Il costo della noncuranza

1 novembre 2018
[Aldo Lotta]

Un recentissimo report medio-orientale trattiene inesorabilmente la mia attenzione su qualcosa di enorme e terribile che in tutti i modi cerchiamo nel nostro piccolo mondo occidentale di rimuovere o negare del tutto. Essere Palestinesi nella propria terra di origine significa, ormai da almeno 70 anni, essere dannati ad una condizione di stra-ordinaria sub-umanità. Sono infatti 70 gli anni trascorsi dalla costituzione ufficiale dello stato di Israele e 71 quelli che ci separano dalla prima delle decine di risoluzioni ONU rivolte a tale stato perché rispetti il diritto internazionale: nessuna delle risoluzioni è stata osservata e ciò è avvenuto ed avviene sotto la totale indifferenza (e quindi l’avvallo) del piccolo, grasso, iniquo mondo in qui abbiamo avuto la fortuna di nascere.

L’articolo che ho sotto i miei occhi mi ricorda che la Marcia per la Pace dei Palestinesi continua ad aver luogo, anche se i riflettori mediatici sono da tempo spenti, e le cifre dei morti e dei feriti si ingrossano. Sono 205 i Palestinesi morti dal mese di Marzo per aver manifestato affinché le risoluzioni ONU vengano rispettate. 38 dei morti sono bambini, mentre dei più di 21288 feriti, i minori sono 4250. Sono numeri, come tali passibili di essere colti con noncuranza grazie al fenomeno di assuefazione che ci affligge. Numeri che non rendono conto della consistenza reale della tragedia umana, individuale, familiare e collettiva.

Ma, per di più, una strana forza centrifuga ci impedisce di vedere l’elefante nella stanza:

La cosiddetta questione israelo-palestinese è il frutto velenoso di un gigantesco processo messo in moto e condotto dalle potenze coloniali insieme col movimento sionista. Processo che dalla dichiarazione di Balfour del 1917 giunge sino alla “colonizzazione senza fine” dei nostri giorni. La “deviazione del corso della storia” ha determinato in questi cento anni una molteplicità di crisi tanto da configurare oggi una situazione esplosiva che non fa parte di un universo remoto ma interessa e interroga le nostre esistenze. Infatti, ciò che quotidianamente accade in quelle “altre” sponde del nostro mare, fulcro di strategie politiche che si traducono in tragedie agghiaccianti per i popoli medio-orientali, riguarda oggi quanto mai il nostro futuro e quello dei nostri figli.

Non è difficile, ad un attento esame, avvertire il perché dell’importanza cruciale che da sempre e oggi più che mai, assume ciò che accade a poche centinaia di chilometri da noi: l’eccezionalità di Israele, nazione definita democratica, consiste nel suo essere di fatto esentata dal rispetto delle leggi internazionali. La sua assoluta immunità giuridica nonostante le azioni eclatanti contro i diritti più elementari dell’uomo (là dove in passato le nazioni democratiche sono state pronte a reagire, ad esempio di fronte all’apartheid del Sud Africa), non esclude, già oggi, i rischi di contagio.

In Italia, e non solo, vengono sempre più accolte (anche attraverso l’indifferenza) e spesso acclamate, idee, parole e azioni che si pensava fossero relegate nell’alveo di un tragico passato. E non possiamo far finta di “temere” un ritorno al fascismo: ciò che realmente accade sotto i nostri occhi è ben più orribile, per il semplice fatto che potrebbe riuscire a superare quel “limite invalicabile” che dopo il 1945 è stato istituito attraverso le moderne Costituzioni, la Dichiarazione Universale sui Diritti dell’Uomo e i Trattati di Ginevra.

Il silenzio mediatico riguardo ciò che accade nei territori occupati è assordante ed evoca l’immagine del “non vedo e non sento” di chi è, di fatto, pienamente complice di quelle azioni.

Dare voce alle grida “nascoste” che si levano dalle donne e uomini palestinesi, ma anche dagli Ebrei dissidenti in Israele e nel mondo, potrebbe consentire a ognuno di noi di sciogliere questo tragico nodo di iniquità e ipocrisie e favorire il recupero dell’etica e della dignità umana: da ciò dipende gran parte del nostro comune destino.

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