Come elaborare un Piano Energetico Sardo?

1 novembre 2018
[Antonio Muscas]

Come elaborare un Piano Energetico al fine di superare definitivamente i vecchi modelli di pianificazione energetica e industriale per adottare un modello funzionale al rilancio del sistema socio-economico sardo?

Come elaborare un Piano Energetico elaborato sfruttando appieno gli sviluppi derivanti dalle nuove tecnologie e coerente con il concetto di corretto utilizzo delle risorse, rispetto e tutela ambientale, riduzione delle emissioni inquinanti e degli effetti climalteranti, eliminazione delle servitù e delle dipendenze, collettivizzazione dei sistemi di produzione energetica, sottrazione delle nostre risorse allo sfruttamento e alla speculazione da parte di pochi per il proprio arricchimento e a discapito del territorio e delle comunità, equa redistribuzione delle ricchezze?

Non essendo mia intenzione fornire in questa sede dati, numeri e previsioni, mi limito a presentare una proposta di metodo, per ciò che, a mio parere, dovrebbe, a rigor di logica, precedere ogni azione di tale portata come appunto un piano energetico.

La parte tecnica: Il quadro generale dei consumi e delle produzioni

In primo luogo è indispensabile descrivere lo stato dell’arte energetico generale: produzione, consumo e capacità produttiva. Parlare di energia non può e non deve limitarsi alla produzione elettrica: bisogna conoscere ogni forma di produzione e consumo energetico in tutti i settori, ovvero, per grandi aree: pubblico e privato, e perciò: domestico, industriale, agricolo, trasporti, servizi pubblici, ecc.

Ogni settore deve essere quindi suddiviso in sottosettori. Ad esempio, per il domestico, considereremo i consumi: elettrico, gas, legna, pellet, cippato, gasolio, ecc. Del consumo elettrico per uso domestico dobbiamo quantificare le rispettive quote per: riscaldamento, raffrescamento, acqua sanitaria, cottura cibi, ecc., a cui va aggiunta la quota di autoproduzione e autoconsumo: pannelli fotovoltaici, generatori elettrici, pannelli solari termici, ecc. Di legna, pellet e cippato, dovremmo conoscerne anche la provenienza. Quanta biomassa entra in Sardegna? Quanta ne produciamo? Quanta ne esportiamo? Quali sono il fabbisogno totale, la produzione netta e la capacità produttiva? Lo stesso discorso con relativi dettagli vale per gli altri settori. Solo in questo modo otterremo una fotografia dettagliata delle reali necessità, dei consumi e degli approvvigionamenti energetici.

La parte politica: La Pianificazione

Il Piano Energetico deve nascere come conseguenza di un Piano Strategico Generale, il quale, ripetendo la logica esposta per il Piano Energetico, deve far riferimento allo stato dell’arte di tutti i settori energivori e per ognuno di essi stabilire obbiettivi, priorità e strategieLa fase di Pianificazione Energetica potrà derivare esclusivamente come logica conseguenza della pianificazione degli altri settori e non indipendentemente e a prescindere da essi, trattandosi infatti della somma non algebrica di questi, i quali sono tra loro in stretta relazione e interdipendenza.

Pianificare significa progettare il territorio per le prossime decadi, e le scelte dipendono necessariamente dall’indirizzo politico. Perciò, sull’esperienza di quanto già viviamo attualmente, un modello neoliberista impronterà la pianificazione puntando alla massimizzazione dei consumi, in un’ottica di perenne e costante crescita, allo sfruttamento indiscriminato delle risorse, incluse quelle umane, nonché dalla deregolamentazione totale e dall’estromissione dai settori della produzione e della gestione del pubblico a totale garanzia e tutela degli interessi privati. Per contro, un modello più orientato alla tutela e salvaguardia ambientale e al rispetto dell’uomo impronterà il piano su:

  • un uso razionale delle risorse attraverso una gestione intelligente che limiti picchi di consumo e utilizzi innecessari;

  • la riduzione dei consumi attraverso l’efficientamento energetico e l’elaborazione di modelli economici, sociali e stili di vita alternativi e consoni alle reali necessità singole, generali e ambientali.

Quale sarà allora l’obbiettivo in termini di picco di produzione e abbattimento dei consumi? Quale l’orientamento, e quindi la distribuzione dei finanziamenti, tra i diversi sistemi di produzione energetica? tra mega impianti e piccoli impianti per l’autoconsumo? Quale la preferenza tra i diversi tipi di tecnologia disponibile? tra produzione, razionalizzazione e efficientamento energetico? Quanto si investirà nella ricerca e nello sviluppo nei settori del risparmio e dell’efficientamento energetico, nelle energie rinnovabili, nello studio e valutazione di adeguati processi di transizione, nella formazione, informazione, coinvolgimento delle comunità nei processi di partecipazione?

Per ogni settore sarà necessario definire una strategia, pianificarne cioè lo sviluppo nel tempo, darsi degli obbiettivi a lungo e medio termine. Diversi sono gli argomenti da mettere al centro del dibattito pubblico:

1) L’acqua, il sole e il vento a chi appartengono? Chi ne deve disporre? L’utilizzo e lo sfruttamento devono essere privati, statali, o collettivi?

2) L’energia è un bene collettivo, oppure un servizio come un altro su cui si può lucrare e finanche speculare? È giusto garantirne a chiunque un quantitativo minimo o, quantomeno, fornirla ad un prezzo equo e, fino ad una certa quota, uguale per tutti?

3) Il modello attuale di produzione elettrica, concentrato quasi esclusivamente nelle mani dei privati, è accettabile? o si può e deve immaginare un ritorno al controllo pubblico? Oppure, ancora, se l’energia è un bene collettivo deve essere tale anche la produzione?

4) A capo di chi deve stare la pianificazione energetica e secondo quali fini?

5) Alla luce dei limiti di approvvigionamento delle fonti fossili (costi non sono controllabili e non quantificabili in futuro, dipendenza da cartelli e monopoli esterni, esaurimento non chiaramente quantificabile) e dei limiti di capacità produttiva e gestione delle rinnovabili, è giusto e, se giusto, in quale misura si deve investire nell’abbattimento dei consumi, la loro razionalizzazione, l’efficientamento energetico, la produzione per autoconsumo, l’impiego di piccoli impianti distribuiti, la realizzazione di sistemi di accumulo, la riprogettazione e il rifacimento delle reti di trasporto e distribuzione elettrica?

6) In quale misura investire nel trasporto pubblico, nel ferroviario piuttosto che nella gomma, nel trasporto elettrico, nella realizzazione e rifacimento delle reti che garantiscano un giusto servizio di mobilità alle periferie urbane e geografiche?

7) In quale misura investire nelle infrastrutture, incluse reti di telecomunicazioni e servizi scolastici, postali, sanitari e ospedalieri, al fine di ridurre la necessità di mobilità delle persone e abbattere i consumi nei trasporti che oggi da soli rappresentano oltre il 30% dei consumi energetici totali?

Altro tema di interesse e di carattere strettamente politico, riguarda la gestione della fase transitoria: come si perseguono gli obbiettivi? Attraverso quali percorsi? Sulla gestione del transitorio i punti di vista possono divergere alquanto, poiché la semplice condivisione degli ideali e degli obbiettivi non corrisponde alla condivisione delle strategie per il loro perseguimento.

Un Governo seriamente intenzionato a pianificare il territorio nel rispetto degli obbiettivi assunti, non può esimersi dal mettere in atto reali processi partecipativi, garantendo autonomia e potere decisionale alle comunità interessate e tenendo in debita considerazione diversi fattori, tra i quali gli impatti: ambientale, paesaggistico, sanitario, sociale, tradizionale, culturale ed economico. Una volta messo a punto, il processo si avvia, si monitora costantemente e si rimodula dipendentemente dalle esigenze e anche tenendo conto della disponibilità di nuove soluzioni tecnologiche. Trattandosi di un percorso complesso a causa della moltitudine di variabili in gioco, per i conflitti di competenza che insorgerebbero con lo Stato Italiano e probabilmente in materia di libero mercato con l’UE, si può procedere per tappe e articolare il piano in corso d’opera.

Ci vogliono ambizione, tenacia, impegno e condivisione, e sono necessarie risorse umane, economiche e tecnologiche considerevoli, ma si tratta di una sfida importante e stimolante che mette alla prova la nostra capacità di affrontare il grave problema dell’inquinamento, del riscaldamento globale, della spoliazione delle risorse e della distruzione dell’ecosistema. Stiamo parlando insomma della qualità della nostra vita e della nostra stessa sopravvivenza. Nel ruolo che la Sardegna vorrà svolgere, ci sono in ballo la nostra indipendenza energetica e quella economica: perché una cosa è consumare e pagare, altra cosa è produrre per se stessi e vendere; una cosa è sottostare alle imposizioni, ai capricci e ricatti altrui, altra cosa è autodeterminarsi e darsi la possibilità di decidere il proprio destino, a cominciare proprio dall’energia, non per niente uno dei settori strategici in cui da tempo si giocano gli equilibri geopolitici mondiali.

Possiamo a questo punto andare avanti come se niente fosse, convinti che, alla fine, una soluzione salterà fuori da qualche cilindro magico. In realtà, non abbiamo molte alternative, e la prova delle conseguenze nel continuare per la stessa strada è sotto gli occhi di tutti. Sta a noi tutti decidere cosa vogliamo fare.

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