Una lotta difficile

1 Dicembre 2007

Nicola Imbimbo

Un’iniziativa straordinaria di mobilitazione e lotta, così CGIL CISL UIL della Sardegna hanno definito il corteo che si tiene proprio oggi primo dicembre a Cagliari in coincidenza con la messa in rete di questo numero del Manifesto Sardo. Alla base di questa iniziativa c’è uno scritto, condiviso dalle tre segreterie regionali, che ha come obiettivo principale quello di richiamare le responsabilità della Regione, del Governo e del sistema delle imprese per le “necessarie politiche di sviluppo economico capaci di incontrare la forte domanda di lavoro di qualità e di coesione sociale”. Lo scritto, che è un po’ difficile definire “piattaforma”, spazia su tutte quelle che vengono ritenute le questioni su cui si aspettano risposte da Regione, Governo, “sistema delle imprese” e perché no? Europa. Si va dall’energia alla continuità territoriale delle merci, alle politiche industriali (chimica tessile comparto metallifero dei materiali non ferrosi..); dalla richiesta di sostegno a nautica e aerospaziale alle zone franche urbane al turismo, beni culturali, ambiente istruzione e si continua a elencare come, e forse più, di quanto è prassi da qualche anno scrivere nei programmi elettorali. A ricordare le priorità e le urgenze se ne dovranno fare carico, lo stanno in realtà già facendo con determinazione da mesi, gli operai Legler, i lavoratori della formazione professionale e più recentemente quelli del parco geo-minerario, i precari e gli agricoltori di Decimoputzu. La gravità della crisi sociale è data dal numero dei disoccupati che stando ai dati ISTAT superano le 120.000 unità, dalle decine di migliaia di occupati in meno in agricoltura, nel settore delle costruzioni e nell’industria. La debolezza strutturale della qualità e quantità di lavoro è destinata a permanere, ricordava il segretario Regionale della CISL, in una recente relazione, se non viene superato il grande squilibrio tra settore manufatturiero e settore pubblico allargato. Nel sistema Sardegna il pubblico incide mediamente per il 42% sui redditi da lavoro dipendente mentre il valore medio nazionale è del 30,8%. C’è poi la questione dei lavoratori precari. Nel documento sindacale si parla di 90.000, una cifra enorme, ma che è riferita al solo settore dei dipendenti pubblici visto che si chiede a governo e regione di stabilizzarli. E nel settore privato quanti sono? Chi sono le controparti? E’ davvero fondata l’esultanza dei sindacati in Sardegna per l’alta percentuale di votanti che hanno detto si al protocollo Welfare del 23 luglio 2007? Perché poi ci si è ostinati , distinguendosi in questo soprattutto Bonanni segretario nazionale CISL, a contestare quei miglioramenti introdotti dalla battaglia della sinistra in Parlamento tesa a ridurre la durata dei contratti a termine e ad eliminare il numero chiuso per tenere più bassa l’età pensionabile per chi svolge lavori particolarmente usuranti? Altro elemento non secondario della questione sociale è quello di un reddito medio lordo per abitante che in Sardegna è molto al di sotto della media nazionale. C’è da sperare perciò e nonostante tutto che la manifestazione riesca e che in piazza ci siano anche più dei ventimila attesi dai dirigenti. Che sia, e lo sarà, forte la partecipazione dei lavoratori, molti dei quali erano anche a Roma il 20 ottobre scorso in quella grande manifestazione che i sindacati, anche sardi, farebbero bene a non cancellare dal loro orizzonte e provassero a capire le ragioni di quella minoranza che ha votato no al referendum sull’accordo welfare. La giornata del primo dicembre rischia di essere meno efficace e meno chiara oltre che dalla generica piattaforma e dalla forma di lotta scelta, dall’invito indifferenziato rivolto dai dirigenti sindacali perché tutti partecipino alla protesta e scendano in piazza. Sappiamo bene che fra tutti ci sono categorie sociali (padronato o no?) a favore delle quali va spostandosi la distribuzione della ricchezza e ai quali bisognerebbe rivendicare stabilizzazione dei precari e sicurezza sul lavoro. C’è un rischio di grande confusione di ruoli. Il populismo in questa fase in Italia ha già diversi protagonisti tra le forze politiche. Ci si vuole aggiungere anche il sindacati? Luciano Lama, storico dirigente della CGIL, spesso ricordava che “ l’attività specifica del sindacato è quella della rappresentanza dei lavoratori dipendenti e della contrattazione come strumento di questa rappresentanza” ed aggiungeva “la funzione del sindacato non può mai prescindere dal fatto che i lavoratori sono una parte di un tutto, una parte che lotta, che si batte, ma che è pur sempre collocata all’interno di quella cornice che è l’interesse generale del paese.” Oggi di fronte alle politiche economiche e sociali, anche del centro sinistra, versione più o meno moderata del liberismo trionfante, l’interesse generale si tutela con una centralità che il sindacato ha l’obbligo di tenere viva: il lavoro, la sua qualità, la sua dignità, il suo ruolo decisivo per la crescita e il miglioramento delle condizioni di vita della gente. Potrà svolgere questo ruolo se, rivedendo criticamente i comportamenti degli ultimi anni, sarà costante il rapporto democratico con i lavoratori per tentare di ricostruire un’autentica rappresentanza di massa del lavoro da spendere nei tavoli istituzionali vincendo per questa strada anche l’arroganza di chi tratta il sindacato alla stregua di un qualunque questuante politico. Il sindacato sembra essere nostalgico della “concertazione” i cui limiti sono stati denunciati da sempre anche da settori del sindacalismo confederale. Ma se concertazione deve essere essa ha senso e può assicurare risultati, solo se alle spalle c’è la forza e la consapevole partecipazione del mondo del lavoro: degli operai, degli impiegati, dei commessi, degli infermieri, degli insegnanti dei muratori di tutti i lavoratori dipendenti sia quelli attivi che quelli in pensione, sia quelli in attesa di un lavoro sia quelli che lo hanno perso o rischiano di perderlo. Tale forza c’è o ci sarà se si ricostruisce un’identità critica del movimento operaio e sindacale, se il conflitto è praticato e vissuto come strumento di crescita del movimento. Conflitto che sarà inevitabilmente duro e prolungato in una fase in cui non solo sono chiusi gli spazi riformisti ma vengono attaccate le più significative conquiste dei lavoratori la cui realtà e persino il suo esistere è oscurato in buona parte del sistema politico e nel grande e ingannevole spazio mediatico.

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