Capoterra. Un’altra lezione (Pensando a Tamara)

16 Ottobre 2018

Foto Roberto Pili, Capoterra 2008

[Sandro Roggio]

Tra le cose che non vorrei vedere negli anni prossimi (già presumibilmente disgraziati) ci sono le inondazioni di luoghi più o meno abitati,  con le drammatiche arcinote conseguenze. Mi incupisce il  ricordo dell’allagamento  di una stanza di casa mia: qualche centimetro di acqua sul pavimento basta per farti capire come si può sentire- brrrr|! – un alluvionato vero. Non è difficile immedesimarsi nelle popolazioni di Olbia, dopo il 2 ottobre 2015 o di Capoterra in queste ore,   passata la tempesta, quando l’allarme resta alto nonostante la ricomparsa  del sole caldo dell’autunno sardo prolungato; poco rassicurante per chi si sente in trappola.

Tutti ad auspicare contro-natura la fine stagioni piovose, comprensibilmente. Nè potremmo fargliene una colpa a chi  a  Isticadeddu, Santa Mariedda (Olbia) o a Frutti d’Oro – Poggio dei Pini  (Caput Terrae) preferisca  la sventura della prolungata siccità.  La siccità causa di carestie penose nella storia umana, da cui le reiterate invocazioni perché sia presto pioggia, “pioggia di benedizione”  (Ezechiele).

D’altra parte ognuno sceglie il male minore per sé, e pure noi – se abitassimo in una casa a rischio di allagamento  –  cercheremmo l’estate tutto l’anno, come  nella canzone di Paolo Conte.

Per farla finita con i clic compulsivi su meteo.it ad ogni nuvola passeggera su Tavolara e nel Golfo degli Angeli anche verso Ferragosto; e con tutte quelle pallose discussioni sulle pressioni alte/ basse, pluviometri, effemeridi, eccetera;  sofistiche e con la solita conclusione che “le stagioni – imprevedibili – non sono più quelle di una volta, signora mia”. Fino ad arrivare a odiarlo l’autunno, nonostante la sua fantastica reputazione, i colori e le sue magiche atmosfere  che hanno ispirato capolavori della pittura (“Il fiume” di Kandinsky, il mio preferito) e le mitiche colonne sonore  da Vivaldi a Keith Jarrett.

Sembra incredibile ciò che è successo in Gallura o a Capoterra  e in altre località di Baronia e Ogliastra. Un orrore ogni volta, che sarebbe giusto spiegare senza girarci  attorno,  con il linguaggio sgombro delle torsioni  degli specialisti  (“l’erudizione che appesantisce il pensiero”).  Lo dobbiamo a chi,  coi  piedi per terra anzi, nel fango, s’interroga e recrimina sull’omertà di chi doveva avvisare  dell’azzardo di qualche opera  “a fin di bene” e  dell’ aggiunta di  case a case in quei suburbi con assetti di cui sfugge il senso.

Bisognava fermarsi in tempo. Invece di minimizzare: chiamando in documenti ufficiali “insediamenti spontanei su aree con drenaggio gravoso”  ignobili sparpagli di edificazioni   forse illegittime (visto che  l’abusiamo edilizio  in Sardegna è ai primi posti della classifica nazionale: inspiegabile in Europa e sfuggita alle agenzie di rating).

Potremmo cavarcela colpevolizzando, in generale, chi  ci è cascato e si trova ad abitare sopra  corsi d’acqua occultati da abili prestigiatori. Raggiri  temerari e reiterati nonostante  non ci manchino le leggi per impedirli. Ma le leggi, armature civili per proteggere i soggetti più deboli,  sono spesso violate, anche  per un patto tacito tra truffati e truffatori. Scellerato per le vittime, fruttuoso per chi sa come si porta impunemente a termine un disegno criminoso, tipo un frazionamento di aree presupposto di  abusivismo, contando sugli occhi socchiusi di complici che dovrebbero stare all’erta prima che si arrivi a mettere il cartello vendesi su un lotto in una palude.

Chi compra terra inedificabile  per farci su una casa,  sa di rischiare: il prezzo è allettante e se la merce è scadente qualcuno alla fine provvederà – si spera. Ma siccome sono troppe le calamità, il soccorso potrebbe non arrivare mai, perché non c’è  speranza di rimediare a condizioni di elevata compromissione del territorio. E il denaro pubblico –  necessario per aggiustare i guasti prodotti nell’interesse  di qualche potente latifondista  – non basta mai.

L’edilizia dissennata produce  bruttezza e pericoli irrimediabili,  e tanti infelici tra chi non potrà scapparsene da quegli agglomerati se non  ha i mezzi. E neppure l’audacia adolescenziale  della “bella mariposa”  di Sergio Atzeni. Così succede che la casa che dovrebbe dare sicurezza diventi  una prigione causa di  angoscia  insanabile dopo avere  rallegrato qualche speculatore.

Di luoghi disgraziati e invivibili ne abbiamo in abbondanza in Sardegna. E quindi l’augurio è che negli anni prossimi  il buon governo del territorio non sia un’eccezione per iniziativa di qualche bravo sindaco. Nè demandato alla azione correttiva della magistratura.

Ma sia la regola della politica (oso: di sinistra) per impedire almeno le catastrofi che colpiscono i più poveri; nelle quali c’è chi perde la vita com’è successo pure questa volta a un innocente, una mamma  -Tamara – con un’espressione dolcissima che da ieri va e viene nei miei pensieri.

Nessuno può permettersi di attribuire responsabilità per facili deduzioni mentre sono in corso  indagini della Procura per fare luce sul disastro nei pressi di Cagliari. Ma mentre aspettiamo possiamo dare un’occhiata su GoogleMap attono a Capoterra e soprattutto andando verso il mare. Per farci un’idea di  come si può maltrattare un territorio un tempo bellissimo  e cosa viene a mancare. Nel volgere di qualche decennio si sommano la perdita dei caratteri naturali, l’azzeramento del valore del patrimonio immobiliare e il rischio per le  persone (per la vita!), basta che piova in abbondanza.

1 Commento a “Capoterra. Un’altra lezione (Pensando a Tamara)”

  1. sebastiano Delai scrive:

    Quanto scrivi coinvolge la mente e il cuore di chi, come me, per ragioni politico sindacali. ha più volte incocciato col malaffare politico organizzativo e con la conseguente mala gestione del nostro Territorio.
    Sono qui a dirti grazie, per quanto hai scritto, perchè, come ha fatto con me, son sicuro che non mancherà di sensibilizzare tante menti oneste di questa Terra bella ma inevitabilmente esposta al saccheggio, alla distruzione del bello naturale fino al pianto dei suoi figli, vittime sacrificali di un protratto malgoverno del quale si tarda a vedere la fine. Di fronte alle paludi diventate quartiere abitativo, piazze ed esercizi commerciali, è facile prevedere la non fine prossima delle tragedie…. ma sperare nelle menti buone è d’obbligo.

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