4 novembre: Centenario della Vittoria. Ma vittoria di chi e di che?

1 novembre 2018

Coscritti di Urzulei e Talana al Consiglio di leva di Lanusei

[Francesco Casula]

Temo e sospetto che in occasione del 4 novembre come e più che nel passato anche quest’anno – in cui ricorre il Centenario – si scateneranno le fanfare della retorica, patriottarda e militarista, con eventi, manifestazioni, raduni d’arma, conferenze e cerimonie solenni in molte città italiane. Senza alcun pudore. Infatti non c’è proprio niente da celebrare e tanto meno festeggiare alcuna vittoria. Infatti:vittoria di che e di chi? Quella guerra fu semplicemente una inutile strage, una gigantesca carneficina come la definì il Papa Benedetto XV in una enciclica del 1914 (Ad Beatissimi Apostolorum Principis),.

Una guerra contro il volere della larga maggioranza dello stesso Parlamento, imposta dal re Vittorio Emanuele III (più noto come Sciaboletta, che firmò l’Atto di ingresso), con la complicità del primo ministro (Salandra) e il responsabile degli Esteri (Sonnino). Voluta dai grandi Gruppi industriali (in primis dalla FIAT e dall’Ansaldo di Genova, guidata dai fratelli Pio e Mario Perrone) che non a caso finanziarono i giornali nazionalisti e guerrafondai, ad iniziare dal Popolo d’Italia, fondato da Benito Mussolini. Essa rappresenterà – è il grande storico Enzo Gentile, a scriverlo – “oltre che il tramonto della Bella Epoque, il naufragio della civiltà moderna. Una guerra nuova, completamente diversa da quelle fino ad allora combattute: per l’enormità delle masse mobilitate, per la potenza bellica e industriale impiegata, per l’esasperazione parossistica dell’odio ideologico” 1Una guerra – scrive Freud – “che ha rivelato, in modo del tutto inaspettato, che i popoli civili si conoscono e si capiscono tanto poco da riguardarsi l’un l’altro con odio e con orrore” 2.

Una vera e propria catastrofe annientatrice d’ogni forma di vita e civiltà, trasformate in cumuli di rovine: riducendo l’Europa a “un’oasi estinta e sterile” scrive il tedesco Ernst Jünger, “dove non c’è segno di vita per quanto lontano possa spingersi lo sguardo e sembra che la morte stessa sia andata a dormire”3Con centinaia di città sistematicamente distrutte, completamente cancellate dalla faccia della terra. Ma soprattutto con un ingentissimo numero di soldati sacrificati inutilmente: la sola la Italia ebbe 650 mila morti e 2 milioni tra feriti e mutilati. E insieme alla carneficina di vite umane, la devastazione e distruzione della natura. A descriverla in modo suggestivo è il romanziere francese Henri Barbusse, combattente sul fronte occidentale, che parla del Nuovo mondo costruito dalla guerra nel Continente europeo: “un mondo di cadaveri e di rovine ”terrificante, pieno di marciumi, terremotato” 4.

Ma c’è di più: nuove e ancor più drammatiche conseguenze si profileranno all’orizzonte con la fine dei combattimenti e il Trattato di Versailles. Con il ridisegno dell’intera geografia europea secondo la volontà dei vincitori, si ponevano infatti le premesse per altre tragedie: la corsa al riarmo e la militarizzazione di massa della società che saranno alla base dei regimi totalitari come il fascismo e il nazismo. I 650 mila morti e i più di 2 milioni di feriti e di mutilati erano costituiti soprattutto da contadini, operai e giovani mandati al macello nelle trincee del Carso, sul Piave, a Caporetto e nelle decimazioni in massa ordinate dagli stessi generali italiani. Carne da macello fornita soprattutto dai meridionali siciliani, calabresi, campani, lucani e sardi, mentre i settentrionali per lo più erano produttivamente impegnati nelle fabbriche di armi e di cannoni.

Sardi soprattutto, almeno in proporzione agli abitanti: alla fine del conflitto la Sardegna avrebbe infatti contato ben 13.602 morti (più i dispersi nelle giornate di Caporetto, mai tornati nelle loro case). Una media di 138,6 caduti ogni mille chiamati alle armi, contro una media “nazionale” di 104,9. E a “crepare” saranno migliaia di pastori, contadini, braccianti chiamati alle armi: i figli dei borghesi, proprio quelli che la guerra la propagandavano come “gesto esemplare” alla D’Annunzio o, cinicamente, come “igiene del mondo” alla futurista, alla guerra non ci sono andati. La retorica patriottarda e nazionalista sulla guerra come avventura e atto eroico, va a pezzi. Abbasso la guerra, “Basta con le menzogne” gridavano, ammutinandosi con Lussu, migliaia di soldati della Brigata Sassari il 17 Gennaio 1916 nelle retrovie carsiche, tanto da far scrivere in Un anno sull’altopiano allo stesso Lussu: Il piacere che io sentii in quel momento, lo ricordo come uno dei grandi piaceri della mia vita. In cambio delle migliaia di morti, – per non parlare delle migliaia di mutilati e feriti – ci sarà il retoricume delle medaglie, dei ciondoli, delle patacche. Ma la gloria delle trincee – sosterrà lo storico sardo Carta-Raspi – non sfamava la Sardegna.

Sempre Carta Raspi scrive: ”Neppure in seguito fu capito il dramma che in quegli anni aveva vissuto la Sardegna, che aveva dato all’Italia le sue balde generazioni, mentre le popolazioni languivano fra gli stenti e le privazioni. La gloria delle trincee non sfamava la Sardegna, anzi la impoveriva sempre di più, senza valide braccia, senza aiuti, con risorse sempre più ridotte. L’entusiasmo dei suoi fanti non trovava perciò che scarsa eco nell’isola, fiera dei suoi figli ma troppo afflitta per esaltarsi, sempre più conscia per antica esperienza dello sfruttamento e dell’ingratitudine dei governi, quasi presaga dell’inutile sacrificio. Al ritorno della guerra i Sardi non avevano da seminare che le decorazioni: le medaglie d’oro. d’argento e di bronzo e le migliaia di croci di guerra; ma esse non germogliavano, non davano frutto” 5C’è da festeggiare per questo dramma immane? Magari spendendo soldi in parate militaresche?

O non ha forse ragione il sindaco indipendentista di Bauladu, Davide Corriga, che per la ricorrenza del 4 novembre organizzerà – come negli anni passati – una contro celebrazione, senza il tricolore, con il gonfalone del paese oristanese, a significare il rifiuto della retorica patriottarda? Certo – ha dichiarato – “È un giorno di commemorazione anche per noi indipendentisti.
Ma non dobbiamo dimenticare che i nostri caduti non persero la vita per l’unità d’Italia, la persero lasciando la nazione sarda orfana di figli, padri e fratelli in nome di un riscatto, in nome della libertà per la nostra terra.”

Note bibliografiche

1.Enzo Gentile, L’Apocalisse della modernità, Mondadori, Milano, 2009, pagina 17.

2.S. Freud, Considerazioni attuali sulla guerra e sulla morte, trad. it. Carlo Musatti e altri, Torino, 1989, pagine 30.

3.E. Jünger, Boschetto 125, trad. it. Di A. Iaditiccio, Parma 1999, pagina 28.

4.Henri Barbusse, Il Fuoco, trad. italiana di G. Bisi, Milano, 1918, pagina 218.

5.Raimondo Carta-Raspi,Storia della Sardegna, Ed. Mursia, Milano, 1971, pagina 904).

3 Commenti a “4 novembre: Centenario della Vittoria. Ma vittoria di chi e di che?”

  1. Gian Paolo Marcialis scrive:

    Il 4 novembre si commemorano le forze armate, le guerre e i caduti in guerra. Che lugubri manifestazioni! Il trionfo dell’ipocrisia e della retorica. Naturalmente la chiesa è presente con i preti di turno a recitare in questo gioco delle parti…

  2. Maurizio Guccione scrive:

    È rimasto appiccicato addosso agli italiani, il vizio della retorica. Spicciola superficialità che impedisce di leggere con lucidità gli eventi. Al punto che hanno fatto nascere politicamente Mussolini, Berlusconi, Salvini. La Grande Guerra fu tragedia, errore. La Sardegna pagò, certo, e l’Italia intera fu piegata pregiudicandosi un futuro diverso. Le parate servono a inneggiare una “grandezza” che non fu tale, pertanto sono il rigurgito pseudomilitarista, peraltro frustrante.
    Maurizio Guccione

  3. Sa gherra manna e sa retòrica natzionalista – ULS OGIASTRA – Ufìtziu Linguìsticu Subracomunale de Àrthana scrive:

    […]  Cuscritos de Orthullè e Talana in su Consìgiu de Leva de Lanusè […]

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