Foro mundial del pensamiento crítico

4 Gennaio 2019
[Marco Meloni]

Viva la Patria Grande, dalla Tierra del Fuego a Tijuana, viva l’America Latina, la sua produzione letteraria e accademica, la sua cultura, la sua terra ed i suoi popoli. Viva, nonostante tutto, viva anche e soprattutto oggi che l’intero continente sembra scivolare indietro, ancora una volta terreno di conquista, impaurito, ferito e disunito.

Per riflettere, discutere e sentirsi meno isolati dalla storia, oltre 20 mila tra ricercatori, attivisti e interessati a vario titolo alle scienze sociali in contesto ibero-americano (50 mila per gli organizzatori, una semplice iniziativa contro il G20 a Buenos Aires per la “questura”) hanno partecipato al Primo foro mondiale del pensamento critico organizzato dal Consejo Latinoamericano de Ciencias Sociales (CLACSO) in occasione della sua ottava Conferencia Latinoamericana, a Buenos Aires dal 19 al 23 di novembre.

Tra i settemila relatori previsti, si sono alternate sul palco principale dello Stadio di Ferro alcune delle personalità protagoniste dell’ultimo decennio latinoamericano e non solo, in campo politico ed accademico: Dilma Rousseff, ex-presidentessa del Brasile, Cristina Fernandez de Kirchner, ex-presidentessa dell’Argentina, Boaventura de Sousa Santos, noto sociologo, e ancora Chantal Mouffe, Juan Carlos Monedero, Nilma Lino Gomes, Manuela D’Avila, Gustavo Petro, Rita Laura Segato, ed il presidente uscente dell’Organizzazione Pablo Gentili.

Tante donne e tanti uomini di diverse generazioni presenti con le proprie storie, analisi e proposte, ma anche assenze importanti come quella di José Mujica, ex-presidente dell’Uruguay, che ha disertato l’appuntamento per non esporre il governo uruguayano in vista del G20 di dicembre, e una pesante e significativa assenza pressoché totale del mondo indigeno e sotto-rappresentazione di quello afroamericano: come al solito troppi bianchi che parlano di indigeni, troppi bianchi che parlano di neri, troppi uomini che parlano di economia e troppe donne che parlano di educazione, persino nei luoghi dove si fa bandiera dell’uguaglianza e della lotta alla discriminazione di ogni tipo.

È arduo riassumere qui i tanti discorsi, dibattiti e momenti, sia per ragioni di spazio che di rispetto della loro diversità e complessità, è possibile però offrire alcune personali riflessioni da partecipante e ricercatore lì presente. L’America Latina sta vivendo negli ultimi anni una profonda crisi politica e socio-economica, un duro risveglio dopo la cosiddetta “decade guadagnata” caratterizzata dalle indiscutibili conquiste dei governi socialisti della regione ma anche dalla loro degenerazione ed incapacità di fornire continuità dei progetti politici oltre le figure carismatiche che li hanno incarnati. Senza sottovalutare le ingerenze esterne, in particolare statunitensi, e senza sminuire la forza della narrativa di destra unita ad una ritrovata centralità della religione (nella sua versione più conservatrice e corrotta), è indiscutibile che il presente sia anche frutto di errori di quel passato “glorioso”.

Oggi, la destra reazionaria di Bolsonaro governa il Brasile; Macri da 3 anni è presidente dell’Argentina dopo aver pitturato di cambiamento una versione del neoliberalismo più sfrenato che già mise in ginocchio il Paese nella sua storia; morto Chavez il Venezuela è allo sbando, per colpa di tanti il popolo è alla fame; Correa in Ecuador per mantenere il potere è diventato il principale avversario degli ideali del suo progetto politico iniziale; la Colombia sfiora una difficile riappacificazione del Paese, l’accordo di pace è stato sottoposto maldestramente a referendum, naufragata la pace, alle elezioni la destra ha sbaragliato, unica eccezione, in continuità con la sua storica controtendenza politica rispetto al continente, è il Messico dove per la prima volta lo scorso luglio una (ampissima) coalizione progressista ha vinto le elezioni: Obrador è presidente di un paese grande e complicato, con enormi aspettative maturate in decenni, probabilmente troppe.

Lo shock di questa inversione di rotta si respirava diffusamente nelle parole dei relatori e nei tanti corridoi degli edifici del congresso, in particolare tra la comunità accademica brasiliana. Ci si sente sotto-attacco, tanti rischiano sulla propria pelle, sul proprio lavoro, alcuni sulla propria vita (a differenza di chi come me, scrive comodamente dall’Europa). La reazione è comprensibilmente difensiva, si sente il bisogno di rivendicare ciò che fu, di gridare parole d’ordine insieme e di stringersi. Pochi dei presenti erano lì per ragioni esclusivamente accademiche, tanti erano lì per comunicare la propria esistenza e resistenza.

Tuttavia, sarebbe stato ed è fondamentale accompagnare questa empatia difensiva ad una analisi critica, alla costruzione di valide alternative, rispetto a ciò che è stato ed è tramontato. Ovvero, dal palco principale del Primo Foro Mondiale del pensamento critico ci si sarebbe aspettato più autocritica, in particolare da parte della classe politica dell’ultima decade.

Al di là del prestigio delle figure chiave, gli interventi e gli incontri migliori in termini di contenuti, prospettiva e attualità sono spesso stati quelli periferici rispetto al programma, quelli che più e meglio di altri hanno saputo riconoscere ciò che è mancato e manca nella proposta delle sinistre latinoamericane, e non solo, e tracciare le linee di nuovi percorsi più inclusivi, sostenibili e democratici.

In primo luogo, le vite di una parte importante della popolazione della regione non sono state mutate dalle riforme e provvedimenti dei governi socialisti e/o progressisti del decennio: molti hanno visto migliorare le loro condizioni di vita, ma gli ultimi, i più discriminati socialmente e razzialmente, sono rimasti ultimi. Non hanno difeso la “decade guadagnata”, spesso votando le destre più reazionarie, perché non hanno sentito che li riguardasse. La costruzione di un ritorno della sinistra in America Latina passa per l’inclusività, non solo in termini di soggetti destinatari delle misure ma anche come attori protagonisti, dalle comunità indigene agli afroamericani, dagli abitanti delle tante favelas/villas alle comunità rurali dei campesinos, meglio se donne in prima linea.

In secondo luogo, nonostante in alcuni paesi la sinistra abbia governato per più mandati, troppo poco si è fatto per istituzionalizzare le conquiste avvenute in campo sociale e di partecipazione democratica. In poco tempo e con troppa facilità i governi subentranti hanno spazzato via numerosi programmi pubblici, processi partecipativi e lotte anti-discriminazione. La natura di costante emergenza dei paesi di quest’area (ormai applicabile, con le dovute differenze, a molti territori) non può far perdere una dimensione di medio-lungo periodo, aprire fasi costituenti è importante quanto dar vita a misure e processi immediati.

In terzo luogo, le classi medie, di nuova o vecchia formazione, si sono sentite marginalizzate e persino attaccate dai governi socialisti e/o progressisti. Essi da un lato hanno tendenzialmente fallito sulla comunicazione e relazione con esse, in particolare nella gestione delle risorse ottenute dalla tassazione, dall’altro non hanno saputo imporre “sacrifici” alle classi alte – delle quali molti dei loro principali esponenti fanno o sono diventi parte (percepiti come tali) – affidando alla classe media il peso principale delle riforme e misure, facendoli sentire schiacciati tra chi minacciava (giustamente) il loro status quo dal basso e l’intoccabilità delle fasce economicamente più alte. Pertanto, la redistribuzione deve essere un obiettivo primario, con molta più incisività, ma deve pesare in primis sulla parte più ricca del paese e deve contare il più possibile sul supporto delle classi medie, difficile da ottenere quanto fondamentale.

Infine, la sinistra latinoamericana ha troppo spesso peccato di eccessivo leaderismo, una dipendenza patologica dal carisma delle sue guide ed una pericolosa indissolubilità tra sorte del progetto e del leader. Il potere in poche mani le logora, spesso le corrompe, altre le fa agire senza lungimiranza. Al punto da generare un enorme odio strumentalizzato nei confronti delle individualità e/o di tutto il progetto politico. Questa è stata la principale arma delle destre: un mix tra dissenso, sofferenza, fastidio e odio canalizzato, di fronte al quale la sinistra ha preferito difendere le individualità ed i contenitori piuttosto che gli ideali e gli scopi. Democratizzare il potere non è solo un obiettivo, è anche il principale strumento.

Tutta questa però è politica non ricerca accademica, forse penserete voi. Ma, in campo sociale non sempre è facile tracciare tale confine, ancor meno in America Latina, ancor meno in questa fase storica. Il Primo Foro Mondiale del pensamento critico di CLACSO ne sono stati un valido esempio: è stato giusto così.

Viva la Patria Grande, comunque vada.

Marco Meloni è un dottorando e ricercatore presso il CES – Centro di Studi Sociali dell’Università di Coimbra, Portogallo

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