Il governo odia i poveri e gli studenti

1 novembre 2018

Benevento. Foto di una delle tante manifestazioni del movimento studentesco contro il governo Conte.

[Roberto Davide Saba]

Un piccolissimo corteo di giovani studenti ha attraversato la città di Cagliari nella mattinata di venerdì 19 ottobre, in adesione ad una mobilitazione studentesca organizzata dalle associazioni cagliaritane Unione degli Studenti e Fronte della Gioventù Comunista e portata avanti su scala nazionale contro le politiche del Governo in materia di scuola e sicurezza.

Si sarebbe dovuta svolgere una settimana prima, così come avvenuto in quasi tutte le altre città italiane, ma era stata poi rinviata di una settimana a causa del maltempo e della contestuale chiusura di tutte le scuole dell’area metropolitana. Questo fattore non ha certamente agevolato la partecipazione e la visibilità della protesta, vanificando infatti il grande lavoro di volantinaggio svolto dai militanti del Fronte della Gioventù Comunista ai cancelli di decine di scuole – tra licei, tecnici e professionali – nelle settimane precedenti.

Tuttavia, occorre precisare che se anche il corteo non avesse incontrato queste specifiche difficoltà, pur da non sottovalutare, e nella giornata del 12 ci fosse stato il numero di partecipanti atteso dai promotori, la mobilitazione non sarebbe comunque stata altro che un punto di partenza, una base su cui costruire una lotta perdurante, con obiettivi di breve e lungo periodo. Occorre dunque una riflessione sul futuro di questa lotta, sul terreno dell’istruzione, della sicurezza e delle rivendicazioni portate avanti dagli studenti scesi in piazza. Occorre innanzitutto non accontentarsi e non compiere l’errore grave, ma ricorrente in questi anni, di chiudersi in una gabbia dorata di “ribelli” nella convinzione (rassegnata, ma spesso anche superba) che la massa sia ormai perduta e irraggiungibile.

L’obiettivo dev’essere, oggi più che mai, la mobilitazione di massa, smuovendo dalla rassegnazione e dall’indifferenza tutti quegli studenti delle classi popolari a cui il potere politico ed economico sta letteralmente rubando il futuro. I cinquanta manifestanti presenti venerdì in quel piccolo corteo hanno infatti il dovere di rivolgersi sin da subito ai loro compagni che quel giorno sono entrati a scuola e a quelli che ne hanno approfittato per fare vela individuale. Partendo da quei cinquanta studenti, dobbiamo essere in grado di dare continuità alla lotta, e solo così crescere fino a diventare migliaia di studenti informati, incazzati e con la volontà di sollevarsi in prima persona contro una scuola sempre più classista e inaccessibile, e sempre più assoggettata alle logiche del capitalismo nazionale e internazionale.

La propaganda di questo governo, ci ha dipinto Lega e Movimento 5 Stelle come i fautori di un cambiamento radicale rispetto al passato, soprattutto a quello recente: una propaganda di fatto alimentata anche dalla finta opposizione di coloro che fino a ieri hanno governato. Per la Gioventù Comunista, che ha sempre contestato le politiche dei governi che si sono susseguiti sin dalla sua nascita (per lo più di larghe intese e di centrosinistra), questa propaganda dev’essere smontata. La vera natura di questo governo è quella della conservazione e della prosecuzione della strada tracciata da vent’anni di aziendalizzazione dell’istruzione pubblica, così come una totale continuità si registra su altri grandi temi come la sanità e il lavoro, mentre ci gettano fumo negli occhi con una continua ed efficace ricerca di nuovi capri espiatori sui quali convergere l’odio del popolo, ridotto per altro a tifoseria.

Totale continuità per quanto riguarda l’alternanza scuola-lavoro in primis, con il Ministro Bussetti che sin dai primi mesi di governo ha assicurato di non voler intaccare la sostanza della “Buona scuola” del governo Renzi, salvo qualche piccola e marginale modifica sul monte ore e sul peso dell’alternanza sull’esame di maturità. Per ogni studente, l’alternanza si rivela invece essere semplicemente lavoro privo di tutele, privo di retribuzione (o persino di qualsiasi tipo di rimborso delle spese sostenute) e spesso neanche coerente con il proprio indirizzo di studi, al servizio di imprese che così possono risparmiare sui costi della formazione interna, mentre i docenti spesso lamentano il danno che l’alternanza provoca alla didattica e al completamento dei programmi.
Sempre in continuità con il passato, è la scelta – con il DEF del 2018 – di tagliare ancora una volta sulla scuola (si stimano tagli intorno ai 100-150 milioni di euro) per trovare le coperture delle riforme annunciate in materia fiscale e di reddito di cittadinanza.

Mentre il decreto “Scuole sicure” del ministro Salvini dovrebbe comportare una spesa di 2.5 milioni di euro per le casse statali, tra blitz di polizia e costosi impianti di videosorveglianza, e mentre ingenti finanziamenti continuano a fluire verso le scuole private in barba alla nostra stessa Costituzione, il governo sembra ignorare quelli che sono i veri problemi della scuola pubblica. In queste settimane di allerte rosse, arancioni e gialle, le scuole dell’area metropolitana di Cagliari sono state chiuse più volte su provvedimento del sindaco non solo per il rischio imminente di allagamenti, ma anche per il conseguente rischio di agibilità strutturale degli edifici. La messa in sicurezza di tutta l’edilizia scolastica dovrebbe essere una delle priorità di un governo “del cambiamento” e invece nulla pare cambiato e la vita di milioni di studenti continua ad essere messa seriamente in pericolo ogni giorno.

A Cagliari e in tutto l’hinterland sono tante le scuole in cui intere aree sono state chiuse perché inagibili e mai più riaperte per la mancanza di fondi per poterle ristrutturare. Agli studenti spesso mancano i materiali e gli strumenti al passo coi tempi, necessari per la didattica e per l’insegnamento di materie fondamentali per il loro percorso di studi. I costi a carico delle famiglie condizionano sempre di più le scelte sul futuro dei propri figli, costituendo ostacoli spesso insormontabili per gli studenti meno abbienti: ai costi di libri e materiale necessario per lo studio e dei trasporti pubblici, si aggiungono i cosiddetti contributi volontari che spesso vengono mascherati come obbligatori al momento delle iscrizioni.

In tutto questo, il governo estende anche nelle scuole il clima di repressione e di tensione sociale che è ossigeno nella propria propaganda. Questo clima che avanza nei confronti degli studenti, con la scusa della guerra allo spaccio, è in realtà un pericolo per la scuola e per la sua funzione educativa. La droga è una vera piaga sociale, troppo diffusa tra i giovani che trovano in questa una fittizia via di fuga da una realtà che sembra non voler dare loro alternative credibili. Un problema sociale che dovrebbe essere affrontato proprio nelle scuole, da un punto di vista educativo, informativo e di prevenzione, e che invece le istituzioni si limitano a criminalizzare e gestire di conseguenza, con mezzi per altro tanto costosi quanto inefficaci.

Il drogato – come l’immigrato – diventa un facile bersaglio della propaganda di governo, ma la droga – come l’immigrazione – è un problema che necessita di soluzioni più complesse, ma che pagano poco in termini di consenso. La videosorveglianza, facilmente aggirabile da chi compie realmente atti di microcriminalità semplicemente spostandosi in zone d’ombra e bagni, dove naturalmente le videocamere non potranno essere piazzate, diventerà piuttosto il viatico per la repressione di libertà e attività che sono perfettamente lecite, ma di fatto poco tollerate e disincentivate già adesso, prima fra tutte l’attività politica. Il piccolo corteo del 19 Ottobre è stato dunque l’inizio necessario per un lungo percorso di lotta, che dovrà essere costruito a partire proprio dalle scuole, radicandosi dentro di esse, affinché in esse si torni a parlare di politica e si torni a dare battaglia per riprendere finalmente in mano il proprio futuro.

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