Turchia e dintorni. AKP, genesi e sviluppo di un partito

16 Settembre 2018

[Emanuela Locci]

Negli ultimi tempi la Turchia è stata spesso alla ribalta nei media europei a causa delle sue vicende interne, la sua precaria situazione economica o per la linea politica seguita dal suo leader. Ogni tanto sentiamo anche parlare del suo partito l’AKP. In questo nuovo appuntamento della rubrica Turchia e dintorni cercheremo di delineare la storia di questo partito, anche se per sommi capi, che possono comunque offrire lo spunto per successive analisi.

Il Partito della Giustizia e dello Sviluppo (Akp), è il più importante tra i partiti turchi contemporanei, infatti, esso detiene ininterrottamente il potere in Turchia dal 2002. Ma come è nato? Quale è l’ideologia di cui si fa portatore? Fu fondato il 14 agosto 2001, come diretta derivazione del Partito della Virtù, che era stato appena dichiarato incostituzionale dalla Corte Costituzionale con l’accusa di non osservare la laicità dello Stato ma di essere di chiara ispirazione islamica, requisito assolutamente proibito in Turchia.

I politici che facevano parte della dirigenza del Partito della Virtù una volta sciolto il partito si divisero in due fazioni: una parte, costituita da Recep Tayyip Erdoğan, Abdüllatif Şener, Bülent Arınç e Abdullah Gül fondò l’AKP che si dichiarò partito moderatamente filo islamico, mentre l’altra fazione, con a capo Necmettin Erbakan, che era stato per anni instancabile fondatore di partiti di matrice islamica, che poi erano regolarmente dichiarati illegali dal governo, fondò il Partito della Felicità, che risultò essere di stampo più tradizionalista e conservatore.

A pochi giorni dalle elezioni del 2002, l’AKP subisce il primo attacco, un procuratore capo chiede che la compagine partitica sia estromessa dalle elezioni e dichiarata illegale (quando i sondaggi la davano vincente) perché il suo leader Erdoğan era stato bandito dalla vita politica a causa della sua condotta islamista. La richiesta non ebbe seguito, e da quel momento inizia l’ascesa del partito nella vita politica turca, un partito che lega, almeno fino ad oggi, la sua vita, il suo successo, alla figura del suo leader storico Erdoğan.

Quindi, nel 2002 il partito che aveva poco più di un anno di vita vince le elezioni parlamentari con il 34, 28% dei voti, e anche grazie al premio di maggioranza e allo sbarramento del 10% che ha impedito l’ingresso in Parlamento dei piccoli partiti, e che ha permesso al solo CHP, lo storico partito kemalista, di ottenere scranni, riesce ad ottenere 363 seggi (il 66%) su 550 totali.
Nel 2005, il partito entra nella scena internazionale perché è ammesso come membro osservatore nel Partito popolare europeo (PPE).

Il cammino del partito sembra inarrestabile, alle elezioni sia locali, sia a livello nazionale riesce sempre a vincere, ad esempio nelle elezioni del 2007 l’AKP ha ottenuto il 46,6% dei voti conquistando 340 seggi. La sua ascesa non è senza problemi, infatti, nel 2008 è colpito da una nuova richiesta di soppressione. Un altro procuratore accusa l’organizzazione politica di aver violato la norma della rigida separazione tra affari religiosi e Stato. Anche in questo caso l’accusa fu archiviata.

In alcuni importanti appuntamenti elettorali, come nel 2009 si notano alcune flessioni dovute soprattutto ai problemi economici che affliggono la nazione. In ogni modo il partito e Erdoğan riescono a rimanere in sella e a tenere unito il paese sotto il vessillo dell’AKP. Alle elezioni del 2011 ottiene il 49,83% dei consensi, che non fanno che rafforzare la sua posizione preminente. Ma mentre in Turchia la sua ascesa sembra inarrestabile, all’estero iniziano a sorgere i primi interrogativi su quale sa effettivamente la posizione di questo partito, che nato come progressista e moderato, nel corso degli anni di governo ha virato su posizioni più nazionaliste, conservatrici e più marcatamente filo islamiche.

In Europa, e in occidente in generale, ci si chiede ormai da una decina di anni se questo partito sarà in grado di rispettare le istituzioni democratiche, i diritti fondamentali dei cittadini, la laicità dello Stato, e anche e per alcuni versi soprattutto, le alleanze internazionali che negli ultimi anni si sono dimostrate se non instabili, almeno plasmabili, secondo le forme della nuova politica estera attuata dal governo di Ankara che ha visto uno spostamento degli interessi turchi dall’asse occidentale verso quello russo e orientale. Nel novembre 2013, il partito ha lasciato il PPE per unirsi all’Alleanza dei conservatori e riformatori europei, probabilmente come risposta alla mancata piena adesione al PPE, confermando con questa scelta la sua svolta verso posizioni più conservatrici.

Negli ultimi cinque anni il partito e i suoi quadri hanno lavorato duramente per rafforzarlo in modo da poter arrivare alle elezioni sempre più forti e compatti, anche in considerazione della situazione economica non florida, che avrebbe potuto spostare i voti del suo elettorato verso altre realtà politiche. Per fare ciò si è ricorso anche ad alleanze, com’è capitato alle ultime elezioni del 2018, che ha visto l’alleanza con partiti minori (il partito nazionalista MHP e l’islamista BBP).

Analizzando la parabola politica del partito è possibile rispondere alle domande poste poco sopra: il partito è portatore degli ideali del nazionalismo, del populismo, è un partito conservatore e islamico, e su questi ideali basa il suo potere. Nato come partito filo occidentale, si è evoluto diventando un partito conservatore e nazionalista. Nel corso della sua parabola ha rappresentato adeguatamente l’andamento della politica turca, e si ritiene che la rappresenterà per i prossimi anni, anche in considerazione del fatto che sembra che l’opposizione turca non sia in grado di contrastare il potere dell’AKP e della sua classe dirigente.

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