Tre nobeldonne

16 Ottobre 2011

Manuela Scroccu

Ellen Johnson Sirleaf è un’elegante signora di 72 anni, madre di quattro figli e nonna di sei nipoti. Economista formatasi a Harvard, fu condannata a dieci anni di prigione per aver pubblicamente denunciato il regime militare del suo paese, la Liberia. Dal 2005 è la prima presidente donna del continente africano ad essere stata democraticamente eletta. Ellen Sirleaf, impegnata nella ricostruzione della sua terra, ha raccolto il grido di dolore di paese devastato da una guerra civile durata 14 anni e che ha provocato 250mila morti. Un paese in gran parte distrutto, senza strade, senza elettricità, che deve fare i conti con il reinserimento nella vita civile dei combattenti delle varie milizie e dei tanti bambini soldato rapiti dai signori della guerra. Un paese in ginocchio che ha saputo rialzarsi dando fiducia a questa donna ed esprimendosi, pur tra tante contraddizioni, per il cambiamento.
La sua connazionale Leymah Gbowee, invece, è una giovane donna minuta e sorridente. Un avvocato di 39 anni che, con la sua militanza pacifista e nonviolenta ha sfidato i signori della guerra e ha contribuito a mettere fine agli scontri fratricidi in Liberia, guidando una comunità di donne che, per citare il titolo della sua autobiografia “con la preghiera e il sesso hanno cambiato una nazione in guerra” . Aveva appena 17 anni quando lanciò una mobilitazione femminile contro la guerra civile in Liberia. Nel 2002 ha fondato la Women of Liberia Mass Action for Peace, movimento che unì le donne cristiane e musulmane nella lotta non violenta. Con “lo sciopero del sesso”, infatti, costrinse il regime di Charles Taylor ad ammetterla al tavolo delle trattative per la pace. Il suo movimento ha così dato un grande contribuito alla fine della guerra civile liberiana e ha spianato la strada all’elezione della prima presidente donna del continente africano.
Tawakkul Karman, invece, è il volto della rivolta yemenita. E’ una giovane donna di 32 anni, gli stessi da cui è al potere il presidente yemenita Ali Abdallah Saleh. Giornalista e fondatrice dell’associazione “Giornaliste senza catene” ha guidato migliaia di persone in piazza con lo slogan
‘‘Guardate all’Egitto, vinceremo’‘. Karman è stata spesso arrestata per le sue proteste a favore della libertà e della democrazia. Ha dormito più volte nella Piazza della Libertà della capitale Sana’a ed è diventata un modello per i manifestanti della primavera araba. Le donne yemenite, che fino a qualche tempo fa non potevano rimanere fuori casa oltre le 19, sono scese al suo fianco nella battaglia per la democrazia. Anche lei ha un bel sorriso nelle foto apparse sui giornali.
Insieme, il 10 dicembre, giornata mondiale dei diritti umani, verranno insignite del premio Nobel per la Pace 2011 per “la loro battaglia non violenta per la sicurezza delle donne e per il loro diritto a partecipare alla costruzione della pace”.
Tre volti differenti, tre storie diverse accomunate dall’impegno contro la guerra e per la democrazia: una donna yemenita protagonista delle istanze di libertà, partecipazione e democrazia che si sono levate prepotenti e inaspettate dai paesi arabi e due donne africane protagoniste del cammino del continente verso la pace e lo sviluppo – proprio come Wangari Maathai, keniana e prima donna africana a vincere il Nobel per la Pace, di cui si piange la recente scomparsa avvenuta il 25 settembre scorso. Tre donne direttamente e profondamente impegnate nel rinnovamento democratico nei rispettivi Paesi.
Certo, sarebbe stato magnifico se il Nobel per la Pace fosse stato assegnato non a una, o a tre, ma a tutte quelle donne africane “comuni” che percorrono chilometri e chilometri ogni giorno per andare a prendere semplicemente dell’acqua. Era l’eresia di noppaw.org e della campagna promossa dal CIPSI e da ChiAma l’Africa, di cui anche noi del manifesto sardo avevamo parlato.
Il 10 dicembre non verrà assegnato un “rivoluzionario” Nobel per la Pace collettivo ma Ellen, Leymah e Tawakkul andranno ad Oslo anche per conto di quelle donne che, pur nella diversità di cultura, lingua e religione, si battono quotidianamente per preservare le proprie famiglie dalla violenza della guerra e, con la loro fatica, reggono l’economia familiare permettendo “il riprodursi del miracolo della sopravvivenza”.
Perché ormai è chiaro: non vi può essere nessun avanzamento del progresso civile e sociale nel mondo contemporaneo senza il riconoscimento del contributo di tutte le donne.

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