Nessuna dignità senza ridistribuire la ricchezza

16 Ottobre 2013
bosch2
Giovanni Nuscis*

Neppure i moniti di papa Francesco sono riusciti a dare una scossa ai programmi politico economici per il prossimo governo regionale, in Sardegna. La prudenza è una virtù, indubbiamente, ma non quando una crisi drammatica ti toglie il respiro e la vita. F. D. Roosevelt, in un suo discorso nel 1933 disse che avrebbe “dichiarato guerra all’emergenza”, chiedendo al Congresso “un potere grande come quello che mi verrebbe dato se venissimo invasi da un esercito straniero. ». Nel giro di pochi anni venne creata negli Stati Uniti una quantità enorme di opere pubbliche che diedero lavoro a 15 milioni di persone, creando i presupposti per una rinascita economica del paese. Altri tempi, indubbiamente, ma la crisi, al di là delle cause e del contesto, si esprime ora come allora con una grande sofferenza per una parte consistente della popolazione e del sistema produttivo, che richiede soluzioni nuove e drastiche.
Centoventisettemila persone, nell’Isola, cercano lavoro, senza considerare le centinaia di migliaia di inoccupati che hanno rinunciato a cercarlo. Solo cinquecentocinquantottomila persone lavorano, in Sardegna: meno di uno su tre. Oltre trecentocinquantamila sono i sardi che vivono una condizione di povertà relativa, che secondo l’Istat si ha quando una famiglia di due persone percepisce meno di 990,88 euro mensili. Delle nuove attività commerciali, il 40% chiude dopo qualche anno, e l’emorragia è quotidiana, quartiere per quartiere. L’incidenza degli oneri fiscali e contributivi sugli utili di un’impresa minore italiana supera il 68% (quando in Gran Bretagna, ad esempio, è del 35,8%). Il costo dell’energia, in Sardegna, è il più caro d’Italia. I costi dei trasporti per merci e persone sono ancora proibitivi; troppi gli adempimenti burocratici che gravano sulle attività economiche; scarsi e scoordinati i collegamenti all’interno dell’Isola, impedendo alle nostre imprese di essere competitive, e ai turisti e ai residenti di spostarsi agevolmente e a basso costo.
Con queste premesse, qualunque proposta politica finalizzata ad una ripresa economica a breve appare velleitaria. A nulla servirebbero gli aiuti in varia forma dati alle imprese nei diversi settori. Vanno prima rimosse le cause che impediscono o condizionano la ripresa economica, e questo non si può realizzare nell’immediato, per la situazione finanziaria italiana e per i vincoli interni e comunitari sulla spesa pubblica.
Che fare, allora, in un’economia depressa e svantaggiata da fattori negativi? Urge una soluzione economica e occupazionale che stia dentro un coraggioso intervento di ridistribuzione delle risorse pubbliche, e viceversa. Sull’esempio del new deal americano (richiamato in particolar modo dal sociologo dell’economia Luciano Gallino), andrebbe creato nuovo lavoro partendo da progetti di sviluppo settoriale (agricoltura, turismo, patrimonio ambientale e culturale, infrastrutture, attività economiche, servizi sociali, scuola e formazione etc.) pensati all’interno dei territori; a cominciare dalle bonifiche, dalle piccole e medie opere pubbliche e infrastrutturali, dal recupero dei centri storici, dalla valorizzazione del patrimonio archeologico e artistico, dalla messa in sicurezza degli edifici scolastici, dal presidio e dalla pulizia del patrimonio costiero, dalla creazione di servizi, dalle attività di supporto e di sostegno alle attività scolastiche, da quello, anche altamente specialistico, alle realtà produttive. Impiegando e retribuendo i disoccupati e gli inoccupati residenti (professionalità talvolta importanti) attraverso le risorse del bilancio regionale (creando un apposito fondo sui cui dovrebbero confluire, ad esempio, le somme destinate ad appalti per opere pubbliche non complesse, quelle destinate alla cassa integrazione speciale, quelle recuperate dell’evasione fiscale, quelle destinate all’esternalizzazione di servizi pubblici, quelli derivanti da una coraggiosa razionalizzazione della spesa pubblica).
Il nuovo modello economico determinerebbe un sistema di lavoro flessibile modulato sui fabbisogni reali e mutevoli dei territori; una flessibilità sana, di ritrovata tutela e solidarietà, in cui sovranità e democrazia partecipata, valorizzazione delle risorse e ripresa economica aprirebbero una nuova stagione di maggiore giustizia sociale e di benessere diffuso.
L’ente regionale, per competenze e disponibilità di risorse, è l’istituzione idonea a gestire questa tipologia di lavoro, adattando le strutture già esistenti. Gli interventi economici più complessi e sistemici potrebbero invece essere finanziati coi fondi strutturali europei (mai utilizzati adeguatamente).
La spesa necessaria per immettere nel mondo del lavoro i 127.000 disoccupati sardi – con una retribuzione massima di 600 euro mensili – è di 914,400 milioni di euro all’anno. Corrispondere un reddito di cittadinanza di 300 euro mensili a 200.000 inoccupati, impossibilitati a lavorare, comporterebbe invece una spesa di 720 milioni di euro. Con una spesa totale di 1,6 miliardi di euro all’anno si garantirebbe perciò lavoro e sostegno economico a tutti i disoccupati e inoccupati dell’isola (ricordiamo che le entrate regionali superano i 7 miliardi di euro, pur considerando le spese fortemente incidenti come la sanità – circa 3,5 miliardi – e altre spese obbligatorie).
Gli importi mensili (reddito da lavoro e di cittadinanza) sarebbero inizialmente rapportati alle risorse disponibili, così come il numero delle ore e dei giorni di lavoro settimanali (non inferiori a due), per evitare forme di sfruttamento. Va da sé l’urgenza di razionalizzare al più presto le spese sostenute dall’ente regionale ripulendo il bilancio dalle concrezioni di spesa inutili o clientelari.
Il sistema, in questo modo – intanto che si rimuovono gli ostacoli alla ripresa, soprattutto sotto l’aspetto fiscale, burocratico e infrastrutturale – consentirebbe una forma diretta ed equanime di investimento con ricaduta sull’intera popolazione disoccupata ed inoccupata, e sui diversi settori socio-economici, in proporzione alle risorse via via liberate per tale obiettivo. Andrebbero adottati meccanismi di misurazione della produttività, dell’occupazione e della trasformazione del lavoro assistito in lavoro autonomo o a tempo indeterminato presso enti pubblici o privati.
Unire i due obiettivi, ridistribuzione della ricchezza e nuovo sviluppo, sostenibile, è una sfida dalla quale non ci si potrà tirare indietro, fin da adesso, e per gli anni a venire. L’idea di Stato e di risorse pubbliche dei governi passati è sintetizzabile in due dati: nel 2012, a fronte di entrate Irpef dell’ammontare di 280 miliardi di euro, era stata preventivata una spesa per la costruzione di grandi opere di oltre 230 miliardi. E’ necessario perciò favorire l’emersione di una nuova classe politica, onesta, coraggiosa e coesa nel volontà di vincere le prevedibili resistenze delle agguerrite lobbies del privilegio, spesso attrezzate culturalmente e presenti trasversalmente in tutte le istituzioni e nei luoghi di potere.
Ci sembra questa, per ora, la risposta politica più rispondente alla drammatica richiesta di aiuto della nostra comunità, per la quale siamo disposti a lavorare con chi intenda farla propria.

* portavoce di A.L.B.A Sassari

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