Salvini e i sardisti dell’Illinois

26 novembre 2018
[Graziano Pintori]

I due giorni di Salvini in terra sarda sono stati di assoluto rilassamento, come merita qualsiasi turista 5 Stelle. Infatti, durante il breve tour autunnale oltre ai pranzi, cene, doni e leccapiedi al seguito, all’illustre ospite padano gli è stata evitata la visione delle solite bandiere dei quattro mori, il cui sventolamento può essere segno di accoglienza oppure di contestazione. Per onore della verità bisogna dire che mancavano anche altre bandiere del tipo etnico, di solito ben visibili in simili circostanze.

Comunque sia, l’insolente Salvini, delle lega nazionalista, parafascista, e razzista, in terra sarda si è sentito come Alberto da Giussano in terra padana: non poteva esserci migliore accoglienza per il “Capitano” come quella riservatagli dal congresso sardista, al quale è stato concesso l’onore di inaugurare l’avvio dei lavori. Un gesto simbolico, che politicamente può significare la consegna, “chiavi in mano”, della loro sorte politica e culturale in cambio, come già avvenuto, di uno scranno senatoriale, e, se tutto va bene, secondo l’aria che tira, anche della poltrona della presidenza del Consiglio Regionale Sardo.

Una scorciatoia che ci ricorda quei sardisti che negli anni venti passarono nelle fila mussoliniane; una scorciatoia che evita la conquista di incarichi e responsabilità politiche tramite la sfibrante fatica per la conquista del consenso da parte del popolo sardo, quello che esprime la forza e l’idea puramente sardista e autonomista. Anche ai più ingenui appare l’operazione sardo/leghista come un compromesso, o meglio, come si urlava dalla parte dei nuoresi contestatori di Salvini, di un baratto, di uno scambio mercantesco, in cui veniva garantita la rinuncia dello sventolio dei quattro mori. L’onore di fendere l’aria sarda, in segno di buona comunanza, è stata, evidentemente, riservata alla sola e unica spada di Giussano.

Oggi, orgogliosamente posso dire, da uomo di sinistra, di sentirmi ancora più sardo e sardista di molti altri che fino all’altro ieri sostenevano di essere l’unica e vera forza sarda e sardista. Sentirmi dentro questo orgoglio, durante il tour salvinista, mi ha fatto capire di essere un partigiano che stava dall’altra parte della barricata e urlare “sardisti servi dei leghisti!”, cantare Bella Ciao e Fischia il Vento contro il nuovo fascismo, razzismo e nazionalismo.

Le centinaia delle loro presenze erano, non a caso, chiuse e protette in un luogo che un tempo accoglieva un mercato, noi, altre centinaia, eravamo fuori nella piazza a difendere, fra le tante altre cose, la nostra identità. Il nostro essere sardi.

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