L’inarrestabile caduta delle stelle

1 Marzo 2019
[Ottavio Olita]

Già in Abruzzo, per le regionali, si erano ridotte da cinque a due e mezzo. Scrollatina di spalle. In Sardegna, due settimane più tardi, le stelle sono scese ad una e venticinque. Qualunque serio capo politico, senza arrivare a riproporre clamorosi precedenti di dirigenti dimessisi per molto meno, avrebbe proposto di avviare una seria riflessione politica su quel che sta accadendo. Invece no.

“Per la prima volta nella storia siamo entrati nel Consiglio Regionale della Sardegna”. Non solo. Ma la responsabilità del crollo rispetto alle politiche di soli undici mesi fa viene scaricata sulla mancanza di organizzazione in ambito territoriale. Dimenticando che, al di là della ‘Piattaforma Rousseau’, per altri importanti appuntamenti amministrativi risultati clamorosamente vincenti non c’erano state occasioni di incontro con iscritti o elettori: Torino, Roma, Livorno. E in Sardegna Carbonia, Assemini, Porto Torres.

E davvero ci si può illudere che serva a qualcosa la creazione di una selva di liste civiche se non c’è un chiaro progetto politico? Una sola domanda mi piacerebbe porre a Luigi Di Maio. Ma non ti viene il dubbio che la scelta di fare da mosca cocchiera al cavallo Salvini induca alla fuga i tanti elettori  approdati al Movimento Cinque Stelle dopo cocenti delusioni dei loro ex punti di riferimento di destra o di sinistra?

A destra la dimensione di leader di Salvini è osannata ogni santo giorno da chi pensa a una continua campagna elettorale piuttosto che a sedersi qualche ora nel suo studio del Viminale (alla fine dovremo rimpiangere Beppe Pisanu, ministro dell’interno con Barlusconi?). E gli ex transfughi della destra sono ritornati all’ovile (i sondaggi parlano chiaro).

A sinistra, chi aveva davvero creduto in una qualche autentica rivoluzione della politica, amareggiato e deluso deve constatare che la sua scelta del marzo 2018 viene utilizzata continuamente contro quel bel sogno coltivato lungamente: dalla gestione dell’immigrazione, alla Tav, all’immunità parlamentare. E la fuga si è tradotta prevalentemente nell’astensionismo o, forse, nel voto disgiunto.

L’idiosincrasia dei capi a fare autocritica è una costante che negli ultimi anni è diventata una specie di malattia. Basti pensare al Pd che, erede del renzismo, non ha avuto il coraggio di fare una sola analisi approfondita del disastro politico prodotto da quell’esperienza. Ora comincia a pensarci – e speriamo che lo faccia sul serio – alla luce di quanto timidamente si è mostrato in Abruzzo e Sardegna.

I risultati delle votazioni danno sempre una risposta univoca: gli elettori pretendono rispetto. Il centrosinistra sardo uscente non ne ha avuto per i tanti che gli avevano affidato un mandato di speranza. Per questo è stato punito, al di là del coraggioso impegno di Massimo Zedda.

Ora vedremo che capacità avrà Christian Solinas di gestirsi i tanti, ambiziosi compagni di viaggio che avranno tante diverse parrocchie da soddisfare. Ma, per favore, lasciamo riposare in pace Mario Melis.

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