Il mantra ed il lamento

1 Novembre 2011

Franco Berardi ‘Bifo’ / Stefano Rodotà

Ci eravamo riproposti di intervenire con diversi contributi sulla manifestazione del 15 ottobre scorso. La realtà corre veloce, ma ci sembra opportuno continuare sul tema. Oltre all’articolo scritto da Alfonso Stiglitz, a seguito della vivace discussione apertasi su ‘il manifesto’ e naturalmente nel movimento, ci sembra interessante proporvi altri due pezzi. Il primo un contributo di Franco Berardi (Bifo), il secondo un ‘intervista a Stefano Rodotà. Due punti di vista profondamente diversi, tre se consideriamo il punto di vista espresso da Stiglitz, sia nella maniera di leggere la complessità della situazione che in quella di inquadrare il tema della violenza.
Naturalmente prepariamoci al tentativo classico da parte del potere, come mostrano le recentissime dichiarazioni del ministro Sacconi, di criminalizzare il movimento, magari sperando in un ritorno degli ‘anni di piombo’ .

La violenza? Meglio un mantra*

Il 15 febbraio del 2003 centomilioni di persone sfilarono nelle strade del mondo per chiedere la pace, per chiedere che la guerra contro l’Iraq non devastasse definitivamente la faccia del mondo. Il giorno dopo il presidente Bush disse che nulla gli importava di tutta quella gente (I don’t need a focus group) e la guerra cominciò. Con quali esiti sappiamo.
Dopo quella data il movimento si dissolse, perché era un movimento etico, il movimento delle persone per bene che nel mondo rifiutavano la violenza della globalizzazione capitalistica e la violenza della guerra. Il 15 Ottobre in larga parte del mondo è sceso in piazza un movimento similmente ampio. Coloro che dirigono gli organismi che stanno affamando le popolazioni (come la BCE) sorridono nervosamente e dicono che sono d’accordo con chi è arrabbiato con la crisi purché lo dica educatamente. Hanno paura, perché sanno che questo movimento non smobiliterà, per la semplice ragione che la sollevazione non ha soltanto motivazioni etiche o ideologiche, ma si fonda sulla materialità di una condizione di precarietà, di sfruttamento, di immiserimento crescente. E di rabbia.
La rabbia talvolta alimenta l’intelligenza, talaltra si manifesta in forma psicopatica. Ma non serve a nulla far la predica agli arrabbiati, perché loro si arrabbiano di più. E non stanno comunque ad ascoltare le ragioni della ragionevolezza, dato che la violenza finanziaria produce anche rabbia psicopatica.
Il giorno prima della manifestazione del 16 in un’intervista pubblicata da un giornaletto che si chiama La Stampa io dichiaravo che a mio parere era opportuno che alla manifestazione di Roma non ci fossero scontri, per rendere possibile una continuità della dimostrazione in forma di acampada. Le cose sono andate diversamente, ma non penso affatto che la mobilitazione sia stata un fallimento solo perché non è andata come io auspicavo.

Un numero incalcolabile di persone hanno manifestato contro il capitalismo finanziario che tenta di scaricare la sua crisi sulla società. Fino a un mese fa la gente considerava la miseria e la devastazione prodotte dalle politiche del neoliberismo alla stregua di un fenomeno naturale: inevitabile come le piogge d’autunno. Nel breve volgere di qualche settimana il rifiuto del liberismo e del finazismo è dilagato nella consapevolezza di una parte decisiva della popolazione. Un numero crescente di persone manifesterà in mille maniere diverse la sua rabbia, talvolta in maniera autolesionista, dato che per molti il suicidio è meglio che l’umiliazione e la miseria.

Leggo che alcuni si lamentano perché gli arrabbiati hanno impedito al movimento di raggiungere piazza San Giovanni con i suoi carri colorati. Ma il movimento non è una rappresentazione teatrale in cui si deve seguire la sceneggiatura. La sceneggiatura cambia continuamente, e il movimento non è un prete né un giudice. Il movimento è un medico. Il medico non giudica la malattia, la cura.
Chi è disposto a scendere in strada solo se le cose sono ordinate e non c’è pericolo di marciare insieme a dei violenti, nei prossimi dieci anni farà meglio a restarsene a casa. Ma non speri di stare meglio, rimanendo a casa, perché lo verranno a prendere. Non i poliziotti né i fascisti. Ma la miseria, la disoccupazione e la depressione. E magari anche gli ufficiali giudiziari.

Dunque è meglio prepararsi all’imprevedibile. E’ meglio sapere che la violenza infinita del capitalismo finanziario nella sua fase agonica produce psicopatia, e anche razzismo, fascismo, autolesionismo e suicidio. Non vi piace lo spettacolo? Peccato, perché non si può cambiare canale.
Il presidente della Repubblica dice che è inammissibile che qualcuno spacchi le vetrine delle banche e bruci una camionetta lanciata a tutta velocità in un carosello assassino. Ma il presidente della Repubblica giudica ammissibile che sia Ministro un uomo che i giudici vogliono processare per mafia, tanto è vero che gli firma la nomina, sia pure con aria imbronciata. Il Presidente della Repubblica giudica ammissibile che un Parlamento comprato coi soldi di un mascalzone continui a legiferare sulla pelle della società italiana tanto è vero che non scioglie le Camere della corruzione. Il Presidente della Repubblica giudica ammissibile che passino leggi che distruggono la contrattazione collettiva, tanto è vero che le firma. Di conseguenza a me non importa nulla di ciò che il Presidente giudica inammissibile.

Io vado tra i violenti e gli psicopatici per la semplice ragione che là è più acuta la malattia di cui soffriamo tutti. Vado tra loro e gli chiedo, senza tante storie: voi pensate che bruciando le banche si abbatterà la dittatura della finanza? La dittatura della finanza non sta nelle banche ma nel ciberspazio, negli algoritmi e nei software. La dittatura della finanza sta nella mente di tutti coloro che non sanno immaginare una forma di vita libera dal consumismo e dalla televisione.
Vado fra coloro cui la rabbia toglie ragionevolezza, e gli dico: credete che il movimento possa vincere la sua battaglia entrando nella trappola della violenza? Ci sono armate professionali pronte ad uccidere, e la gara della violenza la vinceranno i professionisti della guerra.
Ma mentre dico queste parole so benissimo che non avranno un effetto superiore a quello che produce ogni predica ai passeri.

Lo so, ma le dico lo stesso. Le dico e le ripeto, perché so che nei prossimi anni vedremo ben altro che un paio di banche spaccate e camionette bruciate. La violenza è destinata a dilagare dovunque. E ci sarà anche la violenza senza capo né coda di chi perde il lavoro, di chi non può mandare a scuola i propri figli, e anche la violenza di chi non ha più niente da mangiare.
Perché dovrebbero starmi ad ascoltare, coloro che odiano un sistema così odioso che è soprattutto odioso non abbatterlo subito?
Il mio dovere non è isolare i violenti, il mio dovere di intellettuale, di attivista e di proletario della conoscenza è quello di trovare una via d’uscita. Ma per cercare la via d’uscita occorre essere laddove la sofferenza è massima, laddove massima è la violenza subita, tanto da manifestarsi come rifiuto di ascoltare, come psicopatia e come autolesionismo. Occorre accompagnare la follia nei suoi corridoi suicidari mantenendo lo spirito limpido e la visione chiara del fatto che qui non c’è nessun colpevole se non il sistema della rapina sistematica.

Il nostro dovere è inventare una forma più efficace della violenza, e inventarla subito, prima del prossimo G20 quando a Nizza si riuniranno gli affamatori. In quella occasione non dovremo inseguirli, non dovremo andare a Nizza a esprimere per l’ennesima volta la nostra rabbia impotente. Andremo in mille posti d’Europa, nelle stazioni, nelle piazze nelle scuole nei grandi magazzini e nelle banche e là attiveremo dei megafoni umani. Una ragazza o un vecchio pensionato urleranno le ragioni dell’umanità defraudata, e cento intorno ripeteranno le sue parole, così che altri le ripeteranno in un mantra collettivo, in un’onda di consapevolezza e di solidarietà che a cerchi concentrici isolerà gli affamatori e toglierà loro il potere sulle nostre vite (anche togliendo i nostri soldi dai conti correnti delle loro banche come suggerisce Lucia).
Un mantra di milioni di persone fa crollare le mura di Gerico assai più efficacemente che un piccone o una molotov.

* il manifesto,. 20_10_2011

Intervista a Stefano Rodotà
Eleonora Martini

L’ordinanza che vieta di manifestare viola la nostra Carta, spiega il costituzionalista: «È un diritto inalienabile» Parla Stefano Rodotà: «Stanno sospendendo le garanzie costituzionali». Ma anche sui violenti niente sconti: «Danneggiano il movimento e chi cerca nuovi strumenti di democrazia reale»

Leggi Reali, divieti a manifestare nella forma corteo, fermi di polizia e “Daspo politico”. «Sono davvero sbalordito, questo è un Paese che ha perduto la memoria». Stefano Rodotà è indignato. Perché con questi divieti «inammissibili» si stanno «sospendendo le garanzie costituzionali». E perché quando un ministro di governo, come Maroni, parla di «terrorismo urbano» usa una «violenza verbale di segno uguale e contrario a quella del 15 ottobre a Roma». «Attenti al linguaggio», è il suo monito. Ma è rivolto anche a noi: «Non sono d’accordo con Valentino Parlato», dice. «Certo che devo cercare di capire, ma subito dopo non faccio sconti. Chi ha usato la violenza, sabato scorso, l’ha fatto intenzionalmente contro quel movimento che aveva deciso di mettere in atto forme di democrazia partecipativa. Quella violenza ci ha fatto fare a tutti un brutale passo indietro».
Per la prima volta da tempo immemore un corteo della Fiom – che ha sfilato a Roma perfino nel ’77 – viene vietato. Come valuta questo provvedimento?
Una misura assolutamente inammissibile. Per due motivi. Primo perché non si possono sospendere le garanzie costituzionali, e il divieto generalizzato di fare cortei a Roma in questo periodo imposto da Alemanno è un provvedimento contrastante con l’articolo 17 della Costituzione. Oltretutto non si può precludere alcuna forma in cui esercitare legittimamente il diritto a manifestare. Secondo: il divieto è sì contemplato nell’articolo 17 della Costituzione ma solo per «comprovati motivi di sicurezza o incolumità pubblica». Motivi che non possono essere ipotetici. Deve appunto essere «comprovato» che chi organizza il corteo – in questo caso la Fiom – mette a rischio la sicurezza pubblica. È un dettato di stretta applicazione e va applicato tenendo sempre presente che nel bilanciamento tra i due diritti, quello a manifestare è preminente. Vorrei sapere come è stato motivato questo divieto. Dobbiamo considerare che da sabato scorso Roma è diventata una città a rischio, in cui la libertà di manifestazione del pensiero è temporaneamente sospesa, almeno in alcune sue forme? È questo il nuovo status della città?
Valentino Parlato solo per aver detto che gli scontri di sabato scorso «sono segni dell’urgenza di uscire da un presente che è la continuazione di un passato non ripetibile», ha scatenato un «dispiegamento di buoni sentimenti», come dice Rossana Rossanda. Lei cosa ne pensa?
Non condivido la posizione di Valentino. Dire che – lo riassumo grossolanamente – il rischio di violenza è ormai insisto nelle manifestazioni, dato l’attuale contesto e la conseguente tensione sociale, è un argomento molto rischioso perché può essere usato con conseguenze gravissime, come abbiamo visto.
Lei si è fatto un’idea di chi sono questi giovani «violenti»?No, ma ho letto che la loro è stata una scelta anche contro quel tipo di manifestazione considerata troppo «debole». So bene che la violenza nella storia c’è, che non viene dal nulla e è più facile trovarla nel disagio. Ma guardiamo il lascito drammatico di quella giornata: sta tornando in voga l’argomento che le manifestazioni si devono di nuovo irreggimentare, devono prevedere un servizio d’ordine. Sta passando l’idea che la libertà di manifestare richiede un’infinità di cautele, a cominciare da parte di chi le organizza. La violenza ha svuotato di ogni senso l’iniziativa politica. Non ci dimentichiamo che l’obiettivo del corteo era di andare a San Giovanni per mettere le tende e creare un presidio permanente. Non dico proprio una piazza Tahrir a Roma, ma comunque cercare di creare qualcosa che potesse dare stabilità, responsabilità, visibilità pubblica, opportunità di confronto. Tutto ciò è stato spazzato via, e questo è un atto di irresponsabilità.
Il linguaggio di Maroni richiama gli anni ’70. È giusto?
Non c’entrano nulla gli anni ’70. Non c’era, allora, questo tipo di rabbia. Nessuno pensava: «Ci avete levato il futuro, volete farci pagare il vostro debito».
Quanto influisce il fatto che siano orfani di rappresentanza politica?
Questi giovani non solo non hanno una rappresentanza politica ma sono disillusi e rifiutano la democrazia rappresentativa. Pensiamo però che la crisi della democrazia partecipativa possa aprire spazi a una svolta violenta? Ricordiamo che l’ambizione dei movimenti che hanno sfilato il 15 ottobre era proprio tentare di salvaguardare la democrazia reale e ripristinare forme partecipative di rappresentanza. Volevano andare in piazza con una tenda, segno di precarietà e al contempo di stabilità, dimostrare che il movimento non è più volatile ma ha un luogo proprio, rappresentantivo, dove esercitare il confronto senza mediazioni. Tutto questo è stato impedito. Ed è, ai miei occhi, imperdonabile. I violenti hanno danneggiato gravemente il movimento togliendo voce e forza a tutti coloro che stavano cercando un minimo di mutamento politico. Noi dobbiamo a tutti i costi salvaguardare questo tentativo, uno sforzo comune a centinaia di migliaia di persone.

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