Il Galsi

16 Giugno 2013
Galsi no grazie
Graziano Pintori
I responsabili regionali dei chimici di CGIL, CISL e UIL hanno fatto capire di essere favorevoli al Progetto Eleonora –Sargas- perché ridurrebbe “…il forte svantaggio sociale ed economico dell’isola, perciò bisogna evitare posizioni pregiudiziali”. La solita solfa sindacale che esprime un parere importante teso a isolare la coscienza maturata nel Comitato “NO al Progetto Eleonora”, che il 30 maggio, con mille dei suoi aderenti, si era riunito ad Arborea per ribadire il NO ai tecnici della Saras e all’assessore all’industria regionale A. Liori, presente a quell’incontro come convitato di pietra. Il confronto era previsto dalle norme per il VIA (Valutazione d’Impatto Ambientale), utile per consentire alla SARAS la realizzazione di un pozzo esplorativo nelle campagne di Arborea, in cui si presume la presenza di cinque giacimenti contenenti tre miliardi di metri cubi di metano. Il “buco” dovrebbe raggiungere la profondità di 2850 metri, dopo un percorso inclinato di 3100 metri e da lì ottenere metano per i prossimi venti anni. I fratelli Moratti fautori dell’operazione, vendono, in contemporanea, il 21% delle azioni SARAS al colosso russo Rosneft, che tratta petrolio e gas. Il mercato del petrolio dei Moratti evidentemente deve iniziare a cedere spazio ad altri interessi perciò, mi vien da dire, si alleano con la Rosneft, che mira entro il 2020 all’estrazione di 100 (cento) miliardi di metri cubi di gas all’anno. Inoltre, seguendo i miei ragionamenti, il Progetto Arborea arriva come l’acqua santa che libera dai peccati tutti coloro (partiti, sindacati, Regione Sarda, Confindustria ecc.) che si erano battuti per il GALSI (Gas Algeria Sardegna Italia) ormai sulla via del fallimento. Il Galsi fallisce, secondo i suoi vecchi sostenitori passati a sostenere il Progetto Arborea, per il calo dei consumi del 2,5% che si somma al calo dello scorso anno. Inoltre, quel progetto, tolte le vicissitudini giudiziarie dei partner algerini e anche italiani, non potrà concorrere con il gasdotto russo “Southstream”, sponsorizzato(o inciuciato) da Prodi, Monti, Berlusconi e l’amico Putin. Il Southstream è un metanodotto che attraversa il Mar Nero, la Bulgaria per finire da una parte in Slovenia e dall’altra a Brindisi, quest’opera sarà in grado di garantire dal 2015 un flusso regolare di 63 (sessantatre) miliardi di metri cubi all’anno, contro gli otto previsti dal Galsi e l’inezia dei 150 milioni previsti dal Progetto Eleonora. E’ in atto uno scontro tra gli orsi russi del gas (Gazprom / Rosneft) per il mercato europeo che a breve vedrà anche l’aquila americana dello Shale Gas che dispone di illimitate riserve di gas a prezzi pari un terzo di quelli europei. Perciò nello scontro titanico tra gli elefanti dell’energia cosa potrà mai pretendere la formica sarda con i suoi tre miliardi di metri cubi di gas a tre chilometri di profondità? Ne vale davvero la pena minare l’eccellenza agro-zootecnica di Arborea per estrarre metano che sul mercato dei costi conterà ben poco, considerata la concorrenza russo-americana? Alla luce di tutto questo appare più conveniente portare a termine la rete che da Porto Botte via Olbia si congiunge con la Toscana, da cui ottenere la gassificazione dell’isola risparmiando altro territorio, come quello arborense, invertendo, una volta tanto, il senso dell’approvvigionamento del bene energetico, solitamente depredato dall’isola verso la terra ferma. Fra le altre cose è bene precisare che le rigidità manifestatasi nell’assemblea del 30 maggio scorso ad Arborea non erano dettate da pregiudizi o dalla cieca volontà di rifiuto dell’autonomia in campo energetico, ma trovavano motivo, a mio parere, dal fatto che mancava come elemento fondamentale per il confronto e le scelte il PEAR (Piano Energetico Ambientale Regionale), lo strumento democratico che dovrebbe scaturire dall’apporto di tutti i sardi rappresentati nelle varie categorie. Con il PEAR chi esercita l’attività di mercante dell’energia non potrebbe pretendere, come vorrebbe la SARAS, o chi ha interessi nel fotovoltaico, nell’ eolico o nelle biomasse, di imporre le proprie scelte energetiche estromettendo i sardi dal diritto di formulare le proprie.
L’inadempienza e i ritardi politici della Regione Sarda ha reso corale e forte la voce di Arborea, tutta tesa alla difesa della propria terra  strappata a “sa malaghera” più di 80 anni fa, quando quei pionieri si spaccarono la schiena con le bonifiche, da cui, ancora oggi, sostengono la dignità e il valore  di tante famiglie. Le radici, le storie di quella gente il 30 maggio hanno alimentato un duro confronto per fermare la  tracotanza di chi trasforma in merce, a proprio esclusivo vantaggio, i beni naturali della nostra isola. Il problema delle trivellazioni è molto serio e come tale deve essere sentito da tutta la comunità sarda, non solo arborense, considerate le richieste di autorizzazione alla ricerca di risorse geotermiche dal Campidano alla Nurra, passando nella zona centrale del Montiferru. Con i parchi eolici e fotovoltaici, con i disastri ambientali di Sarroch e Porto Torres, con la centrale a biomasse che si vorrebbe impiantare nel Sologo, per non parlare delle occupazioni militari sparse in tutta l’isola, adesso con le ricerche geotermiche cosa dobbiamo fare per opporci al saccheggio, allo sfruttamento, all’inquinamento della nostra terra? A che serve produrre tutta questa energia se in Sardegna si pagano le bollette elettriche più care d’Italia? Per fermare tutto questo cosa dobbiamo fare? Inventarci una TAV tutta sarda?

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