Gariluttu con i figli, Furatu Solina e molti altri. Braccianti di San Pietro di Silki, occupati nelle immense proprietà fondiarie del monastero. Che avevano deciso di sfidare l’autorità del monastero benedettino più potente dell’isola.
Il vivido racconto del Condaghe di San Pietro di Silki (quello tradotto e curato da Ignazio Delogu per Dessì) ci illumina un momento di lotta di classe nel medio evo sardo. Quei servi volevano diventare liberi affittuari e affrancarsi dalla condizione di servi, fossero interi, laterati o pedati. E una mattina di fine agosto avevano fatto scattare la rivolta: si erano rifiutati di cominciare a lavorare sulle terre dichiarandosi liberati.
Dissero a chiare lettere che volevano cambiare la propria condizione e non servire più il monastero. Quando la potente abbadessa Massimilla lo venne a sapere andò su tutte le furie. Una rivolta della gran parte dei servi del muristenes era insostenibile non solo per il patrimonio delle benedettine ma anche per l’intero ordinamento sociale esistente. La badessa cercò sicuramente di dissuaderli ma i servi confermarono di non avere nessuna intenzione di lavorare con San Pietro come già facevano i loro genitori. E, anzi, confermarono di avere delle carte in mano che confermavano la propria condizione di liberi.
La rivolta non voleva mettere in discussione l’intero sistema ma solo ottenere un miglioramento delle condizioni di vita, durissime. E per farlo tutti i mezzi erano leciti. Forse anche quello di una falsificazione o alterazione delle carte. I servi del XII secolo (in questo caso tra il 1130 e il 1147) avevano già sviluppato anche una politica delle alleanze: qualcuno che sapeva leggere e scrivere, un ricco, aveva ritoccato i documenti.
Massimilla cominciò a tessere la sua trama. Citò tutti i servi al tribunale del giudice e affidò la difesa degli interessi del monastero a donnu Mariane de Maroniu, curatore della Romangia. Si mosse la potente badessa anche per creare un clima ostile nei confronti dei servi, contattando sicuramente altri majorales per evitare che la febbre della rivolta potesse propagarasi alle altre curatorie.
Il giorno dell’udienza i testimoni presero posto accanto al giudice Gunnari. Massimilla e il priore donnu Furatu Gaspis erano presenti e lanciarono sguardi d’intesa con personaggi dai cognomi altisonanti come Comita de Gunale, Petru de Lacon, Ithoccorre de Lacon, Comita de Lacon, Saltaro Pinna, Petru Pinna, Dorgotori de Ponte, Gosantine de Varca, Gunnari de Thori, Dorveni de Carbia, Ithoccorre de Thori, Gosantine de Thori. Oltre a Gosantine Palas, capo della guardia con alcuni dei suoi uomini. Dall’altra parte del grande spazio davanti alla basilica stava la massa dei servi e ankillas, braccianti in attesa di giudizio.
Soffiava una brezza settembrina che spazzava via il ricordo dell’estate e ricordava a tutti l’inizio del ciclo agrario. I servi presentarono le loro carte consegnandole al cancelliere giudicale che le passò per visione a Gunnari e alla corte. Trascorse un certo periodo. Quasi nessuno tra i presenti sapeva leggere. Gunnari aveva imparato a farlo durante la permanenza in esilio a Pisa qualche anno prima (tra il 1127 e il 1130) anche se la sua firma sull’atto di donazione alla potente repubblica di corti, servi, miniere dell’anno dopo era apparsa assai incerta. Le carte comunque passarono di mano di in mano. Il cancelliere lesse, controllò, analizzò.
Gitteu bos inde paret d’ecustas cartas? – chiese a un tratto il giudice Gunnari.
– False ci sembrano e non sono credibili – risposero i majorales e curatori presenti.
Ma Gunnari voleva andare avanti con i piedi di piombo. Dopo aver spezzato la sedizione della famiglia Athen mentre rafforzava l’alleanza con Pisa allo stesso tempo lavorava per la pacificazione del regno al mantenimento di una parvenza di coesione sociale. La corte era rimasta ad Ardara anche se il sovrano trascorreva molto tempo nell’imprendibile rocca del Goceano per fronteggiare le mire espansionistiche del vicino giudicato di Arborea, governato da Comita III alleato dei genovesi. Per Gunnari dare troppo spazio alle esigenze dei possidenti, e tra questi sicuramente il monastero di San Pietro di Silki, fiorente e influente, avrebbe significato accettare un eccessivo condizionamento.
Decise di prendere altro tempo. E fissò una successiva udienza per sei mesi dopo. Non era mai accaduto prima. In pratica chiese ai servi di portare nuove carte, questa volta più credibili, in base alle quali chiedevano di essere liberati. Lo sconcerto s’impadronì dei majorales presenti, ma la badessa Massimilla non si perse d’animo e lavorò per dividere la compattezza dei suoi servi. Individuò quello che non aveva partecipato alla pacifica rivolta e lo convinse a testimoniare.

Sei mesi dopo, la primavera sarda esplodeva in un turbiniò di colori e odori. Alla festa di Sant’Elia, sul Monte Santo, venne convocata una nuova corona de judike. Il sovrano si presentò con tutta la corte, dai buiakesos al maiore de camara che teneva i cordoni della borsa del demanio. Quel giorno era festa sul grande pianoro così faticoso da raggiungere e dal quale si godeva la magnifica vista di gran parte del regno. Arrivò anche donna Massimilla, su un carro coperto, accompagnata dal curatore Mariano de Maroniu e dal priore Furatu Gaspis. Quando l’udienza ebbe inizio furono chiamati i servi. Ma nessuno dei rivoltosi si presentò sul Monte Santo. Cominciò così una lunga attesa. Gunnario voleva ancora evitare una vittoria assoluta dei majorales e prese ancora tempo.
– Di questi uomini, per i quali fa lite San Pietro di Silki, che ormai ho convocato in più di una corona e non sono venuti, che cosa volete che ne faccia?
Un’espressione di sconforto si dipinse sul volto dei nobili. Ma come, I servi producono documenti dubbi, sono riconvocati sei mesi dopo e non si presentano e che fa il sovrano? Chiede ancora tempo!
Gunnari fu però irremovibile. Probabilmente si ritirò a pregare nella chiesetta di Sant’Elia guardata dai suoi fidati buiakesos armati di verruda e virga sardisca. Non è improbabile che il maiore de ianna Gosantine Palas abbia a un certo punto ricevuto le lamentele dei majorales e del procuratore del monastero che, al calar delle tenebre, abbiano chiesto conto delle prossime mosse del sovrano.
– Donnu, gitteu nos fakites? – gli chiesero con tono ultimativo e quasi irrispettoso.
Il sovrano allora dispose il proseguimento della corona e Massimilla giocò la sua carta vincente: come teste presentò Gosantine da Monte, servo di San Pietro. Costui giurò sulla croce che i suoi compagni di lavoro che avevano fatto lite col monastero “sono figli di servi della famiglia di san Pietro e non sono stati liberati”.
Gonario II stremato cedette. Aveva fatto decantare la situazione con un atteggiamento dilatorio, ma di fronte al servo “collaborazionista” che con la sua deposizione aveva consentito di far pendere la bilancia dalla parte di san Pietro, emise la sentenza con un pizzico di irritazione:
– Da ora in poi adoperateli tutti questi servi che si erano dati per liberati di San Pietro e non avevano portato le carte alla corona dove erano stati citati”.
E il giudice, figlio di Costantino I, aggiunse infastidito che “se a partire da questo momenti porteranno le carte, valide o false che siano, non sono da credere”.
Nel Condaghe di San Pietro, qualche giorno dopo Massimilla stilò una cronaca viva e assai poco burocratica dove fece rivivere le tensioni e i contrasti, anche col giudice Gunnari. In fondo alla scheda la potente abbadessa elencò “i nomi di quelli che mi si erano ribellati come liberati”. Dunque, i vinti. Scorrere i nomi di questi servi protagonisti della rivolta sociale non violenta ma a colpi di carte bollate, è come immergersi nella storia – ruvida e dura ma per niente oscura – del medio evo sardo nella sua fase di autonomia statuale e inserita pienamente in un contesto internazionale. Antichi eroi, forse non come Spartaco o come i ricoltosi dei Ciompi. Ma certamente un posto nella lunga storia del riscatto umano troveranno Petru Mukianu e Mariane Tillis, Justa Tussia e Gosantine Piticu, Petru de Soiu e Dorgotori Savitanu, Mariane Cocone e Susanna Carta e tanti altri. Ebbero il coraggio di far tremare l’ordine sociale che sembrava immutabile.

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