Mark’s Diary di Jo Coda

4 Gennaio 2019
[Aldo Lotta]

E’ oggi possibile nel nostro paese, e in un mondo sempre più sintonizzato sulle frequenze mercatistiche e del profitto, che l’arte si assuma il compito di ricondurre l’uomo alle sue dimensioni essenziali? Non, quindi, al centro di un universo da dominare-consumare, ma parte infinitesima ed effimera, anche se sublime e pienamente rappresentativa, di una natura angosciosamente complessa?

Con Mark’s Diary Giovanni Coda, come già aveva fatto attraverso i suoi film precedenti, dimostra che non solo questo è possibile ma che l’arte, nel caso specifico il cinema, costituisce quella nave da soccorso in grado di salvare l’uomo da se stesso. Specialmente se lo spettatore, naufrago solitario nell’oceano piatto dell’anomia, si lasci prendere, come suggerisce l’autore, dalla voglia di viaggiare, “allacciando, se necessario, le cinture di sicurezza”. E il film di Coda si rivela un viaggio avvincente ed entusiasmante di 75 minuti, verso la ri-scoperta della sublimità e universalità dell’essere umano, delle sue autentiche dimensioni e finitudini. La consapevole fragilità di un corpo, sempre, a dispetto di ogni apparente prestanza, vulnerabile, fonte di sofferenza ma anche capace e bisognoso di contatto, di scambiare affetto, di amare, di sognare e, soprattutto, di cogliere dal sogno il materiale per la costruzione di una realtà consona al suo essere gettato nel mondo.

Dopo i pluripremiati Il rosa nudo, Bullied to death, Xavier, questa volta il tema sollevato rappresenta un classico elefante nella stanza: il non riconoscimento sociale, verso chi soffra di una disabilità, del bisogno, pur naturale e universale, di amore, nelle sue espressioni sia affettive che fisiche. Scotomizzazione, rimozione, tabù, che impedisce ad un essere umano di potersi declinare, anche sul versante del contatto corporeo e della sessualità, attraverso la relazione con l’altro, di poter esprimere vissuti essenziali, e di poter quindi nell’altro ri-trovare, ri-accogliere più pienamente se stesso.

In occasione di questo suo delicato e poetico accostarsi al mondo della disabilità (mondo, in realtà dai confini sfumati e impalpabili che esistono solo in quanto artificiosamente marcati) il regista coordina sapientemente le forme dell’arte facendone un compendio poetico al servizio dell’idea e rivelando come musica, danza, poesia, fotografia, insieme alle arti circensi, non sono altro che essenza stessa della struttura dell’uomo, pronte a trasmettere quanto di più autentico, ma compresso e inespresso, in-siste in ognuno di noi. Un linguaggio armonico che accompagna il con-fondersi e il dia-logare dei corpi in una realtà essenziale, in cui affetto, amore, solidarietà non sono concetti vuoti e distanti ma possibili e autentici modi di essere al mondo.

Una visione, quindi, satura di funzioni sociali ed educative, che ci dimostra ancora come il cinema possa rendersi indispensabile in un momento storico caratterizzato dal disagio dell’uomo nei confronti dei suoi valori etici strutturali e dal farsi strada, su un terreno devastato dalla “verità irrazionale del dominio”*, di difese psicotiche e nichiliste come la negazione e la proiezione aggressiva.

Il lungometraggio, frutto di una coproduzione italo-inglese (l’Università di Derby nel Regno Unito e Associazione Labor, Sardegna), proiettato in prima regionale il 20 dicembre al cinema Odissea a Cagliari, è tratto dal libro “Loveability” dello scrittore disabile Max Ulivieri che, insieme a Giacomo Curti, Caleb Spivak e Mark Cirillo, figura tra gli interpreti principali. Max Ulivieri è il presidente dell’Associazione “LoveGiver” che si batte per l’introduzione in Italia della figura dell’ “assistente sessuale” secondo una complessa e articolata modalità di interventi già felicemente adottata in altre nazioni europee.

Si può andare veramente orgogliosi a Cagliari e in Sardegna di una figura così capace di impegnare la sua poetica cinematografica e la passione per la ricerca sperimentale in senso propriamente civile, etico e sociale. La realizzazione artistica di Giovanni Coda, che sarà presto presentata ad un pubblico internazionale in occasione di importanti festival e di congressi sulla disabilità, contribuisce, tra l’altro, a rivelare e diffondere le sorprendenti, incantevoli abilità di artisti, in particolare musicisti e danzatori, cresciuti tra i confini della nostra isola, ma la cui arte evoca un mondo altro, quel fantastico vecchio pianeta che durante il nostro viaggio da spettatori scopriamo, dall’alto, privo di qualunque confine.

*Pinar Selek (da una sua intervista sul Manifesto del 6/12/2018)

1 Commento a “Mark’s Diary di Jo Coda”

  1. Baldi Marina scrive:

    I BISOGNI E I DESIDERI DEGLI ALTRI SONO I TUOI BISOGNI,non dovremmo dimenticarlo mai

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