Le 50 primavere di Praga

16 Ottobre 2018
[Gianfranca Fois]

Nella Praga più antica tre erano (e sono tuttora) i sistemi di computo del tempo: il modo tradizionale, il metodo boemo e il metodo ebraico. Quello boemo segna le ore del giorno partendo dal tramonto e in quello ebraico le lancette vanno in senso antiorario, così come la scrittura semita.

Mi sembra una bella metafora non solo del non senso del mondo o dei diversi sensi del mondo ma anche degli avvenimenti che hanno interessato Praga giusto 50 anni fa quando si consumò il tentativo di uscire dalla rigidità di un regime comunista che aveva dato vita a una crisi economica, sociale e politica rinnovandolo. Come sappiamo il tentativo finì sotto i carri armati sovietici inviati per reprimere la così detta “Primavera di Praga”. Negli anni che vanno dal ’60 alla fine degli anni ‘70 la Cecoslovacchia conosce un’intensa e fertile vita culturale e, pur in presenza di un vivace dissenso, la richiesta di rinnovamento è ad opera degli stessi comunisti e del loro gruppo dirigente col coinvolgimento e la partecipazione operaia e popolare, a differenza di quanto accaduto nell’insurrezione ungherese del 1956.

All’epoca i partiti comunisti europei dopo vari tentennamenti alla fine fanno prevalere la real politik e appoggiano l’URSS, paese di riferimento per i partiti fratelli. Lo stesso avviene in Italia dove all’inizio sembrava affermarsi una posizione contraria all’intervento militare da parte dei dirigenti del PCI di Togliatti. Pochi allora e in seguito sono stati i tentativi di analisi e di approfondimento della vicenda cecoslovacca forse perché i “dissidenti” si muovevano appunto all’interno del pensiero socialista e marxista e questo non poteva essere ben accetto agli ideologhi liberisti e neoliberisti occidentali.

Nonostante siano passati 50 anni da allora la vicenda praghese continua ancora oggi a dare i suoi frutti con la partecipazione della Cechia e della Slovacchia al gruppo di Visegrad e alla involuzione autoritaria dei paesi membri. La fine delle speranze di rinnovamento del partito comunista ceco aveva determinato la perdita della sua credibilità e la “rivoluzione di velluto” del 1989 ormai aspirava solo a un allineamento all’ordine occidentale. Non solo, ma quanti avevano portato avanti le istanze di rinnovamento e ne avevano subito le conseguenze ora vengono ignorati o criticati perché comunisti.

L’orologio della storia va avanti, va avanti dal tramonto al tramonto ma va anche in senso antiorario e tornare sull’esperienza praghese del ’68 non solo per analizzarla ma anche per ritrovare in essa spunti, idee per una rinascita futura è l’intento del recente libro del professor Roberto Gatti intitolato “Praga 1968. Le idee della Primavera”, edito da Manifesto libri. Il professor Gatti prende in esame numerosi saggi pubblicati in Cecoslovacchia dagli anni 60 in poi, saggi di economisti, sociologi, politici che riflettono sulla situazione del loro paese e sulle possibilità di costruire un nuovo ordinamento che superi la rigidità e il potere burocratico che ne impediscono lo sviluppo.

Si cerca così di colmare una lacuna e si apre anche ai non specialisti uno scenario inedito di analisi e riflessione ricco e originale che contrasta con le accuse di revisionismo dell’epoca ma soprattutto contribuisce a chiarire il silenzio dell’Occidente poco interessato a conoscere contributi sul controllo del potere e sulla garanzia dei diritti di tutti, argomenti che ormai non fanno più parte dell’orizzonte politico attuale. Tra le riflessioni più significative e interessanti, a mio avviso, c’è un elemento di fondo, se si osservano le esperienze dei paesi socialisti ci si rende conto che il socialismo è stato declinato come un’applicazione di principi perfettamente rovesciati rispetto al capitalismo.

Non si è sentito il bisogno di pensare a un socialismo che superasse il capitalismo e che si definisse autonomamente, senza essere in qualche modo debitore al suo avversario storico. Anche il sogno illusorio di Marx sulla estinzione di ogni mediazione istituzionale deve essere rivisto a fronte della complessità delle moderne società postindustriali. Contemporaneamente il professor Gatti evidenzia che le procedure della democrazia rappresentativa borghese, la libertà di espressione ecc. nate col capitalismo non sono legate necessariamente in modo assoluto con esso.

Dall’analisi della situazione del regime socialista cecoslovacco, ma che caratterizza anche gli altri stati dell’Europa orientale, tra le criticità maggiori emergono: L’equalitarismo livellatore (ad esempio non c’è quasi differenza di salario tra lavoro qualificato e non qualificato, o tra lavoro svolto bene e quello svolto male) che ha come conseguenza il soffocamento del dinamismo e dell’iniziativa delle forze sociali, soffocamento che impedisce il progresso tecnologico e scientifico e disperde le capacità intellettuali. La sicurezza sociale assoluta svincolata da criteri di efficienza produttiva e distributiva (ad esempio la costruzione di grandi impianti metallurgici lontano dalle fonti di energia e di materie prime) con la conseguente diminuzione della reddittività economica e dell’efficienza produttiva, con una produzione determinata da indici stabiliti da organismi statali impermeabili all’evoluzione delle esigenze e dei bisogni sociali.

Insomma, le leve dell’economia, e quindi della politica, sono in mano a ristrettissimi gruppi di burocrati “pseudo-proletari”. In questa situazione si rivela particolarmente interessante anche la riflessione su mercato e pianificazione socialista. Pur riconoscendo la necessità di un piano che dia gli orientamenti economici generali e di lungo periodo, per gli studiosi praghesi in una società complessa sono necessari anche mezzi di regolazione indiretta dell’economia. Il mercato quindi, svincolato dalla società borghese, può armonizzare, in modo pianificato, la produzione con la struttura della domanda; può offrire un libero terreno di incontro tra le varie aziende e tra produttori e consumatori; può garantire un’autonomia effettiva della vita civile e quindi la coesistenza di idee, di tendenze, di gruppi.

Si tratta in breve di una pianificazione democratica. L’esperienza della primavera praghese, sottolinea professor Gattim, mostra quindi come sarebbe stato possibile dar vita a un sistema politico socialista ispirato agli insegnamenti di Marx ma attento alla realtà e alle società del nuovo millennio. “La lotta dell’uomo contro il potere è lotta della memoria contro l’oblio” ha scritto lo scrittore ceco Milan Kundera e in questo caso sembra ancora più vero.

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