L’Isola che i sardi non avrebbero detto

15 Giugno 2007

PAESAGGIO SARDO

Marcello Madau

Ho riletto con attenzione Parlane bene di Thomas Münster, recensito nel primo numero del nostro giornale, e ne ho tratto singolari e forti motivi di interesse. Molte cose belle, diverse straordinarie, qualcuna irritante. La lettura dei viaggiatori in Sardegna è traccia di una relazione fra Isola dimenticata e scopritori nei secoli costantemente nuovi. Segno di interessi non sempre basati sulla disponibilità all’incontro; di attenzioni talora inusuali per sensibilità (questo è senza dubbio il caso di Münster, e di altri prima di lui: tedeschi come Max Leopold Wagner, francesi come Valery); di un radicato, non sempre cosciente, senso di superiorità (anche in Münster). Ma la relazione è già un ponte, un canale; e dei tedeschi parlane bene, perché sono un popolo splendido nonostante tutto e nonostante le sfortunate appartenenze di personaggi prestigiosi dello stesso Gruppe 1947.
E’ un’altra tappa di una Sardegna che si tenta di ricucire con le reti culturali, in passato sempre definite, tranne poche opere ed alcuni muttos, da itinerari di altri, quasi sfidando una cantonalità che talora sembra irriducibile. Un filo rosso, millenario, lungo i luoghi, narrazione scritta e figurata, e particolarmente vigorosa nell’Ottocento, di monumenti e paesaggi; ciò che raramente un sardo descriverà, prescindendo da alcuni straordinari episodi colti fra Cinquecento e Settecento e da archeologi e sapienti come Giovanni Spano e Vittorio Angius, sacerdoti con lo strumento della scrittura e molto tempo libero. Almeno sino agli inizi del Novecento, quando se ne parlerà ‘in sardo’ nei contesti di una Secessione importante e purtroppo, nei decenni successivi, dagli sviluppi contradditori e forse deludenti, visto i nostri attuali rapporti con quel primitivismo oggi riproposto in singolari declinazioni, spesso inventate e preda del sardo kitsch.
Il fatto che molto, nella definizione dei luoghi e del patrimonio culturale isolano, dipenda da descrizioni non sarde, è davvero interessante. I viaggiatori greci che lasciarono traccia del loro passaggio coi fenici nel termine Ichnoussa (di chiaro stampo euboico, quindi piuttosto antico) dimostrarono, nel definire quella forma di piede, la loro confidenza con il territorio ed almeno un itinerario costiero (a volte nelle fonti classiche ci scappava qualche forzatura interessata, come fece Erodoto dichiarando, in modo che i Greci della Ionia la colonizzassero, la Sardegna come la più grande fra le isole del Mediterraneo). Non è che siano mancate, dall’800 avanti Cristo all’Ottocento, ragioni connesse allo sfruttamento e alla dipendenza: si misura ciò che si vuole possedere, si indaga e descrive minuziosamente la comunità che si vuole tassare. Vittorio Angius, pastore di anime, lo fece per Goffredo Casalis che lo fece per il Piemonte, come il Voyage e L’Itineraire di Della Marmora. Il censimento è a ragione trauma consolidato da millenni nella memoria delle comunità subalterne; il godimento estetico del paesaggio un lusso non facilmente apprezzato da chi vive sfruttato e in un’economia di sussistenza. Ma il nostro descrivere è avaro, e dalla cultura tradizionale, orale, della Sardegna le tracce non di rado trasferiscono paura, preoccupazione, diffidenza: il patrimonio archeologico è lontano. Il paesaggio sullo sfondo, dominato da pensieri stanziali e transumanti, caratterizzato da pochi luoghi abitati quasi sotto assedio, da molti vuoti ed esseri spaventosi. Come interpretare questo silenzio? Come riservatezza, o piuttosto come ostilità? Come difesa nella cittadella costruita rispetto al mondo selvaggio (animali e invasori vicini e lontani)? Esiste nella tradizione un’adesione condivisa ai valori del paesaggio culturale? Qualcuno come Giuseppe Fiori – in ciò è corretta la riserva a suo tempo espressa da Antonio Romagnino – pur nella giusta ripulsa delle visioni oleografiche di isolani colorati e spensierati (un po’ come le felici contadinelle di candidi mulini pubblicitari), sostenne che i sardi nella sostanza avevano altro a cui pensare. Una posizione di “sinistra” che ci fece accettare la fabbrica petrolchimica prima dei luoghi, che ebbe a prevalere anche per l’alterità della tradizione. Il paesaggio culturale come identità allargata è una faticosa, non lineare e niente affatto scontata conquista contemporanea.
Sono impressioni veloci su di un tema che meriterebbe sviluppo e riflessioni maggiori. Münster, pur credendo all’esistenza di un falso ottocentesco come il re sardo Gialeto, vede comunque i primi scavi di Giovanni Lilliu a Su Nuraxi di Barumini; lamenta la poca cura dello straordinario patrimonio archeologico e chiede che venga tutelato, che non si facciano interventi qua e là mai conclusi (<<dispiace vedere campagne di scavi intraprese sempre con solerzia e buona volontà e mai portate a termine >>. A qualcuno di noi ricorderà soprattutto gli anni dei cantieri archeologici regionali del Fondo Sociale).
Oggi si aprono nuove stagioni di attenzione per i beni culturali, e la storia del nostro rapporto con essi ci invita, dotandoci di discrezione, preparazione e soglia critica né subalterne né autoreferenziali, all’apertura almeno mediterranea. Ma non dobbiamo abbassare, proprio ora, la guardia sulla tutela e produrre indebolimenti su questo fronte, magari perché, nell’urgenza della valorizzazione e del passaggio di competenze da Stato a Regione, sembra più utile superare le Soprintendenze territoriali a favore di una Soprintendenza unica.

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