Inizia l’era Bolsonaro. A rischio i diritti della comunità LGBT, degli indigeni e delle donne

16 Gennaio 2019
[Fabio Piu]

In Brasile il 2019 è iniziato con la cerimonia di insediamento di Jair Messias Bolsonaro, in seguito al ballottaggio del 28 ottobre scorso con lo sfidante Fernando Haddad, esponente del Partito dei Lavoratori. L’elezione a presidente arriva in seguito a una campagna elettorale tra le più problematiche e complesse del Paese sudamericano, complici anche i nuovi mezzi di comunicazione, e a una vittoria non troppo inaspettata. Numerose, allora, le critiche rivolte contro colui che avrebbe vinto le elezioni, soprattutto quelle che lo vedrebbero coinvolto in operazioni volte a far circolare, attraverso telefoni cellulari e social network, fake news contro l’avversario Haddad. Fu il quotidiano “Folha de São Paulo” a denunciare l’acquisto, da parte di alcune imprese, di pacchi di milioni di messaggi da far circolare tra gli elettori per influenzarne le intenzioni di voto, sia in vista del primo turno del 7 ottobre, sia del ballottaggio del 28. Si tratterebbe di finanziamenti in nero, non previsti dalla legge, negati però da Bolsonaro, che ha parlato di lavoro volontario da parte di simpatizzanti. È evidente che la tecnologia e i social network abbiano giocato un ruolo decisivo nell’esito delle elezioni, così come accaduto negli Stati Uniti con l’elezione di Donald Trump e nel referendum sulla Brexit.

Qualunque sia la sua posizione in queste operazioni propagandistiche illecite, è innegabile che la campagna elettorale sia stata all’insegna di toni accesi e talvolta violenti, come testimonia l’accoltellamento cui è stato vittima Bolsonaro stesso il 6 settembre, durante una manifestazione a Juiz de Fora. Le sue dichiarazioni, inoltre, sempre molto forti, dal carattere spesso sessista, omofobo e repressivo nei confronti delle opposizioni e della stampa, sono state seguite con molto interesse da opinioni pubbliche e leader di tutto il mondo, sia con preoccupazione – da chi vede le posizioni di Bolsonaro troppo violente e conservatrici, e dunque potenzialmente pericolose soprattutto per le minoranze e per l’assetto democratico – sia con ammirazione, da chi invece si sente vicino al leader dell’estrema destra e quindi spera in possibili alleanze, come il ministro dell’Interno italiano Matteo Salvini e l’esponente di punta di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni, che subito dopo la vittoria gli hanno dedicato tweet di congratulazioni. L’importanza della sua vittoria per la determinazione delle alleanze nello scacchiere geopolitico mondiale è testimoniata anche dai capi di Stato e di governo che hanno presenziato alla cerimonia di insediamento al palazzo di Planalto, dove il neopresidente si è recato insieme alla moglie Michelle, dopo aver adempiuto ai doveri formali con il giuramento al parlamento: erano infatti presenti, tra i tanti, Viktor Orbán e Benjamin Netanyahu, primi ministri ungherese e israeliano. Una delle prime dichiarazioni da presidente riguarda proprio i rapporti con Israele, con la volontà di trasferire l’ambasciata brasiliana a Gerusalemme. Nonostante sia ancora da definire la data, le conseguenze saranno sicuramente notevoli, non solo in relazione ai rapporti tra Palestina e Israele, da sempre tormentati, ma anche riguardo a quelli tra il Brasile, dove sono presenti numerose comunità siriane, libanesi e palestinesi, e i Paesi arabi, che minacciano rappresaglie commerciali.

Il breve discorso di insediamento di Bolsonaro è stato seguito da migliaia di persone riunitesi a Brasilia con bandiere, magliette e cartelloni che ripetevano slogan a sostegno del presidente, tra cui la ormai celebre frase “Meu partido è o Brasil” (“Il mio partito è il Brasile”), sulla falsariga di quelli già sentiti negli Stati Uniti con il trumpiano “America First”, prima l’America, e in Italia con il salviniano “Prima gli italiani”. Slogan molto incisivi, che vogliono lanciare un messaggio semplice e diretto: il dibattito politico e pubblico non è tra fazioni politiche, espressione legittima di visioni diverse del mondo, ma tra chi ama il proprio Paese e chi invece lo odia, tra chi vuole lavorare per i propri concittadini e chi invece è al servizio di presunti poteri esterni. Tale inclinazione, che tende a delegittimare i dissensi e le opposizioni, è testimoniata anche dall’atteggiamento repressivo assunto da Bolsonaro nei confronti di chi osteggia i suoi programmi e i suoi metodi.

Gli argomenti toccati dal neopresidente davanti ai suoi sostenitori e al popolo brasiliano riguardano le radici giudaico-cristiane, che si dice pronto a difendere e sostenere, anche come strumento per combattere le ideologie, prime fra tutte quella “gender” e marxista. Significativa, a tal proposito, è la nomina di Ricardo Vélez Rodriguez, sostenitore del movimento “Escola Sem Partido”, che mira a escludere dai programmi scolastici tutti gli argomenti che si avvicinano alle idee socialiste e marxiste, ma che vede come un potenziale pericolo anche materie legate alla sessualità e alle questioni di genere. Il neopresidente promette, ancora, di dare centralità alla famiglia e di liberalizzare il possesso delle armi per la difesa personale, garantendo il porto d’armi a tutti i cittadini che non abbiano precedenti penali.

Nonostante i toni più pacati rispetto a quelli adottati durante la campagna elettorale, il suo insediamento preoccupa le minoranze e gli attivisti brasiliani e di tutto il mondo. In particolare, già da alcuni mesi si è assistito a una netta impennata (con un incremento del 25% nell’intero Paese e del 42% nel solo Stato di San Paolo) delle richieste di matrimonio da parte della comunità LGBT, con raccolte fondi per le coppie che non possono sostenere le spese e cerimonie collettive. La paura, nonostante le rassicurazioni che giungono dal governo, tra cui quella del vicepresidente Hamilton Mourão, è che la legge che consente il matrimonio tra persone dello stesso sesso venga modificata. Preoccupa la comunità LGBT e le associazioni femministe anche la nomina a ministra della Famiglia, della Donna e dei Diritti Umani di Damares Alves, pastora evangelica conosciuta per le sue posizioni antiabortiste e per aver sostenuto che le donne siano “nate per essere madri” e per stare prevalentemente in casa. Alves, che negli anni passati è stata consulente di tre parlamentari, intende presentare una proposta di legge che preveda l’arresto per le donne che decidono di interrompere la gravidanza e sussidi fino al diciottesimo anno d’età per il mantenimento del bambino concepito durante uno stupro. Ha inoltre escluso dalle competenze del suo ministero la difesa dei diritti LGBT.

Nella lista dei ministri figurano inoltre sette militari, a testimonianza della vicinanza di Bolsonaro con l’esercito, e un’altra donna, Tereza Cristina, ministra dell’Agricoltura vicina alla lobby dei proprietari agricoli. La nomina di Cristina mette a rischio la sicurezza di oltre 900mila indigeni che abitano in Brasile, ulteriormente preoccupati per la firma del provvedimento temporaneo che toglie loro la gestione dei confini dei loro territori. La Fondazione Nazionale per gli Indigeni è stata infatti privata della sua funzione di identificazione dei territori delle popolazioni indigene. Tale prerogativa verrà assolta dal ministero dell’Agricoltura. Già durante la campagna elettorale, Bolsonaro prometteva di rendere possibile a minatori, agricoltori e allevatori l’accesso nella Foresta Amazzonica. Le conseguenze potrebbero essere nefaste non soltanto per la vita di queste popolazioni, che rischiano di essere private delle loro terre e di essere vittime di ulteriori massacri e finanche genocidi, ma anche per l’ambiente, minacciato anche dalle posizioni del neoministro degli Esteri Ernesto Arújo, sostenitore di Trump e convinto che il riscaldamento globale sia un complotto marxista.

Nonostante ci sia già chi sostiene che il governo Bolsonaro non avrà vita lunga, a causa delle molteplici contraddizioni che vi sono al suo interno, la sinistra fatica a trovare punti, ma anche volti, capaci di minare il consenso di cui gode il neopresidente. Così come sta accadendo in altri Paesi del mondo, dove il malcontento popolare ha dato fiducia a nuovi modi di far politica, talvolta estremamente repressivi e violenti, è necessario che anche in Brasile le forze progressiste si uniscano, insieme alla società civile e al mondo delle associazioni, per proporre i loro programmi e per difendere il tessuto democratico, come ha sottolineato anche Manuela D’Avila in un’intervista dello scorso dicembre a “il manifesto”.

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