Partita Ilva

1 Agosto 2012
Marcello Madau

Mi ero ripromesso un’analisi dedicata esclusivamente al nuovo PPR, ma sono successe cose notevoli relative al territorio. Fatti che stanno assieme come la chiusura dell’ILVA di Taranto e le richieste di permessi per nuove trivellazioni petrolifere nei territori dell’oristanese; l’annunciata guerra del metano fra i grandi gruppi legati all’Algeria e quelli controllati dall’amico Putin, la sentenza che ribadisce le scelte referendarie sull’acqua.
La rapina del territorio pretende sempre una delocalizzazione delle scelte in due tempi, con quello del profitto precedente e prevalente: è giustissima la salvaguardia dell’ambiente, ma senza bloccare i posti di lavoro dell’edilizia. Tutti condividiamo la tutela della salute, ma senza bloccare i posti di lavoro nell’industria.
Per chi conosce i problemi dell’industrializzazione sarda degli ultimi cinquant’anni non giungerà sicuramente nuova l’alternativa ‘o lavoro o salute’. Lo sa la classe operaia di Macchiareddu, come quella di Porto Torres e di Ottana, i sindacati come i padroni. Ma siamo sicuri che la reazione sovranista, susseguente alla lettura anticolonialista sia misura adeguata? La forma prevalente è quella dello sfruttamento capitalistico di lavoro e salute, che trova volta per volta condizioni specifiche. Ma non sono queste condizioni ad essere il fattore determinante. Ciò che unisce le storie dell’industrializzazione del Mezzogiorno e dell’assalto capitalistico ai suoi territori è importante e utile all’analisi non meno di quanto le differenzia. Io penso molto di più. Non vi è possibilità di sconfiggere questi meccanismi senza azioni e masse d’urto internazionali.
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Si prova fastidio di fronte alla strumentalità che investe le nuove norme di pianificazione paesaggistica della Sardegna, all’ipocrisia che nasconde i guadagni che si preparano prima delle elezioni, con la ripresa di movimenti autorizzativi verso il saccheggio dell’isola.
Io credo che vi siano elementi di illegittimità giuridica nelle nuove misure che modificano il PPR in violazione delle leggi sul paesaggio e delle competenze dello Stato.
Eppure è evidente l’insufficienza della protezione delle norme urbanistiche rispetto al problema più vasto del modello di produzione. Possiamo anche proteggere ben oltre i trecento metri dalla linea di costa, o i due chilometri di Renato Soru, ma quale vera protezione esiste rispetto alla nuove ipotesi di ‘Matrica’ ingannevolmente definite ‘chimica verde’?; oppure, mentre si discute da anni sul superamento del modello ‘petrolio’ e si osservano i danni planetari causati dai pozzi all’ecosistema globale, o anche rispetto alle trivellazioni concesse alla SARAS di Moratti nei territori di Oristano e Palmas Arborea?
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Crea sgomento la disperazione degli operai dell’ILVA di Taranto, quelli che perdono il lavoro e quelli che si apprestano a morire: perché – come in Sardegna o a Porto Marghera – questo sistema economico e politico ha minato i corpi umani con terribili veleni.
Si prova sconcerto sentendo che la stessa domanda ultimativa posta da ex-avanguardie del movimento operaio sardo sia assolutamente identica a quella avanzata a qualche sera fa al TG3 Notte da un giornalista di destra come Lamberto Sechi. La premessa è ugualmente comune: ‘si va bè, l’ambiente, una mania ideologica, ma questa gente ora non lavora’, ed è necessaria per il quesito: “ha fatto bene la magistratura a fermare ILVA?”.
Io credo che abbia fatto bene. E non solo per la percezione di una notizia di reato.
Oggi l’unica risposta equa sarebbe quella di garantire a tutti lo stipendio mentre si opera una vera riconversione basata sul risanamento ambientale: non deve toccare agli operai ma al sistema pagare i danni creati all’ambiente e alla gente, sia nella salute che nella crisi su questo posto di lavoro.
Ma la significativa convergenza fra un pensiero operaio – fortunatamente non l’unico – e quello della destra è spia del fatto che la classe operaia, nelle sue azioni e rappresentanze prevalenti, negli ultimi decenni ha lavorato male sulla questione del rapporto produzione/ambiente. Che le sue idee prevalenti sono sbagliate.
E’ ovviamente diversa la posizione di chi opera il ricatto e di chi il ricatto lo subisce, ma la contiguità con le idee della destra e del capitalismo produce un ‘blocco sociale’ dagli effetti terribili. Alla fine il territorio, risorsa produttiva e assieme mezzo di produzione, viene devastato con i suoi organismi viventi.
Se la classe operaia non assume come primaria l’inseparabilità fra produzione di merci e tutela dell’ambiente, nè riconosce il territorio come mezzo primario, è destinata unicamente a orizzonti assistiti.

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Vorrei infine sottolineare un aspetto legato ai saperi e al loro rapporto con la politica.
E’ aumentata la complessità del rapporto fra conoscenza e politica: è la visione del mondo che deve guidare i saperi, ma nello stesso tempo senza saperi molto precisi e professionali, non si va da nessuna parte. I diversi eventi che investono la gestione del territorio, dal rapporto fra natura delle merci e ambiente alle ipotesi di produzioni ‘verdi’ alla disciplina del territorio tramite il piano paesaggistico, sono di grande complessità specifica, ognuno per certi versi affrontabile in pieno soltanto con sempre più specialistica competenza.
Se n’era accorto Lenin, quando diceva che l’operaio doveva sapere una parola in più del padrone. Oggi questo legittimo obiettivo è più complicato.
E’ ovvio che non si può essere competenti su tutto, ma il rapporto fra competenze e battaglia politica democratica deve essere rivisto e ricostruito.
Il divario enormemente accresciutosi fra sapere comune e sapere specialistico, per via della parcellizzazione estrema di quest’ultimo, rende difficile cogliere e organizzare i nessi generali, rischiando di far apparire inutile la politica.
E’ ancora più vero che la possibilità di condurre la società (e cambiarla) dipende molto dalla conoscenza. Se non cogliamo fino in fondo questo aspetto, non possiamo capire il senso dell’attacco ai sistemi di conoscenza pubblica, del loro indebolimento: investire su un popolo meno preparato e in grado di capire è molto utile per l’attuale potere capitalistico.
La costruzione di un’alternativa di sistema deve mettere al centro la conquista dei saperi, con almeno due pratiche assolutamente urgenti.
La prima, l’intransigenza a tutti i livelli sulla formazione pubblica: un paese con una grande scolarizzazione pubblica è migliore e più forte, almeno dal punto di vista della democrazia, della cittadinanza.
La seconda, i quadri cognitivi devono praticare la comunicazione delle conoscenze acquisite e produrre una nuova e allargata forma di militanza politica nella società e nei partiti.
Ne abbiamo visto alcune tracce importanti in grandi e intense battaglie sociali degli ultimi anni come l’acqua e il nucleare, nelle quali è stata determinante la relazione fra unificazione dei diritti sui ‘beni comuni’ e la produzione di sapere. Ciò ha reso tutti più coscienti e colti in queste difficili battaglie, più forte il movimento in ogni contradditorio.
Credo proprio che il potere abbia rimpianto di averci fatto studiare, e stia cercando di correre ai ripari.

2 Commenti a “Partita Ilva”

  1. Giacomo Oggiano scrive:

    Non vorrei che tra i tanti veleni dell’ILVA, ben identificati in maniera univoca da una loro precisa struttura molecolare, se ne stia presentando un altro; amorfo, gelatinoso, sgusciante, nuovo e difficile da individuare, ma non per questo sconosciuto. Dalla rivoluzione industriale in poi ha assunto differenti facce ma si tratta sempre dell’odio antioperaio, dell’insofferenza verso chi vive di lavoro salariato. Il salariato è colpevole, di volta in volta, di voler lavorare poco, oppure troppo nei periodi in cui il mercato non tira, di essersi organizzato, di essere stato comunista, e ora di essere anche antiecologico, poco importa se la prima vittima dei veleni o di impianti non a norma ( vedi Thissen ) è proprio lui. Il lavoro salariato ha sempre ucciso e il killer è il profitto. Trovo fuorviante l’alternativa o lavoro o salute. Perchè è possibile pretendere fin da ora la salute nel lavoro e grazie al lavoro. Sì , è anche un problema di saperi ed è vero che i rapporti tra conoscenza e politica sono sempre più complessi; c’è stato un periodo – non felice- in cui erano mediati dall’ideologia, ora – tragicamente – sono tutti interni alla società dello spettacolo. Provo profondo imbarazzo quando vedo in TV un collega (si fa per dire) che martello in mano blatera indifferentemente di global warming, catastrofi passate e prossime venture, di Sardegna Atlantide per la gioia dei sovranisti, e di tutto ciò che può, adeguatamente confezionato, fare share.

  2. Marcello Madau scrive:

    Per il rapporto lotte operaie e salute ricordo – non mitologicamente, ma come interessante positività smarrita – l’esperienza operaia della Montedison di Castellanza. Condivido in ogni caso i tuoi timori, caro Giacomo. Ne aggiungo un altro, sullo sfondo delle isteriche contestazioni di ieri contro la FIOM a Taranto, non estranee a quanto ho sostenuto (il fatto è successivo al mio pezzo, e mi conferma nei timori espressi): l’idea più o meno inconscia di precarizzare tutti per poter egemonizzare, si fa per dire, una supposta moltitudine. Radici lontane di qualche decennio, che si legano al rifiuto del lavoro piuttosto che all’idea di modificare in meglio, con il lavoro ed i suoi cambiamenti, la società.

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