Aids, la battaglia contro gli stereotipi

16 Dicembre 2018
[Gianfranca Fois]

Uomini e donne della LILA di Cagliari svolgono un lungo drappo rosso per le vie centrali di Cagliari. È vero, è il primo dicembre, il giorno della giornata mondiale dedicata alla prevenzione e sensibilizzazione sul contagio da HIV e alla lotta all’Aids.

Da parte del governo non c’è stato nessun video o immagine che richiamasse la ricorrenza e, nel complesso, l’AIDS potrebbe sembrare un problema completamente scomparso dal nostro orizzonte. Il nostro governo infatti non ama che si parli di simili malattie che richiamano l’idea della sessualità, dei preservativi e che evidentemente collega con mondi che aborre: carceri, prostitute, migranti dall’Africa, omosessuali. Pensa forse di affrontare il problema con l’unico metodo che nella sua inadeguatezza e ottusità conosce: la repressione e il silenzio. Ma i virus non indietreggiano di fronte a simili metodi contemporaneamente sciocchi e beceri ma solo davanti a forti progetti di prevenzione accompagnati da un più facile accesso ai Test, dalla diffusione di test rapidi salivari, da informazioni scientifiche e da adeguati percorsi sull’affettività e la salute sessuale nelle scuole, da iniziative che coinvolgano e sensibilizzino gli adolescenti e i giovani.

Ogni anno in Italia vengono diagnosticati ben 4.000 nuovi casi che interessano soprattutto giovani e giovanissimi. Da un’indagine di alcune Università italiane risulta che i giovani hanno scarsissima consapevolezza e altrettanto scarse conoscenze, ad esempio secondo un terzo degli intervistati dalla Università di Venezia l’HIV si trasmette attraverso le zanzare e sempre secondo un terzo la pillola anticoncezionale è un buon antidoto. Insomma, per farla breve, la quasi totale disinformazione è una costante che accomuna i giovani e, ahimè, anche meno giovani cui mancano anche le conoscenze di base arrivando spesso a confondere l’HIV con l’AIDS.

Come è noto infatti l’HIV è il virus dell’immunodeficienza umana che se penetra nell’organismo attacca il sistema immunitario compromettendolo e favorendo l’insorgere di infezioni e tumori, l’AIDS. Bisogna aggiungere anche che in Italia sono ancora molto forti paure, pregiudizi e stigma nei confronti dei sieropositivi, molti dei quali denunciano di essere stati oggetto di esclusione dal lavoro o di emarginazione. Questo è dovuto senz’altro alla disinformazione imperante anche sui massmedia, si veicolano idee non corrette sul processo di contagio, ignorando la ricerca scientifica di questi ultimi anni. È infatti stato dimostrato che le persone sieropositive che seguono la terapia prescritta ART (terapia antiretrovirale) e che non abbiano altre malattie che si trasmettono per via sessuale dopo sei mesi non trasmettono più il virus, non sono cioè contagiosi.

Ma se non si interviene al più presto, secondo l’ultimo rapporto dell’Unicef presentato a Parigi lo scorso 18 luglio, potrebbero esserci nel mondo in un futuro prossimo in media 76 giovanissimi che ogni giorno muoiono per l’AIDS. Il rapporto cita i dati relativi al 2017, nel mondo 36,9 milioni di persone vivono con il virus HIV, di queste 21,7 milioni hanno accesso alle cure, le nuove infezioni sono state 1,8 milioni e le morti 940.000. Per contrastare la diffusione del contagio in Italia la LILA (Lega Italiana per la Lotta all’AIDS) chiede subito l’avvio del PNAIDS, Piano Nazionale AIDS, per la prevenzione, l’accesso al test, e per la lotta a stigma e discriminazioni. Il Piano è stato approvato più di un anno fa ma non è stato messo in pratica e visto il l’orientamento retrogrado e antiscientifico del governo attuale la paura è che rimanga lettera morta. Piani simili invece messi in opera in altri paesi europei stanno dando buoni risultati.

“Test, Treat, Prevent”, ossia “testare, trattare, prevenire” è lo slogan dell’iniziativa promossa da “HIV in Europe” e alla quale ha aderito anche la Lila. Infatti, se si conosce il proprio stato sierologico si può accedere ai trattamenti previsti e questo è importantissimo per preservare non solo la salute del singolo individuo ma anche dell’intera collettività. Sono tantissime le persone, di ambo i sessi, che non sanno di avere il virus quindi non seguono la terapia o non prendono precauzioni e diffondono così il contagio all’interno della società. Le persone sieropositive inoltre possono continuare a vivere senza sintomi da pochi mesi sino a 15 anni. È chiaro allora che in assenza di controlli il numero delle persone che vengono infettate aumenta paurosamente.

Tutto questo ci fa capire che il problema non deve assolutamente essere passato sotto silenzio, ma è necessario parlarne, naturalmente con cognizione di causa, perché interessa tutti indistintamente. Il ministero della salute deve organizzare strategie e percorsi per sconfiggere questa patologia, facendo rete con la società civile e con i semplici cittadini. Ognuno si assuma le proprie responsabilità

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