Sulla mia pelle: un film necessario

16 Settembre 2018
[Francesca Pili]

Non è stato facile guardare Sulla mia pelle. Non lo è stato neanche un po’. E lo sapevo già prima che iniziassero i titoli di testa. Lo sapevo quando ho visto Alessandro Borghi in lacrime dopo la prima al festival di Venezia, e quando ho letto le parole di Ilaria Cucchi nel post che ha scritto a mo’ di didascalia a quel video.

Lo sapevo quando ho letto il pezzo, prezioso, scritto da Borghi per Vanity Fair, nel quale parla del film, di cosa abbia rappresentato per lui e di quanto sia stato doloroso incarnare e portare sullo schermo Stefano. Lo sapevo ieri, quando – finalmente – è uscito, e io, passando davanti al cinema, e controllando, poi, una volta a casa, se fosse effettivamente già presente su Netflix (lo era), non ho avuto il coraggio di entrare né di cliccare “play” e guardarlo. Credo di averlo saputo già dalla prima volta, mesi fa, in cui lessi la notizia e vidi i primi fotogrammi del film.

Ma sapevo che l’avrei visto.
E che non avrei potuto rimandare ancora.

Così stasera mi sono armata di forza e di coraggio e ho cliccato sul “play”.

L’ho guardato su Netflix.
La prossima settimana sarà la volta della visione al cinema; e, infine, a novembre, in buona compagnia, a Su Tzirculu, circolo a vocazione culturale, sociale e politica di matrice dichiaratamente antifascista cagliaritano: la proiezione, rientrante a pieno titolo nella missione divulgativa del circolo, è autorizzata dalla casa di produzione (Cinemaundici, Lucky Red) e dall’Associazione Stefano Cucchi – Onlus, che parteciperà anche fisicamente nella persona della vicepresidente Rossana Noris.

Cosa dire?
Lo sapevo, ma vederlo è stato ancor più doloroso e difficile di quanto potessi immaginare. Ho sofferto fisicamente.

Il film non è un’agiografia: non ci sono santificazioni né mitizzazioni post mortem. Mostra tutto, di Stefano. Anche, per primi e senza omettere niente, i suoi demoni, le sue fragilità, i suoi errori. Senza alcuna retorica.
Rifugge da semplificazioni, banalizzazioni, giudizi tranchant.

È rispettoso; è lieve e, nel contempo, pesante come un macigno. È potente come un pugno ben assestato, dritto alla bocca dello stomaco. Come una morsa che ti stringe la gola. Come ferite sulla pelle. Come una stilettata al cuore.
Rispettoso e lieve per la delicatezza, l’accuratezza, la sensibilità, la profonda umanità con le quali tratta l’intera vicenda, e Stefano Cucchi (che, come ha giustamente detto sua sorella, Ilaria, sarebbe potuto essere il fratello di ognuno di noi; pure il mio), anche con la scelta di non mostrare attivamente le violenze che ha subito. Potente e pesante perché, sebbene non le mostri in tutta la loro evidente ferocia, con immagini icastiche, quelle violenze si capiscono tutte, si sentono tutte, si vedono tutte.
Il dolore di Stefano si sente tutto, si vede tutto.
Lo sgomento e la preoccupazione impotente della sua famiglia si vedono tutti, si sentono tutti.
L’ingiustizia, la disumanità, l’abuso di potere si vedono tutti.
Il freddo motore dell’apparato burocratico penitenziario e medico si vede tutto.

Fremi. Ti viene voglia di alzarti. Di urlare. Più volte. Di dire: «Basta!». Di abbracciare Stefano. Di obbligarlo a farsi visitare, la prima volta che, in carcere, chiamano i soccorsi e lui li rifiuta. Di farlo ragionare, incoraggiarlo, stargli accanto, impedirgli di lasciarsi andare, di arrendersi. Ti viene voglia di dirgli: «Tu vali!», «La tua vita è importante!», «Non è finita!», anche se sai già come finirà. Di chiedere «Aiuto!» al posto suo. Di correre dalla sua famiglia. Di fare qualcosa.
Si arriva ai titoli di coda esausti, stremati, con le budella attorcigliate, gli occhi gonfi, il cuore che fa un male cane e la testa che gira.

L’interpretazione, anzi la vera e propria incarnazione, di Alessandro Borghi è magistrale, indimenticabile. Toglie il fiato.
Ma pure questo lo sapevo già: mi è bastato leggere le sue parole, vedere il trailer, e guardare i suoi occhi, dopo la prima al Lido, per convincermi che nessun altro avrebbe saputo “essere” Stefano meglio di lui.

<<Abbracciami, papà…>>

<<Vorrei sapere come ti sei fatto quei lividi>>
<<So’ cascato dalle scale…>>
<<Strane ‘ste scale, eh: feriscono agli occhi e non fanno niente al naso…>>
<<Sì, so’ strane, ‘ste scale…>>

<<Te com’è che stai conciato così?>>
<<So’ cascato dalle scale…>>
<<Quando la smetteremo de racconta’ sempre ‘sta stronzata delle scale!>>
<<Quando le scale smetteranno de menacce>>

<<Certo che voi guardie ve ne siete accorte subito, mentre il giudice e il pubblico ministero proprio non c’hanno fatto caso. Com’è?! …>>
<<Chi te l’ha detto che ‘sti lividi me li son fatti in palestra?! Io non l’ho detto. So’ ‘n regalo dei carabinieri, ‘sti lividi!>>
<<Queste sono accuse gravi!>>
<<Eh, come le botte che m’hanno dato! …>>
<<E io che ne so che me stai a di’ la verità?>>
<<Eccola qua, la verità!>>

<<Per un medico è importante sapere se sei caduto dalle scale o se è successo qualcos’altro…Quando arrivi in ospedale, pensaci>>
<<Ce penso…>>
<<Non ti fidi, eh?!>>
<<Non se fiderebbe manco lei, dotto’…>>

<<Accetto tutto. Basta che me fate parla’ con l’avvocato mio…>>

<<La famo’ finita con ‘sta commedia?>>
<<Ma di quale commedia stai parlando?!>>
<<Ma perché non se vede che m’hanno menato?! Non ve ne siete accorti…?! Che schifo che me fate!>>

<<Posso avere una Bibbia?>>
<<Sei credente?!>>
<<So’ sperante>>

<<Una cosa ai miei genitori vorrei dire… È che un figlio come me non se lo meritavano proprio…>>

Jasmine Trinca è grandiosa nei panni di Ilaria Cucchi: ha saputo rendere perfettamente la sua forza, la sua dignità, ma anche la durezza piena d’amore e l’iniziale intransigenza di una sorella purtroppo inconsapevole di ciò che sta realmente accadendo fino a quando sarà troppo tardi.

<<Vogliamo vedere mio fratello, Stefano Cucchi: è stato portato da poco…>>
<<Non è possibile. Mi dispiace>>.
<<Ma come, non era possibile vederlo da vivo, non ce lo fate vedere neanche da morto?!>>

Molto bravo, direi quasi sorprendente, anche Max Tortora, nei panni di Giovanni Cucchi, il padre di Stefano e Ilaria.

Bravi tutti: Milvia Marigliano, che interpreta la madre Rita, e anche gli attori secondari.

Un film prezioso, importante. Di denuncia: Cremonini segue, e bene, la via già battuta da Rosi, Bellocchio, Petri.

Un film straziante.

La cosa più straziante, e ben rappresentata nel film, è che, siccome non gli permettevano di vederla, e non gli davano nessuna notizia, Stefano Cucchi sia morto credendo che la sua famiglia l’avesse abbandonato; è morto pensando di averli delusi così tanto da far loro decidere di non stargli più accanto, di disconoscerlo. Mentre sua sorella e i suoi genitori sono stati sempre lì, dall’altra parte del muro, del vetro, e anche a loro non è stato permesso vederlo, parlargli, dirgli che, nonostante tutto, erano lì con lui, per lui. E c’erano stati sempre.

Sono inimmaginabili il dolore, la paura, lo sconforto, il senso di colpa e di fallimento, la rassegnazione che deve aver provato, che gli hanno costretto a provare, infliggendogli una tortura ulteriore, oltre a quelle che già aveva subito.

Straziante è anche la “banalità del male” di vari individui che entrano in contatto con lui, carabinieri, medici, infermieri, i quali non usano particolare violenza o crudeltà, ma non hanno alcun interesse nei confronti di quel ragazzo che percepiscono come una “cosa”, come uno “scarto” della società – peggio: come nient’altro che un “fastidio” –, piuttosto che come un essere umano, una persona, bisognosa d’aiuto, di comprensione, di ascolto (anzi, in realtà, soprattutto, di essere guardato, e visto, veramente), di affetto. Per questo preferiscono non vedere, non sapere, fingono di non capire. Per questo non dicono nulla, non parlano neanche dinanzi ai segni sul corpo di Stefano, dinanzi al suo progressivo decadimento fisico, dinanzi alle sue flebili richieste d’aiuto.

È un film necessario. Dovuto.

Non dà giudizi, dicevo: non è quello il suo scopo.
Il suo scopo è dare voce, spazio, tempo e dignità (quelli che non ha avuto, quelli che gli sono stati tolti, in vita) a Stefano, è mostrare i segni sulla sua pelle (come recita, difatti, già il titolo), e lasciare che sia questo a parlare, a dirci qualcosa. Tante cose.

 

*Ho scelto questi tre fotogrammi come immagine a corredo dell’articolo perché credo che rendano perfettamente l’andamento, il tono e il senso del film, forse anche più delle parole: nel primo Stefano ride, è sulla sinistra, sua sorella Ilaria sulla destra; non è ancora accaduto nulla, solo poche ore più tardi accadrà tutto; i colori sono caldi, ma tendono alla cupezza: è il prima; – nel secondo, Stefano, in un letto d’ospedale, è sfigurato, e completamente solo, come si è sentito in questa vicenda; c’è soltanto lui al centro della scena, che riempie per intero; i colori sono freddi: non c’è calore,  non c’è speranza, in quella stanza; – il terzo, da un certo punto di vista, è speculare al primo, è un ritorno e un capovolgimento; è l’epilogo ma anche un nuovo inizio; i colori freddi del lettino dell’obitorio sono stemperati dai colori caldi di ciò che vi è intorno; questa volta c’è Ilaria sulla destra e Stefano sulla sinistra, anche se, poi, progressivamente, la macchina da presa si allontana e si ritrovano insieme al centro; Stefano è ormai senza vita; ma non è più solo: suo padre e sua madre, sullo sfondo, devastati dal dolore, e, soprattutto, sua sorella, di poco in secondo piano rispetto a Stefano, sono di nuovo, finalmente, lì con lui.

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