Notti padane. Una, cento, mille Andro

1 Settembre 2014
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Valeria Piasentà

Mentre aspettiamo la presentazione delle linee guida sulla scuola promesse dal governo, dobbiamo fare una riflessione su un settore negletto nel sentire comune. E sui motivi per cui la scuola e il suo personale, nel nostro Paese godono di così scarsa considerazione sociale. Secondo un recente sondaggio di Famiglia Cristiana La scuola che vogliamo, i provvedimenti indicati come urgenti sono: migliorare la formazione degli insegnanti, 92,45%; collegamento con mondo del lavoro, 91,91%; presenza di insegnanti di sostegno per studenti in difficoltà e stranieri, 90,67%; soldi per i servizi di base, 87,92%; sviluppare la dotazione tecnologica, 86,34%; riforma dei programmi, 84,60%; incrementare lo studio dell’ inglese, 84,38%; formazione mirata degli insegnanti per garantire l’integrazione degli stranieri, 81,85%; incentivi economici ai docenti in base al merito, 78,53%; coinvolgimento delle famiglie, 71,22%; stabilizzare i precari, 68%; libertà di scelta fra scuola statale e paritaria senza aggravi economici, 65,15%. I sondati si si dichiarano per l’81,78% cattolici praticanti, più della metà sono donne. Si dicono molto e abbastanza soddisfatti dell’esperienza scolastica dei figli (oltre il 72%); più del 50% ha dovuto contribuire economicamente per servizi di base, che variano dalla mensa alle pulizie, dall’acquisto di materiale alla manutenzione dell’edificio.

A far chiarezza ci ha pensato la FLC CGIL con Salari e diritti della Scuola italiana nella crisi, incrociando dati italiani e mondiali. Ne risulta che: su 33 Paesi Ocse l’Italia è 31ma negli investimenti in istruzione, la spesa è in costante riduzione dal 1980. Le ore lavorate dai docenti italiani sono nella media dei Paesi Ocse; le ore effettive di lezione superano quelle dei colleghi francesi, spagnoli, svedesi, finlandesi, austriaci, ecc.; e siccome in Italia non si calcolano nel monte ore le prestazioni aggiuntive per l’attuazione dei Piani per l’offerta formativa (mentre sono del tutto assenti dal computo quelle per la preparazione delle lezioni e la correzione dei compiti con valutazione, ricevimento parenti, scrutini e riunioni di varia natura, sorveglianza, ecc.) ne risulta che i docenti italiani rendono gratuitamente metà delle loro prestazioni, spesso utilizzando spazi e attrezzature personali in una sorta di lavoro sommerso. I salari sono fra i più bassi della UE: se nel 2011 la retribuzione media in Lussemburgo era pari a 100, in Germania era 65, in Spagna 48, in Italia arrivava a 36; In Finlandia, i docenti guadagnano in media 4.000 euro in più all’anno lavorando meno ore. Ma perde anche nel confronto col resto del mondo, con il Canada a 54 e la Corea a 50. In pochi Paesi gli insegnanti sono pagati meno che in Italia: in Grecia, Argentina, Messico, Cile, Estonia, Indonesia,… Lo stesso vale per il numero di studenti per classe. Inoltre, a causa del mancato rinnovo dei contratti dal 2008, i docenti italiani hanno perso in media 8.817 euro negli ultimi quattro anni.
Un discorso a parte riguarda il comparto Afam del Miur, che comprende delle vere eccellenze mondiali come le Accademie di Belle Arti e i Conservatori di musica. Qui, con gli stessi doveri dell’università, i salari sono la metà o un terzo di quelli dei docenti universitari italiani, a parità di anzianità e ruolo. Gli stipendi degli accademici risultano anche inferiori a quelli dei docenti della scuola media superiore, a causa di un contratto non rinnovato e una riforma che risale al 1999 ed è stata attuata solo a metà, di una fascia di precariato di cui non si conoscono le percentuali ma potrebbe superare il 50% degli occupati. Oltre a qualche interpellanza parlamentare (ma i politici non si sono quasi mai interessati al settore come gli artisti, purtroppo, raramente fanno politica), nel 2012 è stato lanciato un appello da intellettuali e artisti, prima firmataria il premio Nobel Levi Montacini, affinché, come nel resto del mondo, le Accademie vengano inserite a tutti gli effetti nel sistema universitario. Se ne è accorta anche la ministra Giannini, che a poco dall’insediamento ha dichiarato: « Il settore rischia di collassare… questo settore che tanto lustro dà al nostro Paese, specie all’estero, legato com’è alla fama mondiale della nostra produzione artistica… un comparto che negli ultimi anni è stato trascurato dalla politica, soprattutto ministeriale». I lavoratori attendono, anche se l’unica possibilità di sblocco sarebbe (a mio parere) un ricorso alla Corte di giustizia europea, che a fine luglio ha minacciato l’Italia con una sanzione da 4 miliardi se non assumerà subito i precari storici della scuola.
Invece, che sta facendo il nostro parlamento? Oltre il danno la beffa: e da anni il piccolo manipolo di insegnanti della cosiddetta ‘quota 96’, è bloccato nel suo diritto alla pensione per un errore legislativo del governo Monti, dove non si è tenuto conto che il calendario scolastico non coincide con quello solare (per ignoranza o volutamente in quanto, è notorio ed è stato più volte dichiarato, la destra italiana ha in odio cultura e scuola dove, sostiene, si annidano elettori di sinistra). Anche nelle linee guida di Renzi si intravedono segnali inquietanti come l’apertura ai privati e la retribuzione dei docenti in base al merito, riducendo le fasce stipendiali di introiti già miseri. Ma chi valuta il merito e con quali criteri? C’è il rischio di creare una nuova casta, per l’inveterata peste di quel familismo amorale italiano che già infetta molti settori ed è alla base dell’ideologia mafiosa; con la conseguente esclusione delle fasce deboli: le donne e tutti coloro che non hanno parenti o amici influenti. Che dire poi del tentativo di aprire la scuola agli interessi dei privati. Ricordate la scuola di Adro, quella marcata con centinaia di ‘soli delle alpi’, simbolo ufficiale della Lega Nord? Lì per volere dell’allora sindaco Lancini e della sua giunta leghista, si è costruito un tempio dedicato al partito e intitolato al suo ideologo Gianfranco Miglio. Segnando poi indelebilmente ogni banco, ogni panchina del parco, ecc. col logo della Lega se ne è definita la proprietà, ribadendo il messaggio identitario del potere attraverso l’uso strumentale dei simboli. I privati che il governo oggi vorrebbe far partecipare alla vita economica dell’istituzione formativa avranno possibilità decisionali, magari in merito a strutture utili alla didattica al punto da indirizzarne le scelte educative e i programmi?
Il potere da sempre ha la necessità di mantenere uno stretto controllo sulla educazione e sulla formazione del cittadino. Renzi ne è ben cosciente quando afferma di voler intervenire con una riforma sostanziale della scuola, perché: « tra 10 anni l’Italia sarà come la fanno oggi gli insegnanti». Per questo ogni nuovo governo appena si insedia mette mano alla scuola, mentre i lavoratori tremano e i cittadini si fanno abbindolare dalla propaganda.

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