Le primarie come mezzo di integrazione?

1 novembre 2012
Eva Garau
Con l’avvicinarsi della data delle primarie, i dibattiti televisivi e la carta stampata sembrano concentrarsi su alcuni dilemmi ricorrenti: il ruolo del ‘rottamatore’ Renzi, le sue chance di attirare le simpatie dei berlusconiani delusi, il suo rapporto con Bersani, il ruolo di Vendola, il passo indietro di Veltroni e quello di lato di D’Alema. Per quanto interessanti, in quanto specchio del dialogo e delle fratture interne alla sinistra, queste preoccupazioni finiscono per monopolizzare il dibattito pubblico, mentre altre, meno di tendenza ma politicamente altrettanto rilevanti, vengono sistematicamente trascurate. Tra queste c’è sicuramente la questione del voto dei non cittadini, i cosiddetti ‘extracomunitari’, termine pregno di significati anti-inclusivi e difficilmente trasferibile a contesti linguistici e culturali  diversi da quello italiano.
Per gli immigrati in possesso da almeno cinque anni di un regolare permesso di soggiorno (i quali non hanno diritto di voto in nessun’altra elezione) le primarie rappresentano l’unica occasione per esercitare una scelta politica e per raggiungere un certo grado di visibilità nella sfera pubblica.
L’idea che l’estensione del diritto di voto rappresenti un passaggio fondamentale dei processi di democratizzazione è il risultato di eventi storici che hanno segnato la caduta di quelle barriere che rendevano il voto una prerogativa legata al genere, alla proprietà e alla religione. Non a caso, il Paese in cui più alta è l’attenzione verso questo tema, e maggiore la produzione scientifica in merito, sono gli Stati Uniti, più volte teatro di battaglie portate avanti da gruppi marginalizzati (neri, donne, stranieri) che domandavano maggiore visibilità e inclusione nella sfera pubblica.
Se i membri di queste categorie ‘svantaggiate’ hanno acquisito il diritto di voto ormai da lungo tempo, divenendo cittadini e cittadine a pieno titolo, tutt’ora è in corso proprio negli USA un’accesa discussione sul diritto al voto dei ‘noncitizens’. I due principali oggetti di dibattito sull’alien vote oltreoceano sono legati all’allargamento del diritto di voto nelle elezioni locali a tutti gli immigrati, anche coloro che non detengono un regolare permesso di soggiorno, e alla concessione agli immigrati regolari di partecipare a tutte le elezioni, compresa quella presidenziale. Al contrario, in alcuni paesi europei e in Italia in particolare, gran parte del mondo politico sembra ignorare l’impatto potenziale di una simile partecipazione.
Se gli USA vantano una lunga tradizione di immigrazione, in Italia, la discussione sul fenomeno è esplosa improvvisamente nei primi anni’90, in seguito alle crisi albanesi e all’inaspettato arrivo nel territorio nazionale di un numero di immigrati e richiedenti asilo, ritenuto, conformemente all’allarmismo italico, ingestibile e/o inaccettabile.
Diversi studiosi identificano nella presa di coscienza tardiva del passaggio dallo stato di paese di emigrazione a destinazione finale dei flussi migratori la causa delle difficoltà da parte dell’opinione pubblica e del mondo politico nel valutare la portata del fenomeno con serenità. Il presunto trauma di una trasformazione troppo a lungo sottovalutata ha portato a una radicalizzazione nelle reazioni all’immigrazione, che si limitano spesso all’adesione incondizionata al fronte dei pro e a quello dei contro. Come dimostra il sondaggio ‘Trasatlantic Survey’ del 2009, l’Italia è il Paese europeo in cui la differenza tra la percezione degli arrivi e i numeri reali si rivela più ampia: gli italiani ritengono infatti che siano presenti sul territorio un numero di immigrati quattro volte superiore a quello registrato dall’Istat.
In un dibattito tanto recente, incentrato sulla necessità di rendere i confini nazionali impenetrabili piuttosto che su possibili soluzioni mirate all’inclusione, scarso spazio è stato dedicato al problema del voto. La discussione sul tema è stata piuttosto strumentalizzata nel corso di campagne elettorali che hanno visto scontrarsi due poli opposti: coloro che auspicavano l’allargamento del voto agli immigrati regolari almeno nelle elezioni amministrative e coloro che avversavano tale idea, preferendo piuttosto garantire il diritto di voto agli italiani residenti all’estero. Il dibattito pubblico si è fatto più acceso negli ultimi anni, in cui la Lega Nord ha formulato accuse particolarmente taglienti verso il ‘falso buonismo’ di una sinistra che, secondo i parametri padani, utilizza lo strumento della promessa del voto agli stranieri come arma elettorale.
L’analisi delle retorica partitica italiana sul diritto al voto per i non cittadini fornisce un indicatore di essenziale importanza nello studio dei criteri secondo i quali il Paese Italia concepisce la cittadinanza e rispecchia una precisa idea dei concetti di ‘nazione’ e di appartenenza.  L’identità nazionale che emerge da questa retorica sembra coincidere con un’appartenenza etnoculturale, radicata nei miti fondanti di una nazione che non è uno ‘spazio’ o uno ‘stato’ ma piuttosto una ‘entità naturale’. Ciò che si suggerisce qui è la necessità di mettere in discussione questa idea di appartenenza. La fragilità di tale concezione di nazione, staccata dalla realtà di una società che in realtà è ormai multietnica, almeno di fatto, da decenni, emerge laddove si consideri che essa concede il diritto di voto a generazioni di italiani all’estero che, sebbene mantengano un attaccamento emotivo alla patria, sono spesso poco informati degli affari politici italiani, mentre nega lo stesso diritto ad aspiranti cittadini che lavorano in Italia, sono i vicini di casa degli italiani e hanno quotidianamente a che fare con questioni politiche: dal pagamento delle tasse all’accesso all’istruzione e alla sanità.
Da un punto di vista accademico la mancanza di dati sulla partecipazione e l’orientamento politico degli immigrati che hanno votato alle passate primarie, così come la carenza di informazioni sulla loro interpretazione del voto (irrilevante o importante per la costruzione di un senso di appartenenza al Paese di residenza) aprono stimolanti aree di ricerca. Tuttavia questo intervento ha un obbiettivo più immediato. Da un lato intende invitare gli aspiranti cittadini a insistere nel domandare la possibilità di votare nelle elezioni che contano qualcosa e a incalzare la sinistra perché essa vada finalmente oltre i generici riferimenti occasionali a una società multiculturale. Dall’altro, vuole attirare l’attenzione del mondo politico sulla necessità di riflettere sul ruolo della partecipazione al voto come forma di inclusione e mattone fondamentale nella costruzione del senso di appartenenza. L’alternativa non può che essere quella prospettata da Michael Walzer: ‘il dominio dei cittadini sui non cittadini, dei membri sugli stranieri’, che il filosofo definisce ‘la più comune forma di tirannia dei nostri tempi’.

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