Due realtà

16 Ottobre 2011

Marco Ligas

Mentre siamo impegnati nella chiusura del numero abbiamo avuto notizia dei disordini di Roma.
Siamo naturalmente amareggiati perché una manifestazione così importante è stata pesantemente disturbata da alcune centinaia di teppisti. Riteniamo comunque che l’ispirazione della protesta degli indignati non possa essere messa in discussione dagli atteggiamenti di queste persone. Nel corso dei prossimi giorni affronteremo con maggiori elementi questa vicenda.

Il Governo è impegnato ad allungare la propria agonia, ma cresce nel paese la collera e la voglia di cambiamento. La manifestazione del 15 ottobre è l’ennesimo segnale di questo bisogno.
Naturalmente mi riferisco alla manifestazione degli indignati, non a quella dei teppisti che hanno fatto di tutto per dare un altro significato alla protesta; ci sono in parte riusciti e su questa vicenda interverremo sicuramente nei prossimi giorni. Rimane inalterata comunque l’ispirazione originaria della manifestazione degli indignati: un incontro tra diverse esperienze di lotta che nel corso di questi anni hanno costruito aggregazioni sociali con la partecipazione di lavoratori, studenti, disoccupati, precari; soggetti che hanno subito gli effetti disastrosi della crisi. Gli obiettivi della loro protesta non si limitano alla sconfitta di Berlusconi ma indicano con altrettanta determinazione un ordine sociale diverso da quello voluto dalle banche.
‘Basta con la socializzazione delle perdite e la privatizzazione dei guadagni’, è stata questa l’ispirazione prevalente di chi ha partecipato alla giornata di lotta. La politica non può consegnarsi alla finanza e i singoli governi non possono rinunciare alla propria autonomia.
Ma questo sarà possibile se il bisogno di cambiamento crescerà soprattutto fuori dagli attuali organismi rappresentativi, oggi troppo compromessi in politiche clientelari e conservatrici. Serve un’opposizione che sappia porre obiettivi di cambiamento radicali e riscoprire i diritti che le classi dirigenti europee, tutte le classi dirigenti, stanno offuscando con la pratica di politiche liberiste sempre più autoritarie.
I debiti si possono anche non pagare soprattutto quando i prestiti sono effettuati da usurai che applicano interessi esponenziali e mandano sul lastrico intere popolazioni che non potranno mai restituire quelle somme spaventose, richieste con estrema naturalezza. La preoccupazione maggiore di Germania e Francia, i così detti paesi forti, non è il rafforzamento dell’Unione Europea ma la salvaguardia dei loro istituti di credito perché possano continuare nelle politiche di rapina a danno dei paesi più deboli.
Perciò l’emergenza nei conti pubblici deve essere affrontata con una politica straordinaria che sia credibile ed equa. Serve una nuova tassazione della ricchezza e al tempo stesso è necessario ridare vigore all’economia attraverso la creazione di beni e servizi sostenibili sul piano ambientale e attività ad alta intensità di occupazione.
Questo dovrebbe essere il compito di un’opposizione davvero consapevole dei bisogni del paese. Abbiamo oggi questa opposizione? La domanda è difficile ma la risposta è ripetitiva. Ancora non l’abbiamo, soprattutto se nel maggiore partito di opposizione emergono tentazioni come quella espressa dalla corrente di Veltroni che rilancia l’idea di un governo senza Berlusconi come se con Bossi o Gianni Letta le cose potessero cambiare.

***

Non c’erano dubbi, la Camera ha votato la fiducia al governo. Un’istituzione diventata un mercato non poteva fare scelte differenti per conservare il potere dei suoi capi clan. Alcuni comportamenti mafiosi si erano già manifestati in occasione del voto sul rendiconto generale dello stato: chi stazionava all’ingresso di Montecitorio, chi arrivava in ritardo, chi non si è presentato affatto saltando la votazione. Tutti questi onorevoli hanno mandato un messaggio chiaro al Presidente del Consiglio: il governo potrà sopravvivere solo sotto ricatto.
Il messaggio è stato accolto; Berlusconi, nonostante il giudizio negativo espresso dalla Camera su come il governo ha gestito la finanza pubblica nel precedente esercizio, si è ben guardato dal dimettersi e ha chiesto l’ennesima fiducia al Parlamento, ottenendola. Subito dopo ha riunito il consiglio dei ministri, ha promosso viceministri due sottosegretari e ha nominato due nuovi sottosegretari.
Come non cogliere in questa decisione, assunta con la massima tempestività, la conferma di una ricompensa a chi non gli ha voltato le spalle in un momento delicato: in realtà si è trattato della classica applicazione del voto di scambio.
Ma è presente anche un altro aspetto nella scelta del Presidente del consiglio: l’arroganza dell’uso del potere, il convincimento di come possa disporre della cosa pubblica senza controlli o limiti, anche in un conflitto permanente con le opposizioni e col Presidente della Repubblica. Il paese, le condizioni di vita di milioni di famiglie non lo riguardano perché lui ritiene di aver ricevuto un’investitura permanente dall’elettorato e perciò può fare come gli pare.

***
La classe dirigente sarda non si allontana da quella nazionale. Non traggano in inganno gli scontri che avvengono tra i vari assessori e tra questi e la loro coalizione di appartenenza. Si tratta di differenze che non derivano da intenti nobili, sono finalizzate alla difesa dei posti di governo e si manifestano soprattutto in questa fase a causa della instabilità politica che vive il paese.
Non è un caso che le scelte della Giunta, assunte col consenso unanime della coalizione, sono orientate prevalentemente verso la costruzione di alberghi, di villaggi turistici, di nuovi fabbricati. Si usano persino i campi da golf per mascherare i complessi residenziali collegati a quella attività sportiva. Sono queste le scelte che danno vitalità alle reti clientelari e consentono il mantenimento dei posti di comando.
Intanto, in questi giorni il Consiglio regionale ha approvato la riduzione del numero dei consiglieri. Non è stata una scelta facile, da anni si sottolineava questa esigenza e ciò nonostante il Consiglio la rinviava ripetutamente. La richiesta della riduzione dei costi della politica ha avuto dunque un modesto riscontro. Uso il termine modesto perché l’attuazione di questa decisione è rinviata nel tempo, a quando il Parlamento l’approverà rendendola definitiva. Ed è presumibile che ciò non avvenga entro pochi mesi. In realtà i consiglieri regionali, se proprio avessero voluto dare un messaggio convincente della loro disponibilità alla diminuzione dei costi della politica, avrebbero potuto votare la riduzione delle loro indennità ed eliminare sia il cumulo tra pensione e vitalizi sia i vari privilegi che conservano con molto spirito di corpo. Non lo hanno fatto e ciò la dice lunga su come sia poco persuasiva la loro disponibilità a rimettere in discussione la posizione privilegiata che rivestono.
Non a caso, subito dopo l’approvazione della legge sul taglio dei consiglieri, si è passati immediatamente all’esame del piano casa definito dalla Giunta una necessità e anche una risposta che bisogna dare ‘alla Sardegna che aspetta e che ha voglia di fare’. Ancora una volta dunque viene ribadito il principio di come la cementificazione rappresenti, per chi dirige la politica isolana, la sola opportunità di crescita

1 Commento a “Due realtà”

  1. Marcello Madau scrive:

    Caro Marco, la questione al centro di tutto, dopo la manifestazione di ieri degli ‘indignati’, è che in tutto il mondo appare con nitidezza il fallimento del capitalismo e l’ingiustizia che genera con i suoi apparati speculativi, creando debito e rovesciandolo sulle classi subalterne e sulle nuove generazioni. Mai la reazione planetaria è stata così forte. La manifestazione di Roma ha mostrato – anche se fatica ad emergere dalla disgustosa coltre dei media sulla violenza di qualche centinaio di persone – che il movimento esiste ed è fortissimo, pur fra tanti problemi organizzativi.
    La grandissima novità, e su questo mi pare opportuno discutere, è la presenza di lavoratori della fabbrica (Pomigliano, FIOM) e della conoscenza (FLC, precari in genere, ricercatori dei vari campi, archeologi), operatori del paesaggio e dei beni comuni, che pongono veri e propri programmi di lavoro, di trasformazione democratica e competente della società: che non esistono nel potere e nel centro-sinistra. Nè pienamente compresi (ma almeno visti), dalla sinistra delle formazioni ora “extraparlamentari”. Lo scenario del referendum si è addirittura evoluto. Percorsi costruiti in pochi anni con la fatica dell’impegno organizzato e dello studio, a viso scoperto e non incappucciato, che vogliono contare. Danno idee, svelano l’agonia del capitalismo, la mediocrità del potere e del centro-sinistra, l’infantilismo politico di pratiche minoritarie di guerriglia urbana sul quale il potere cerca una legittimazione che non potrà avere. C’è da essere fiduciosi in questo movimento: ha da imparare un po’di servizio d’ordine contro infantilismo e provocatori, ma molto da insegnarci.

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