Il partito dell’odio

1 Agosto 2011

Valeria Piasentà

Certi politici della destra italiana, della Lega in particolare, rappresentano il nostro lato oscuro. Quell’istinto primitivo e violento che nei secoli l’uomo ha cercato di censurare e limitare portandolo fuori da sé e dal ‘consesso civile’, nei luoghi socialmente separati delle carceri e dei manicomi.
Quelle pulsioni rabbiose e diaboliche che ci covano in fondo all’anima, malgrado i secoli passati tentando di emanciparci attraverso la cultura e l’espiazione religiosa. Rappresentano quel lato oscuro della mente che ha fatto la fortuna di certa cinematografia dell’orrore, dell’industria bellica e di tutta la psicanalisi.
Oggi rabbia e odio non più repressi ma sdoganati da rappresentanti delle istituzioni, hanno fatto la fortuna  politica di un movimento che siede al governo e di alcuni personaggi di rilievo, come un ministro di destra: lo sprezzante Brunetta. E di Sgarbi – politico, amministratore, intrattenitore e opinionista, selezionatore di beltà femminili (anche conto terzi), storico dell’arte, ecc. ecc. –  che non pago delle sue performance nei salotti televisivi, ora gira i teatri d’Italia con lo spettacolo autocelebrativo “Sgarbi l’altro”, con lui unico attore in scena a raccontare se medesimo.
Lo spettacolo è stato prontamente acquistato dal direttore del teatro di Novara, quel commendator Carlo Pesta già fustigatore di costumi come nel caso della Banda Osiris; per inciso: la gestione di Pesta è in scadenza, i neoeletti politici del centrosinistra novarese avranno il coraggio di sostituirlo alla direzione del Teatro della città?). Nel programma del teatro Coccia di Novara si legge «Mancava solo questo, al grande comunicatore: salire su un palcoscenico. A cinquantasette anni, Vittorio Umberto Antonio Maria Sgarbi fa l’unica scelta che ancora gli manca, sale su un palcoscenico per rivolgersi al suo pubblico … Sgarbi va in scena per raccontare l’arte, le donne, la cultura, il paesaggio, la politica, cioè tutti gli aspetti della sua visione del mondo…».
Negli ultimi decenni sembra che la violenza verbale e fisica, unita a un ego ipertrofico, costituisca un prerequisito per l’accesso tanto al palcoscenico mediatico quanto alle leve del potere. Il nostro ministro dell’Interno, che recentemente si è candidato alle successioni di Bossi alla guida del partito e di Berlusconi a quella del Paese, il 18 settembre 1996 morse un poliziotto durante la perquisizione della sede leghista di via Bellerio a Milano. Lì Maroni reclutava componenti per l’esercito leghista, la Guardia Nazionale Padana, meglio se provvisti di porto d’armi. In quella occasione è stato imputato insieme ad altri 44 leghisti, con le accuse di attentato alla Costituzione e all’integrità dello Stato, creazione di struttura paramilitare fuorilegge, resistenza e oltraggio a pubblico ufficiale. La prima sentenza ha condannato con la condizionale a 7 mesi Bossi e a 8 Maroni, Borghezio, Caparini, Martinelli, Calderoli. In seguito una serie di leggi ad personam promulgate dai governi Berlusconi, ha depotenziato prima e annullato poi tutte le accuse. L’ultima è stata voluta dal ministero di Calderoli, che come è noto riguarda la semplificazione normativa e non la materia in oggetto, e in ottobre ha eliminato un centinaio di leggi come il reato di associazione a carattere militare con scopi politici. Chissà se le stesse leggi si applicheranno ai resistenti padani dei comitati No Tav…
Ma al peggio non c’è limite, così abbiamo assistito basiti all’ultima performance del torinese Borghezio. (qui l’intervista). Si sprecano i commenti, e quali provvedimenti si prendono nei confronti del Partito dell’Odio e dei suoi degni rappresentanti? i Verdi hanno presentato una denuncia per istigazione all’odio razziale e apologia di reato, le opposizioni chiedono le dimissioni di Borghezio.
L’iniziativa più interessante parte da Aticolo21 e dal Futurista, che propongono una petizione popolare da inviare al Parlamento europeo «sulla base delle dichiarazioni rilasciate da Mario Borghezio, deputato europeo nonché membro della commissione per le libertà civili, in merito alla strage di Oslo intendiamo promuovere una specifica petizione tra i cittadini italiani ed europei per chiedere le sue immediate dimissioni o il più pesante dei provvedimenti disciplinari». (ecco il modulo della petizione ).
Mentre la Procura di Milano ha aperto una inchiesta un altro parlamentare europeo leghista, il lombardo Francesco Speroni, lo giustifica insieme all’esecutore della strage norvegese: «Le idee di Breivik sono a difesa della civiltà occidentale».
Ricordo che anche Speroni era coinvolto nel processo veronese sulla costituzione dell’esercito padano. Borghezio malgrado il passato torbido ha molto seguito nel suo partito, non è nuovo a esternazioni platealmente violente e ora sostiene: «Chi ha chiesto le mie dimissioni è cretino».
Il leghista formatosi nell’Ordine Nuovo di Pino Rauti, nel 2009 ha rappresentato il suo partito alla convention delle destre estreme europee organizzata dal Blocco identitario francese, lanciando la proposta di una scuola di formazione per i quadri dei movimenti facenti riferimento al radicalismo identitario, per «soldati che tengano testa fisicamente ai nemici». Siccome bisogna poi anche ‘far cassa’, difendendo gli interessi economici espressi dal territorio che la Lega Nord millanta di rappresentare, allora  ha un senso preciso il tentativo del presidente dei senatori leghisti Bricolo di inserire nel Decreto di rifinanziamento delle missioni all’estero un codicillo atto a liberalizzare il mercato degli armamenti.
E’ la seconda volta che i rappresentanti parlamentari delle potenti lobby dei produttori di armi cercano di far passare la norma, prima inserendola nel provvedimento sulla Semplificazione normativa, dove abbiamo trovato ancora all’opera l’amico Calderoli su materie che non sono di competenza del suo ministero.
Il nuovo testo è stato ritirato, avrebbe aperto la strada alla formazione di eserciti privati armati e, come ha dichiarato il senatore Pd Casson in aula, reso possibile anche da noi stragi come quelle di Oslo. Ma Bricolo non demorde e dichiara «Lo ripresenteremo come disegno di legge» (La Stampa, 27 luglio). In questo contesto ideologico hanno una loro giustificazione tutte le ronde e gli eserciti padani, le leggi sulla caccia e il porto d’armi. Il 29 luglio la Lega sospende Borghezio dal partito, anche dalla presidenza della Lega Piemont. Ci basta? No. Cos’altro ancora si deve produrre affinché la Lega venga riconosciuta per quello che è: un movimento violento, xenofobo e sovversivo che per la sua pericolosità sociale dovrebbe essere allontanato da tutte le sedi istituzionali? e che una volta di più ci fa vergognare d’essere italiani.

1 Commento a “Il partito dell’odio”

  1. Giulio Angioni scrive:

    Sono sempre molto grato a Valeria Piasentà per quanto scrive. Per me, serve a lenire lividi di un sardo diventato adulto in Padania e che lassù ha una tribù di parenti anche leghisti, condividenti quella specie di ossessione dei padani a misurare latitudini culturali Nord-Sud con un impegno collettivo che va dal benevolo al violento. Però anche la mia esperienza nordica mi fa sensibile verso un sospetto: che si insinui anche in noi un’idea, non certo tra le peggiori dei ragionamenti esclusivisti occidentali di marca italica. L’idea che il complesso di sentimenti etnocentrico-razzisti sia qualcosa di archetipico, ancestrale, quindi naturale o innato o qualcosa di vagamente ineluttabile, che la civiltà ci ha insegnato a tenere a bada: che sia innata o archetipica la propensione alla diminuzione del differente, che il razzimo, l’etnocentrismo, l’eslcusivismo, la boria dei popoli e così via siano qualcosa di universale o quasi. E invece qui bisogna dire un bel no. I padani leghisti non sono gli eredi ineducati nostrani di un’ancestrale pulsione a inferiorizzare il diverso. No, sono gli eredi attuali di una secolare abitudine europea a inferiorizzare il diverso, che forse non risale a più di tre o quattro secoli in Europa e in Italia. I Borghezio sono gli eredi sciocchi e spesso violenti di un’abitudine locale collettiva secolare, non generalizzabile all’umanità bensì molto europea moderna. Un guaio dell’uomo europeo, non dell’homo sapiens.

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